Suor Clémence è una religiosa appartenente alla Fraternità delle Piccole Sorelle di Gesù, un istituto religioso che si ispira al pensiero di Charles de Foucauld e vive il Vangelo tra le persone, in particolare tra i poveri e gli emarginati. A Interris.it racconta “ricchezza di umanità” dei poveri, in particolare delle donne Rom con cui ha vissuto nel Sud Italia. Nonostante la precarietà, queste persone hanno mostrato una saggezza profonda, solidarietà e la capacità di mettere al centro l’essenziale
L’intervista
In questo documento, i poveri vengono rimessi al centro per permetterci di riscoprire la realtà con uno sguardo nuovo. Che cosa apprezzi di più di questo approccio?
“Apprezzo tantissimo che l’esortazione rimetta il povero al centro, perché questo ci permette davvero di riscoprire la realtà con un altro sguardo. È una cosa che ho potuto vivere e sperimentare nella mia vita. Per me, sono loro che mi hanno evangelizzato”.
In che senso “ti hanno evangelizzata”?
“Mi hanno aperto un modo di vivere la fede molto più concreto e profondo. Proprio nella povertà radicale, non ci sono altri sostegni: l’unico sostegno è Dio. Più di una volta, stando con loro, mi sono detta: sono loro che hanno la strada per me, sono loro che mi stanno mostrando il cammino da percorrere. Se ci mettiamo in ascolto, possiamo essere arricchiti da ciò che portano, e non vederli solo come soggetti della nostra carità. Insieme, abbiamo cose da rivelarci reciprocamente”.
Dilexi te, “Ti ho amato”. La tua esperienza con gli ultimi della Terra, compresa la vita in baracca con la comunità Rom, quanto si allinea a questo titolo? Quanto ti sei sentita e ti senti amata dai poveri?
“Ti ringrazio per la domanda, perché questa è la mia gioia più grande e ne sono commossa. Io mi sono sentita amata dai più poveri, non solo amata, ma voluta bene, accolta, curata. È successo che fossero loro a prendersi cura di noi. Quando abbiamo scelto di vivere in baracca con i Rom, non conoscevamo quel modo di vita. Sono stati loro a insegnarci come viverci e come trovarci la vita. Ci hanno portato da mangiare, ci hanno portato la legna per scaldarci d’inverno, ci hanno sostenuto nei momenti difficili. In questo senso, ci siamo sentiti come comunità portata da loro”.
Questa esperienza cambia il modo di vedere il povero?
“Certamente. Quando si fa questa esperienza, il mondo non è più lo stesso. Non possiamo più vedere il povero con gli occhi di prima, ma lo vediamo ricco di tutto quello che ha da donarci in uno scambio reciproco. Per questo l’esortazione Dilexi te, che li definisce i nostri ‘maestri spirituali’, mi ha dato tanta gioia, perché è l’esperienza che ho vissuto e che auguro a tutti di fare”.
Siamo nel Giubileo della Speranza. Quale parte di questa esortazione, che ripone i poveri al centro, vorresti comunicare per confermare la speranza contro le tante emarginazioni?
“Penso che ciò che mi dà più gioia sia proprio il fatto che questa Esortazione, che mette il povero al centro, esca nello stesso anno giubilare, un anno che ci mette la speranza come obiettivo a cui aspirare. Spero sia una chiamata a dirci: mettiamoci in cammino con loro in modo che tutti possiamo sperimentare la speranza nella nostra vita”.

