Storia di una famiglia afghana

La storia di disperazione e di rinascita di Ahmed, ragazzo afghano che con la sua famiglia ha vissuto sulla propria pelle entrambe le salite al potere dei talebani

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La bandiera dei talebani

“In questi 20 anni di presenza Nato, l’Afghanistan non è mai stato davvero libero dai talebani. Io e la mia famiglia lo sappiamo bene: per causa loro, siamo dovuti scappare dal nostro Paese più volte”.

A raccontare in esclusiva a In Terris un quarto di secolo di fughe precipitose, rientri in Patria e successive speranze infrante di poter vivere in un Paese libero e democratico… è Ahmed, nome di fantasia dietro il quale si cela un cittadino afghano di poco più di trent’anni.

La prima volta che scappò con la sua famiglia dall’Afghanistan aveva solo 6 anni. Erano gli anni ’90: i talebani avevano preso il potere con la forza. Oggi, venticinque anni dopo, non solo non è riuscito a tornare stabilmente a casa sua, in una cittadina vicino Jalalabad, al confine col Pakistan, ma i talebani dallo scorso 15 agosto hanno esteso la loro influenza (e le loro regole) a tutta la Nazione.

La mappa dell’Afghanistan. A destra di Kabul, la città di Jalalabad

Non è la prima volta che  gli “studenti” (questo il significato della parola Taleban, riferendosi allo studio del Corano, il testo sacro dell’Islam) prendono il potere con la forza. Già dichiararono l’Afghanistan “emirato islamico” nel 1996, dopo aver sconfitto, con l’aiuto del Pakistan i vari “signori della guerra” ubicati nelle grandi città afghane. Una volta al potere, i talebani imposero subito la loro interpretazione ultra-rigorosa della legge islamica. Il regime talebano durò dal 1996 al 2001, anno dell’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti, azione nata in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre in cui morirono 2977 persone.

“L’Afghanistan non è mai stato davvero libero dalla prepotenza e dall’influenza dei talebani, neppure quando erano presenti i contingenti Usa e Nato, dal 2001 al 2011”, rimarca Ahmed. “Questo è dovuto sia alla componente etnico-religiosa dell’Afghanistan, divisa in diverse etnie ostili tra loro, sia alla morfologia del Paese”.

La morfologia dell’Afghanistan

Il territorio dell’Afghanistan, Paese asiatico privo di sbocchi sul mare e prevalentemente montuoso (per l’80% ha un’altitudine compresa tra i 600 e i 700 m s.l.m.), è infatti dominato dall’Hindu Kush.

Questo formidabile bastione crea l’ossatura principale del Paese da nord-est a sud-ovest e, assieme alle catene minori che da esso dipartono, divide l’Afghanistan in tre regioni geografiche distinte, che grosso modo possono essere denominate alteterre centrali, pianure settentrionali e altopiano sud-occidentale. Le vie di comunicazioni sono pochissime e si diramano lungo le varie valli, incastrate tra le alte montagne.

“Le montagne – spiega Ahmed – sono un luogo sicuro per nascondersi e per fare incursioni armate nelle città e nei villaggi ubicati nelle zone pianeggianti. Dalle zone montane, i talebani non se ne sono mai andati, imponendo il loro giogo su una vasta fetta della popolazione civile; specie nella parte est dell’Afghanistan, quella che confina con il Pakistan, Nazione da sempre favorevole a un emirato talebano nel Paese”.

La cartina morfologica dell’Afghanistan, con i rilievi evidenziati in verde scuro e marrone

La caduta del Panshir rivela il vero volto dei talebani

Proprio il Pakistan sembra abbia aiutato nei giorni scorsi i talebani a far cadere l’unica sacca di resistenza rimasta nel Paese, la valle del Panshir.

La regione del Panshir, una lunga e stretta valle dell’entroterra afghano, è la terra natale di Ahmad Shah Massoud, il leader tagiko che resistette alle offensive sovietiche nel corso dell’invasione russa degli anni ’80. Fu anche una delle pochissime province afghane a non sottomettersi al primo dominio talebano, resistendo fino all’uccisione di Massoud e al successivo intervento militare statunitense del 2001.

Dopo la seconda conquista del potere da parte dei talebani avvenuta lo scorso agosto, la provincia è stata per settimane l’unica sede della resistenza anti talebana del Paese, fino alla caduta dello scorso 6 settembre.

La conquista e la gestione della valle ha acceso i riflettori sui metodi di governo degli studenti coranici, principalmente di etnia pashtun, sul resto della popolazione. Secondo quanto denunciato dal ministro degli esteri del Tagikistan, Sirojiddin Muhriddin, al summit di ieri sull’Afghanistan, i talebani avrebbero infatti dato il via alla rappresaglia armata, imprigionando e uccidendo un numero non noto di civili accusati di “ribellione”.

“I talebani – ha detto Muhriddin – hanno usato gli aerei nei loro attacchi nel Panshir con l’aiuto di Paesi terzi [presumibilmente il Pakistan, ndr] uccidendo un gran numero di tagiki. La comunità internazionale non è stata in grado per ben 20 anni di ristabilire l’ordine in Afghanistan”, ha rimarcato inoltre il ministro. Ora come allora, dunque, a rimetterci sono soprattutto gli abitanti inermi di uno dei Paesi più poveri del mondo.

Talebani alla conquista del Panshir

La storia di Ahmed

L’unica speranza per tante famiglie è la fuga verso Nazioni ospitanti democratiche. E’ quanto accaduto negli anni ’90 alla famiglia di Ahmed. Il padre lavorava come semplice operaio edile in una cava di pietra nell’est del Paese.

Un giorno, arrivarono i talebani a casa sua. Davanti a moglie e figli piccoli, lo picchiarono brutalmente e gli intimarono di versare loro il 50% del suo già misero stipendio. La cava, a loro dire, si trovava in territorio talebano, dunque se voleva vivere lì doveva pagare quella specie di ‘pizzo’.

L’uomo, per tutta risposta, prese la famiglia e scappò in Iran. Lì la vita da rifugiato non fu semplice. i suoi figli, non essendo iraniani, non potevano andare a scuola. Ahmed riuscì a ricevere solo un anno di istruzione con dei corsi serale durante i quali imparò a leggere e scrivere. Il padre faticava a tirare su uno stipendio per sfamare cinque bocche.

Ahmed, crescendo, è tornato più volte in Afghanistan, Nazione formalmente protetta dai contingenti Nato. Ma è dovuto sempre scappare via, perché abita in una zona montuosa rimasta in mano ai talebani, come la maggior parte delle zone montane del Paese. I talebani sono una forza non solo armata, ma anche numerica. Vuoi per fede, vuoi per paura, sono tanti gli afghani diventati talebani; sono riconoscibili dalle tipiche tuniche degli uomini e dal burka integrale delle donne.

Nella città di Ahmed, i talebani sono circa la metà della popolazione locale. Troppi per potersi opporre, specie considerando che Ahmed era disarmato. Così, dopo numerose nuove intimidazioni, decide di ripartire per l’Iran dove a 18 anni si sposa e mette al mondo 4 bambini, tutti cresciuti da profughi in terra straniera. Il lavoro langue e il governo iraniano – formalmente sconfitti i talebani dagli americani – chiede ad Ahmed di lasciare l’Iran.

Ma lui sa che buona parte dell’Afghanistan è e resterà per anni sotto il dominio talebano, almeno la zona est del Paese dove lui vive. Inizia così una lunga odissea in diverse Nazioni, dalla Germania alla Francia, dall’Irlanda all’Iran. Ovunque viene scacciato perché l’Afghanistan, ufficialmente, è un Paese libero sotto la protezione della Nato.

Immagine realizzata dall’artista afghana Shamsia Hassani

In Italia rinasce la speranza

Ahmed sa di non poter portare la sua famiglia in Afghanistan, dove vivrebbero sotto l’oppressione dei talebani e dove sua moglie e i suoi bambini verrebbero costretti a restare chiusi in casa, senza possibilità di andare a scuola o di lavorare. Un futuro fatto di paura e solitudine. Ma la speranza rinasce in Italia, dove Ahmed arriva dopo l’ennesimo tentativo di lasciare definitivamente l’Iran.

In Italia, anche grazie all’aiuto della Chiesa Cattolica, ha trovato un’associazione umanitaria che l’ha accolto in una struttura per rifugiati. Ha trovato una casa e un lavoro. Ma soprattutto ha ritrovato la speranza di poter riabbracciare la sua famiglia, dopo 25 anni di peregrinazioni, in una terra di pace.

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