Tra cittadini e trincea: il fronte della Polizia nella lotta al coronavirus – Audio –

L'operato della Polizia di Stato ha fatto fronte all'emergenza assorbendo l'impatto delle gravi difficoltà incontrate. Con la preparazione per assorbirne altri. Interris.it ne ha parlato con Giuseppe Tiani, segretario generale Siap

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“Le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa”. Descriveva così Alessandro Manzoni, ne I promessi sposi, i Tumulti di San Martino, che infiammarono Milano fra l’11 e il 12 novembre del 1628. Una folla feroce, che come accaduto altre volte nella storia, rivendicava il proprio diritto all’approvvigionamento alimentare, infuriata per i rincari subiti persino nel basilare acquisto del pane. Ora, nonostante le oggettive difficoltà create all’apparato produttivo del Paese, l’emergenza coronavirus non ha ancora portato a un tale livello di esasperazione, pur stravolgendo sensibilmente gli assetti quotidiani che avevano fin qui scandito le nostre giornate. La quarantena forzata, il rallentamento sensibile dei consumi o, semplicemente, il cambiamento costretto del nostro stile di vita, ha prodotto inevitabilmente uno stravolgimento dei nostri standard esistenziali, fra la speranza che il tutto finisca presto e la paura, legittima, che si prolunghi quel tanto che basta per dar corpo ai timori peggiori. Nel limbo fra l’attesa e il fronte, c’è la terra di nessuno presidiata dalle Forze dell’ordine che ogni giorno, in prima linea come medici e infermieri, cercano di tenere insieme i pezzi del tessuto sociale, garantendo sicurezza e rispetto delle regole. Con difficoltà oggettive, riscontrate nella gestione dell’emergenza e, nondimeno, nel contenere una possibile escandescenza degli animi popolari. Interris.it ne ha parlato con Giuseppe Tiani, Segretario generale del Sindacato italiano appartenenti Polizia (Siap).

 

Dottor Tiani, l’emergenza coronavirus ha richiesto alle Forze dell’ordine uno sforzo supplementare, tradotto in un impegno costante in vere e proprie zone di frontiera nella lotta alla pandemia. Come è stato assorbito un impatto così gravoso?
“Come gli operatori del sistema sanitario, le Forze dell’ordine stanno vivendo una certa difficoltà il tema connesso all’emergenza e i disagi che il Covid-19 costringe ad affrontare in una situazione di grande difficoltà, intanto perché ha colto il Paese e l’Europa impreparati e, tra l’altro, ha colto i Paesi del sistema occidentale senza i mezzi adeguati per affrontare un’epidemia così ampia, complessa e di lunga durata. Specie nei primi giorni, nonostante gli sforzi fatti dal governo e, nel nostro caso, dal capo della Polizia, per reperire guanti, mascherine… In parte abbiamo affrontato il tutto in maniera adeguata perché, come Polizia di Stato, avevamo una scorta per la gestione dell’immigrazione, ma ritengo che altri corpi, come Carabinieri e Finanza, abbiano avuto più difficoltà di noi, non avendo responsabilità diretta e connessa alla gestione dell’immigrazione, se non indirettamente. Nonostante questo, ci siano state difficoltà nell’obbligare subito tutti gli operatori che vengono in contatto con l’utenza di indossare le mascherine, perché non erano reperibili, il mercato italiano le aveva esaurite, c’è stato una sorta di embargo commerciale per l’Italia nei primi giorni. C’è stata qualche difficoltà nell’attuare protocolli di un fenomeno non conosciuto”.

Anche sul piano dell’organizzazione interna?
“Devo dire la verità, il nostro Dipartimento di Pubblica sicurezza si è sforzato, emettendo numerose circolari dispositive una dietro l’altra, il nostro servizio sanitario di Polizia ha lavorato molto bene ma stiamo parlando di una grande amministrazione in qualche modo abituata a gestire le emergenze, magari non quelle di tipo epidemiologico ma altre sì. Le difficoltà sono oggettive, anche nell’applicare il lavoro agile o lo smart working, che sono modalità applicative che il nostro sistema non conosceva. Siamo stati costretti ad applicarlo con una certa difficoltà, evitando che troppe persone stessero negli stessi uffici e per evitare il contatto perché, ovviamente, avviene anche negli uffici di pubblici. Il confronto con una realtà complessa, che abbiamo affrontato al meglio della situazione. Alcuni dei nostri purtroppo hanno pagato con la vita, come il sostituto commissario della scorta di Conte o un altro collega in Lombardia, un altro a Caserta… E’ una difficoltà generale, ci dobbiamo confrontare con un modello nuovo”.

Com’è stato recepito dai cittadini? Il lavoro delle Forze dell’ordine si concentra maggiormente sulla vigilanza in merito all’applicazione delle misure di contenimento?
“Devo dire che la popolazione sta rispondendo ma c’è tanta difficoltà, tanta paura soprattutto nelle zone del Nord, dove c’è stata l’espansione massima in percentuale del virus, specie nel primo mese. Chiaramente, in questa fase i delitti, i crimini, i furti e le rapine sono diminuiti perché non c’è nessuno per strada e anche chi delinque probabilmente ha paura. Speriamo di non avere poi un’ondata di ritorno negativa, magari relativa ai furti nelle seconde case nelle zone residenziali di villeggiatura dove non abita nessuno, che potrebbero essere potenziali occasioni. La cosa più delicata è stata comunque la mancanza di mascherine, a cui la Polizia ha sopperito in parte. Oggi il problema è superato perché sono arrivate, anche se in ritardo, le mascherine che il capo della Polizia aveva ordinato in maniera previdente. Difficoltà serie anche nella gestione del lavoro agile, che non è in uso al nostro ordinamento interno. Ma di disagio ne abbiamo fatto virtù ed è stato uno strumento che ci ha aiutato a deflazionare la presenza negli uffici rispettando però gli orari settimanali di lavoro”.

Altri interventi?
“Aiuti alle persone, anziani soli in casa, liti in famiglia, perché la convivenza in piccoli appartamenti può portare i conviventi a litigare. Una situazione pesante perché dopo i sanitari la prima linea sono le Forze dell’ordine”.

Il prolungamento forzato del blocco produttivo, al netto dei provvedimenti presi, così come la quarantena forzata potrebbe creare condizioni di esasperazione nella popolazione, arrivando a produrre questo tipo di derive psicologiche? Casi che, naturalmente, le Forze dell’ordine si troverebbero ad affrontare in prima linea…
“Questa è una mia preoccupazione. Se dovessero allungarsi i tempi, non per ‘sport’ ma perché il governo è obbligato a tenere in piedi le misure restrittive, le uniche che stanno contenendo l’espansione del virus, c’è il rischio che la popolazione spossa insorgere, specie quella meno abbiente, che ha difficoltà all’approvvigionamento alimentare quotidiano. Va considerato che in una situazione così complicata ci sono persone che lavorano in nero o alla giornata, i mercati, le attività commerciali autonome… E questa situazione potrebbe portare a un’esasperazione. Noi siamo pronti ad affrontare qualsiasi situazione ma bisogna tener conto che anche le forze di Polizia sono fatte di persone: il disagio attraversa tutti. Noi potremmo definirci dei ‘fortunati’, perché abbiamo un’occupazione stabile che, pur molto rischiosa, ci consente di soddisfare le esigenze delle famiglie. Ma c’è una parte di popolazione che ha difficoltà oggettive in questo senso”.

Le misure in atto sono sufficienti a scongiurare scenari di questo tipo?
“La speranza è che il contenimento possa sbloccare la situazione quanto prima perché, dal mio punto di vista, se i tempi si dovessero allungare oltremisura e non si riuscisse a fermare il virus, sicuramente ci potrebbero essere problemi di ordine pubblico legati all’insorgere della popolazione. Ci sono stati già dei casi dove le persone hanno l’esigenza di nutrirsi. Molti interventi, inoltre, sono stati fatti per persone che vivono da sole, anziani che magari hanno bisogno di conforto. Ci sono delle difficoltà che vanno al di là del classico problema di ordine pubblico, legate ad altri aspetti che potremmo definire di emotività o ansia collettiva, perché ci sono esigenze di sussistenza di una parte della popolazione italiana”.

Uno scenario che rischia di concretizzarsi maggiormente in contesti come il Sud Italia?
“Il Nord ha maggiore occupazione, quindi chi ha qualcosa da parte può reggere un paio di mesi. Ma chi lavora alla giornata non credo abbia soldi da parte per potersi permettere di non lavorare per così tanto tempo. D’altronde, le misure di contenimento andavano fatte, io le condivido, nel senso che non ci sono altri strumenti per contenere questa epidemia”.

In questo senso si inserisce anche il tema delle carceri, che hanno di fatto dato vita alla prima vera rivolta dell’epoca Covid. Una situazione estremamente delicata, per chi sconta le pene ma anche per coloro addetti alla sorveglianza degli istituti penitenziari, posti di fronte a uno degli aspetti più gravi dell’emergenza…
“Assolutamente sì. Nelle carceri, oggettivamente, c’è tensione perché è noto a tutti il sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani. Perciò, anche i nostri colleghi della Polizia penitenziaria sono impegnati, con difficoltà, a contenere in questo caso anche le legittime preoccupazioni dei detenuti, che sono stati privati di alcuni diritti essenziali. E soprattutto, se per caso l’epidemia dovesse coinvolgere un istituto penitenziario sarebbe un problema. Andrebbero pensate delle misure per deflazionare il problema storico del sovraffollamento. Non so in quali termini, non li esprimo al momento ma il sovraffollamento, soprattutto con questo quadro, è un problema oggettivo. Anche se è stato fatto lo sforzo massimo, è stata ampliata la possibilità dei colloqui telefonici con le famiglie e altre soluzioni di questo tipo. Però c’è un problema. Se il virus non viene contenuto in livelli controllabili, il tema del deflazionare le carceri credo non possa essere rimandato. Noi siamo in contatto con i nostri colleghi, hanno vissuto un brutto momento e continuano a viverlo. E vorrei aggiungere una cosa…”

Prego…
“Andrebbe fatto uno sforzo da parte del governo sul piano normativo, perché non sappiamo tutti i colleghi in quarantena per Covid se avranno strascichi permanenti della malattia. Andrà fatta una valutazione rispetto alle malattie contratte in servizio, su questo faremo una battaglia affinché ci sia il riconoscimento della causa di servizio per coloro i quali hanno contratto la malattia, anche che ne siano usciti o ci siano danni che, al momento, non sono ancora apparsi”.

Un punto che ricollega all’impegno continuo in prima linea da parte delle forze di Polizia
“Sì, anche perché sono aumentati i controlli, quindi il contatto con la popolazione c’è stato. Le forze di Polizia stanno sorvegliando strade, autostrade e ferrovie. Abbiamo dato una risposta di grande efficienza nonostante le difficoltà”.

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