La Giornata mondiale del mare richiama l’attenzione sull’urgenza di tutelare ecosistemi fondamentali per l’equilibrio del pianeta e per il futuro dell’umanità. Essi regolano il clima, custodiscono una straordinaria biodiversità e sostengono la vita sulla Terra. Promuovere la sostenibilità significa adottare scelte responsabili, ridurre l’impatto ambientale e ripensare il rapporto tra uomo e natura, in un’ottica di rispetto e salvaguardia delle risorse. Interris.it, su questi temi, ha intervistato il professor Antonello Pasini, climatologo.
L’intervista
Professor Pasini, che significato ha per lei la Giornata mondiale dei mari?
“Ha un significato enorme: noi scienziati del clima non ci occupiamo solo dell’atmosfera, ma dell’intero sistema Terra, perché ciò che accade nell’aria è strettamente legato a quanto avviene nei mari. Gli oceani coprono circa i due terzi della superficie del pianeta e ospitano la grande maggioranza delle specie viventi: la loro importanza è quindi fondamentale. Dal punto di vista climatico, il mare svolge un ruolo cruciale: mitiga le escursioni termiche e, grazie alla sua elevata inerzia termica, si riscalda più lentamente rispetto alle terre emerse. Tuttavia, proprio questa caratteristica comporta che, anche se riducessimo drasticamente le emissioni di gas serra, il raffreddamento sarebbe altrettanto lento. I mari e gli oceani continuerebbero a rilasciare calore accumulato nell’atmosfera, rendendo difficile invertire rapidamente l’aumento delle temperature. In sintesi, il mare oggi ci aiuta a contenere il riscaldamento, ma nel lungo periodo rende più complesso tornare indietro”.
In che modo il cambiamento climatico sta alterando gli equilibri degli ecosistemi marini e quali sono i segnali più preoccupanti osservabili oggi?
“Il mare risente del cambiamento climatico in modo evidente. Anche gli oceani sono colpiti da ondate di calore, con conseguenze dirette su tutte le specie viventi. Un esempio emblematico è lo sbiancamento dei coralli: questi organismi hanno un intervallo di temperatura molto ristretto e, quando viene superato, muoiono. Un altro fenomeno preoccupante è la diffusione di specie aliene, come il granchio blu, che trovano condizioni favorevoli nei nostri mari e alterano gli equilibri degli ecosistemi, spesso a discapito delle specie autoctone. Tutto questo porta a una perdita di biodiversità, un elemento essenziale per la resilienza degli ecosistemi. Una maggiore biodiversità garantisce infatti che alcune specie possano adattarsi ai cambiamenti, anche quelli indotti dall’uomo. Al contrario, una sua riduzione rischia di trasformare ampie aree marine in ambienti poveri di vita”.
Quali politiche concrete dovrebbero essere adottate a livello internazionale per proteggere i mari e mitigare gli effetti del riscaldamento globale?
“Proteggere i mari significa anche contrastare il cambiamento climatico. È necessario intervenire su più fronti. Prima di tutto, bisogna ridurre l’impatto della pesca, limitando pratiche invasive come la pesca a strascico e, più in generale, il sovrasfruttamento delle risorse ittiche, che compromette l’equilibrio degli ecosistemi e può portare all’estinzione di molte specie. Un altro aspetto riguarda l’assorbimento di anidride carbonica: i mari e gli oceani svolgono un ruolo fondamentale in questo senso, ma il processo porta all’acidificazione delle acque. Ciò danneggia organismi come il plancton, che costituisce la base della catena alimentare marina. Se il plancton diminuisce, l’intero ecosistema è a rischio. Le azioni da intraprendere sono quindi due: da un lato, adattarsi attraverso strumenti come le riserve marine; dall’altro, mitigare il problema alla radice, riducendo drasticamente le emissioni di gas serra. Solo così si potrà limitare il riscaldamento globale e proteggere davvero i nostri mari”.

