Time porosity: l’invadenza del lavoro nella vita privata

La spersonalizzazione dell’individuo, con la conseguente decontestualizzazione spaziale e temporale, è sempre in agguato

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La “Time porosity” è la contaminazione fra tempo di lavoro e tempo personale registrata, in questi ultimi anni, nel mondo tecnologicamente avanzato, che finisce per stravolgere e spersonalizzare l’individuo. La “porosità” indica proprio la fisicità imperfetta e vulnerabile, con i suoi interstizi posti ovunque, pronti ad accogliere un’attività e un’altra insieme, senza porre un freno, un limite, un’impermeabilizzazione.

L’essere umano è cresciuto, nel passato, in comunità molto allargate, dove c’era grande promiscuità fra la vita privata e i campi o la bottega. La rivoluzione industriale ha segnato, a livello urbano, la demarcazione fra queste due dimensioni. L’uomo, non più membro di una comunità di un tempo antico o di un borgo medievale, è ora prigioniero di una scadente gestione del tempo.

Nella civiltà cittadina contemporanea, tuttavia, si è ricaduti nella fusione dei tempi; si sono salvate solo le piccole realtà, i paesi, dove la mescolanza era sana, costruttiva e non esasperata. La contaminazione fra i due tempi, nell’Ottocento e nel primo Novecento si originava in un contesto industriale, nella vita ruotante intorno alla fabbrica. Ora sono il settore dei servizi e del commercio a creare maggiori pericoli per una vita dell’individuo contemporaneo sempre più indifferenziata e fluida.

Il tempo libero, esprimibile sia nella dimensione individuale sia in quello sociale, è una conquista del mondo moderno, seguita alle dure condizioni dell’Ottocento, in cui le 16 ore dedicate al lavoro (il doppio delle attuali) non concedevano e non concepivano una vita oltre la fabbrica.

Andare indietro significa un ritorno alla “barbarie”, un ricorso storico vichiano che potrebbe implicare tempi lunghissimi nel recuperare quanto acquisito, legittimando la rinuncia, nel frattempo, al riposo e alla famiglia. La pandemia ha accelerato questa confusione; la sfida è nel tornare a recuperare la giusta dimensione e i diritti sul proprio tempo.

Papa Francesco ricordava “Il lavoro umano è parte della creazione e continua il lavoro creativo di Dio. […] Impegnandoci per accrescere le opportunità di lavoro, affermiamo la convinzione che solo nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita”.

Nel libro dal titolo “Un mondo senza email” (sottotitolo “Ripensare il lavoro nell’era del sovraccarico informativo”), scritto da Cal Newport e pubblicato il 6 ottobre scorso da “ROI Edizioni”, l’autore, professore di informatica e saggista, illustra un nuovo modo di controllo e gestione del proprio tempo, evitando i contraccolpi, fisici e mentali, che derivano dalla consapevolezza di non poterlo dominare.

L’annuale Rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile) dell’Istat, nell’ultima pubblicazione del 21 aprile scorso, riferito al 2021, alla voce “Lavoro e conciliazione dei tempi di vita”, al link https://www.istat.it/it/files//2022/04/3.pdf, riporta dati significativi, di seguito alcuni stralci “L’emergenza ha contribuito a rompere alcune rigidità presenti nell’organizzazione del lavoro, permettendo di lavorare da casa a una quota di occupati crescente anche nel 2021. Allo stesso tempo ha modificato gli equilibri per la conciliazione tra vita professionale e familiare, rendendo a volte problematica la gestione della quotidianità. Ciò può aver cambiato la percezione della propria realtà lavorativa: nel 2021 la quota dei lavoratori in part-time involontario è diminuita, in particolare tra le donne in coppia con figli. Questo peraltro avviene in un contesto in cui i lavori domestici continuano a essere sbilanciati per la componente femminile. […] Nel 2021 si registra un lieve calo della quota degli occupati a tempo parziale non per scelta, ma perché non sono riusciti a trovare un lavoro a tempo pieno. Si tratta dell’11,3% degli occupati, valore di 0,5 punti inferiore a quella del 2020; tale diminuzione è soprattutto dovuta alla componente femminile (-1,6 punti), che vede aumentare la quota delle lavoratrici part time per scelta e in misura molto minore quella delle lavoratrici a tempo pieno. […] La riduzione del part time involontario tra le donne in coppia con figli (-2,5 punti) è più che doppia rispetto alle donne sole (-0,7 punti) o in coppia senza figli (-1,0 punti), suggerendo che l’emergenza sanitaria potrebbe aver modificato la percezione e la gestione del tempo da parte delle donne, soprattutto se con figli; sono ormai ben note le problematiche generate dalla pandemia in termini di conciliazione e cura dei figli. […]Nel 2019 il lavoro da casa era una modalità di lavoro per appena il 4,8% degli occupati; nel secondo trimestre del 2020 ha raggiunto il picco del 19,7%. […] Il ricorso al lavoro da casa, tra il 2020 e 2021, è passato dal 13,8% al 14,8% (circa +260 mila occupati). […] Nel corso del 2021 si registra una progressiva riduzione della quota di chi lavora a casa per la maggior parte del tempo, mentre rimane pressoché invariata quella di chi lavora da casa per meno della metà dei giorni a segnalare una sorta di convergenza verso una modalità mista di lavoro, che combina lavoro da casa e lavoro in presenza”.

Le aziende più avvedute non mirano al massimo profitto, riducendo le spese e ottimizzando al massimo le ore lavorative dei dipendenti ma cercano, per prime, di garantire il cosiddetto “work life balance” (equilibrio tra lavoro e vita privata). Puntare sull’equilibrio psicofisico dei dipendenti significa ottenere un’armonia tra le parti che si traduce in vantaggi reciproci.

Le forme embrionali di lavoro a casa (telelavoro) degli anni scorsi, paventavano il rischio di una compromissione nella gestione e nella divisione, a livello qualitativo, dei tempi a disposizione. La fase accelerata e convulsa prodotta dalla pandemia, nel marzo del 2020, ha certificato questi tristi presagi degli anacronistici e dei catastrofisti. Ha stravolto gli equilibri temporali (alterando anche la “distensio animi” di agostiniana memoria, in cui è l’interiorità della persona a stabilire il trascorrere del tempo visto come una distensione del solo presente, in equilibrio tra il futuro come attesa e il passato come memoria).

La flessibilità dei tempi, da contingenza episodica ed estemporanea, ha assunto, invece, i caratteri della stabilità, della normalità e della necessità, sminuendo limiti e confini temporali; in ciò approfittando di un altrettanto sfasamento dello spazio, ora lavorativo ora del riposo, realizzando la triade “sempre, comunque e ovunque”.

Lo smart working e il suo accresciuto ricorso in occasione del biennio precedente, ha delle caratteristiche che, per natura, lo espongono maggiormente alla promiscuità di tempi e spazi (sottratti all’ambiente familiare) in cui si lavora. Il telelavoro, infatti, si svolge in una sede fissa (diversa da quella aziendale) e in orari prestabiliti; per lo smart working o lavoro agile, invece, non ci sono limiti di spazio e di tempo (sebbene frutto di accordo fra le parti).

La distinzione dei “tempi” è fondamentale, per la tutela degli stessi due ambiti: il rischio, infatti, è di convincersi e calarsi in una realtà dominata dal lavoro continuo, spalmato sulle 24 ore quotidiane, stravolgendo i ritmi circadiani. L’ambito lavorativo rischia una frammentazione molto ampia, con possibili cali di concentrazione.

In tale situazione, nell’ottica del distinguere opportunamente i due tempi dell’individuo, senza scadere nella promiscuità che potrebbe condurre all’alienazione, all’ansia e a disturbi psicofisici, va considerata la specificità del lavoro femminile a cui si accosta, spesso, anche quello di tipo domestico.

Nell’era del “Time management”, lillusione umana di poter gestire il tempo a proprio uso e consumo, di dominarlo e di, sapientemente, scinderlo da quello privato, tende a rimanere tale. La scarsità di tempo libero, attribuita alla preponderanza di quello lavorativo, non si risolve con il lavoro agile, sempre meno confinato nei suoi ambiti.

L’antidoto migliore è nell’avere consapevolezza di quanto il tempo libero sia prezioso per l’individuo, sia per il riposo e per il rispetto del proprio corpo, sia per attività sociali, ludiche, culturali, religiose e di volontariato.

La socialità è posta dinanzi a un problema che può minarla seriamente; deve esprimere tutta la sua essenza e trovare linfa nelle motivazioni del singolo. La sua realizzazione si esterna in manifestazioni fisiche e reali che, necessariamente, implicano un’interruzione con la connessione digitale e spezzano quel cordone ombelicale che tiene il lavoratore sempre appeso e reperibile. A sua volta, il motore della socialità è nelle motivazioni: queste non devono sparire, nei giovani e negli adulti, anzi, devono prosperare e convincere della possibilità di una dimensione umana oltre quella, pur importante, lavorativa.

Un mondo alienato e dipendente dai social, rischia di ridurre motivazioni e voglia di sperimentare dell’altro; è questa la chiave per salvare la personalità. Il diritto alla disconnessione dall’attività lavorativa muove da un aprioristico dovere alla disconnessione dai social. L’alternativa è l’isolamento: il confinamento nell’angusto spazio/non spazio lavorativo, in smart working e in presenza. La spersonalizzazione dell’individuo, con la conseguente decontestualizzazione spaziale e temporale, è sempre in agguato.

La società non deve cercare né si deve fondare su individui, su un’aggregazione anonima di atomi alienati. È un corpus sociale di inclusione e condivisione, di persone, sublimato nella valorizzazione della dignità e della libertà di ognuno, in grado di “trascinare” e accogliere benevolmente anche il più recalcitrante e coloro che ne sono dolorosamente ai margini, senza spazio né tempo.

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