Sudan, le radici di un conflitto dimenticato

La situazione umanitaria e sociale del Sudan alla luce del conflitto in corso spiegata a Interris.it dal dott. Luca Mainoldi, africanista di Fides

Sud Sudan
Foto di Yusuf Yassir su Unsplash

Il conflitto in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, è rapidamente degenerato in una delle crisi umanitarie più gravi al mondo. Lo scontro tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) ha causato migliaia di vittime e costretto milioni di civili alla fuga, aggravando una situazione già fragile. Le violenze hanno colpito duramente anche le infrastrutture sanitarie e l’accesso agli aiuti umanitari, mentre la comunità internazionale fatica a trovare una soluzione diplomatica duratura. La popolazione civile continua a subire le conseguenze di un conflitto che non mostra segni di una rapida risoluzione. Interris.it, in merito all’attuale situazione nel Paese, ha intervistato il dott. Luca Mainoldi, africanista dell’Agenzia Fides.

Sudan (@ Ismail El Youssefi su Unsplash)

L’intervista

Dottor Mainoldi, come si sta configurando l’attuale situazione della guerra in Sudan?

“Nel conflitto in Sudan appare sempre più evidente l’ingerenza di potenze straniere. Nonostante l’embargo proclamato dalle Nazioni Unite, continuano a giungere nel Paese flussi di armi che alimentano la guerra. Attualmente, le forze armate regolari stanno avanzando in alcuni settori e hanno riconquistato la capitale Khartum, verosimilmente con il supporto di Egitto, Arabia Saudita e Turchia, a cui, recentemente, si sarebbe aggiunto anche un sostegno da parte della Federazione Russa. Quest’ultima avrebbe richiesto l’apertura di una base militare a Port Sudan. Tale sviluppo è particolarmente rilevante, poiché fino a poco tempo fa Mosca, attraverso la compagnia Wagner, sosteneva le forze rivali delle RSF, le quali, secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, godrebbero attualmente del supporto degli Emirati Arabi Uniti. Il conflitto risulta dunque in una fase di progressivo allargamento, e il continuo afflusso di armi costituisce un fattore di ulteriore aggravamento dei combattimenti”.

Quali sono le maggiori difficoltà della popolazione civile sul fronte umanitario?

“Attualmente, gran parte della popolazione è sfollata o vive in condizioni estremamente difficili. La capitale, dove si concentra la maggior parte della cittadinanza, è stata teatro di guerra fino a pochi giorni fa. Gli equilibri rimangono quindi molto precari e la situazione umanitaria è drammatica. Lo scenario più grave si registra nella regione del Darfur, dove le condizioni sono disperate. La città di Al-Fashir, ad esempio, è controllata dalle forze armate sudanesi insieme ad altri gruppi paramilitari alleati, i quali, tuttavia, si trovano sotto assedio da parte delle RSF. In quella zona sono inoltre presenti diversi campi profughi, anch’essi circondati. In particolare, nel campo di Zamzam, che ospita oltre 500 mila rifugiati, si è verificato un vero e proprio massacro”.

Sudan (@Albina Andreeva su Unsplash)

In che modo la comunità internazionale sta intervenendo, o potrebbe intervenire, per far cessare i combattimenti?

“È necessario che le diverse potenze coinvolte nel contesto sudanese si confrontino per favorire l’avvio di un processo di pace duraturo. È opportuno ricordare che i due generali attualmente in conflitto erano inizialmente alleati nell’ostacolare l’instaurazione di un governo civile e, successivamente, si sono divisi per spartirsi il potere. Da quella frattura è scaturita la guerra civile. Dietro ai due schieramenti si collocano diversi attori esterni, portatori di interessi geopolitici ed economici in un Paese ricco di risorse naturali e dotato di una posizione strategica. Tali attori dovrebbero avviare un dialogo tra loro e fare pressione sui rispettivi alleati locali, al fine di giungere a un’intesa che, allo stato attuale, appare estremamente difficile”.

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