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Cosa fare perché la terza età non sia “un buco nero che divora”. I consigli della psicologa Leone

La terza età necessita di reti sociali. Soprattutto dopo l’isolamento della pandemia e l’ansia individuale e collettiva provocata dalla guerra in Ucraina. Interris.it ha intervistato la psicologa Veronica Leone. In Italia, più di un milione di persone soffrono di demenza.

Sos terza età

In tutto il mondo, più di 44 milioni di persone soffrono di demenza. Una circostanza che rende la malattia una crisi sanitaria globale da affrontare. Una diagnosi del morbo di Alzheimer cambia la vita delle persone colpite da questa malattia. E anche delle loro famiglie. Nessuno deve affrontare da solo il morbo di Alzheimer o un altro tipo di demenza.In che modo si può scongiurare il rischio che gli anziani si rinchiudano in sé
stessi, trasformando la terza età in una fase di progressiva di perdita di relazioni
sociali?
“In un certo senso questa domanda racchiude un pensiero piuttosto diffuso della collettività. Ovvero che nella terza età sia tutto finito. Una stagione della vita in cui non c’è e non può esserci più spazio per l’amore. E che vede la ‘vecchiaia’, quindi, come un
buco nero da cui si viene risucchiati e divorati. Tutto ciò potrebbe, in una
qualche maniera, contribuire all’isolamento della persona stessa. E quindi anche a un
probabile decadimento delle funzioni cognitive. Poiché è noto l’effetto benefico
dell’interazione sociale per la salute del cervello. Ma la ‘colpa’ di tale pensiero ,se cosi si può definire, è degli stereotipi che ci ingabbiano”.

Il Papa prega con i nonni (fonte: Vatican News)

Qual è l’alternativa?
“Mi ritrovo e mi sento in perfetta sintonia con le preziose parole della scrittrice Lidia Ravera. Che chiama i protagonisti della terza età ‘i grandi adulti’. E non ‘vecchi’ o ‘avanti con gli anni’. Li chiama grandi proprio per far comprendere la loro grandezza. Per non sminuire e ‘offendere’ questa fase della vita che va invece valorizzata. Perché è importante tanto quanto le altre fasi. E continua definendoli ‘Grandi Adulti’. Perché arrivare alla ‘fase finale’ della vita è una forma d’arte. Un lavoro da specialisti. Un impegno quotidiano a cui si lavora tutta una vita. E che descrive la ricchezza del proprio passato. Il miglior regalo che possiamo fare ad un ‘grande adulto’, per evitare che si rinchiuda in sé stesso, è proprio la presenza. L’esserci. Quella presenza che non abbiamo potuto far sentire durante la pandemia. E quando parlo di presenza non intendo solo la presenza fisica. Ma anche il come siamo presenti”.

A cosa si riferisce?
“Al far ‘sentire’ quella presenza mediante l’ascolto. O tramite attività che lo rendono particolarmente felice. Come fare attività fisica. Laddove ci siano le condizioni di salute necessarie. Oppure preparare un pasto per la famiglia. Pianificare la giornata. Guardare un vecchio album di foto assieme. Abbracciandoli. Valorizzandoli. Accogliendo le loro emozioni. Chiedendo se sono felici. E come si sentono. Stimolando la loro curiosità. Proponendo attività sempre nuove. La stimolazione cognitiva, infatti, può risultare particolarmente benefica. Aiutandoli insomma a valorizzare questa fase di vita. Anche, laddove possibile e necessario, tramite le preziose associazioni di sui disponiamo sul territorio. Poiché la vecchiaia non è una lenta sconfitta. Ma una nuova fase da poter arricchire e arredare”.
Quanto contano la socializzazione e le relazioni nel rallentare il decorso di
patologie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer?
“Quando una patologia neurodegenerativa irrompe nella vita di una persona destabilizza gli equilibri. Spazza via ogni tipo di certezza. Per lasciare spazio a paure e insicurezza . Questo può verificarsi non solo nel malato che riceve la diagnosi. Ma anche per chi gli è affianco ogni giorno (i caregiver). Che non sa come gestire il malato e la malattia del proprio caro. Alcune ricerche scientifiche hanno mostrato l’ effetto benefico che la socializzazione
ha sul paziente affetto da Alzheimer. In particolar modo lo studio svolto dall’Università di Exeter, dal King’s College di Londra. E dalla Oxford Health NHS Foundation Trust. Questa ricerca ha mostrato l’importanza di parlare con i malati affetti da Alzheimer dei
loro interessi. Coinvolgendoli in compiti relativi alla decisione della cura di se. In combinazione alla costante interazione sociale. Ciò è in grado di migliorare la qualità della vita del paziente. E ridurre l’agitazione”.Può farci un esempio?
“L’interazione sociale assieme al trattamento farmacologico potrebbe risultare benefica. Assieme anche a situazioni ricreative e sociali. E ad attività ludiche e hobby particolarmente utili quali i giochi di abilità come le parole crociate. Tutti ciò potrebbe consentire al paziente affetto da Alzheimer una qualità di vita migliore. E potrebbe aiutare anche a rallentare o evitare la costellazione di disturbi comportamentali. Ovvero irritazione, agitazione, allucinazioni e insonnia notturna. Purtroppo gli obbiettivi della terapia non possono essere volti alla guarigione. Bensì al miglioramento della qualità di vita. Ogni tipo di trattamento va poi individualizzato in base al paziente. Al livello cognitivo. E allo stadio della malattia. Altri studi hanno evidenziato che l’ interazione sociale può fungere anche da ‘farmaco preventivo’. E quindi non solo come aiuto quando la malattia si è già conclamata. Tutte queste attività possono essere un mezzo per  tenere accesa la luce dei pazienti affetti da Alzheimer. Cosi da migliorarne la
qualità di vita”.

Giacomo Galeazzi

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