Sport e inclusione sociale: il campionato dei quartieri a Palermo

Lo sport come “maestro di vita”. L’educatrice di Comitato Addiopizzo Noemi Di Franco parla a Interris.it del torneo “Calciando in rete” e delle attività di inclusione sociale dell’associazione

A sinistra: un momento del campionato "Calciando in rete". A destra: Noemi Di Franco, educatrice Comitato Addiopizzo. Foto gentilmente concesse.

La palla rotola da una parte all’altra di un campetto da calcio, passando tra i piedi di un gruppo di ragazzini in cerca del gol. Alla fine della partita chi avrà vinto probabilmente sarà più felice di chi avrà perso, ma oltre l’esito sportivo conta qualcos’altro. Il divertimento sano, il tempo trascorso in compagnia dei coetanei, il rispetto delle regole del gioco sono i veri “tre punti” del torneo di calcio popolare “Calciando in rete”, la manifestazione sportiva che coinvolge i centri di aggregazione giovanile di Palermo a cui partecipa anche il Comitato Addiopizzo, movimento antiracket e antimafia nato nel capoluogo e nel giro di vent’anni diffuso in tutta la Sicilia. “E’ un’occasione per veicolare i nostri valori in modo ludico e informale”, dice a Interris.it Noemi Di Franco, educatrice dell’associazione, “grazie al calcio, i bambini imparano a confrontarsi con i pari, a valorizzare lo spazio pubblico e a rispettare le regole”.

Il campionato dell’aggregazione

Lo sport dal basso si diffonde nei quartieri popolari e fa incontrare la Palermo delle periferie con quella del centro storico, i bambini e gli adolescenti del quartier Zen e del Centro di espansione periferica (Cep) e quelli di Ballarò e della Kalsa. L’iniziativa, partita nel 2004, è organizzata dalle associazioni San Giovanni Apostolo Onlus, Santa Chiara e Laboratorio Zen Insieme, permette ai centri associativi e aggregativi del capoluogo siciliano di fare rete per promuovere la socializzazione e la partecipazione all’interno di spazi dove giocare e fare sport gratuitamente. “Non ci sono tanti luoghi per attività simili accessibili a tutti, per cui queste attività aiutano a far avvicinare i bambini e le bambine allo sport”, commenta Di Franco.

Occasione educativa

Casacca blu e pantaloncini bianchi sono la “divisa” della squadra di Addiopizzo che scende in campo nella ventiduesima edizione del torneo. Quest’anno l’associazione “schiera” la categoria dei ragazzi dagli 11 anni in su, ventidue iscritti in un gruppo che conta una quarantina di giovani e giovanissimi della Kalsa. “Per loro è l’opportunità di giocare e conoscere persone di altri quartieri, ma anche confrontarsi eventualmente con una sconfitta ed elaborare piccole frustrazioni. Un’occasione educativa importante in contesti di marginalità sociale”. L’attività sportiva, doppio appuntamento settimanale con due allenatori nella palestra dell’Istituto comprensivo Borsellino, rientra infatti nel più ampio ambito di intervento dell’associazione dedicato all’inclusione sociale, che prevede anche supporto scolastico ed iniziative culturali.

La squadra di Comitato Addiopizzo. Foto gentilmente concessa.

L’alfabeto emotivo

La vocazione originaria di Addiopizzo è la denuncia dei ricatti e delle estorsioni perpetrati dalla criminalità organizzata, per cui occorrono presenza e ascolto sul territorio. Le richieste che salgono dalle famiglie del quartiere chiedono di seguire i loro figli, per aiutarli con i compiti e offrirgli alternative migliori ai pomeriggi in casa davanti agli schermi o in strada, data la carenza di spazi aggregativi, con il rischio di venire a contatto con le attività illecite. “Fenomeni di devianza giovanile possono nascere dalla noia, dal sentirsi cittadini di ‘serie B’, dalla frustrazione di non avere luoghi per sfogarsi, anche fisicamente, dalla mancanza di un alfabeto emotivo”, spiega con una metafora calcistica l’educatrice, “le nostre iniziative cercano sia di prevenire quelle sensazioni e di trasmettere ai ragazzi e ai loro genitori il valore dei loro diritti, che di tornare a far vivere gli spazi del quartiere”.

Il rispetto

Il gioco è una cosa seria perché va fatto seguendo le regole. Un calciatore in campo, così come un cittadino all’interno del vivere civile, non deve avere comportamenti scorretti. “Vogliamo far capire ai ragazzi che ‘giocare secondo le regole’ non è una cosa noiosa, anzi rappresenta un arricchimento personale perché insegna a rispettare sé stessi e gli altri”, continua Di Franco, “ed è importante per contrastare quei casi di prevaricazione e prepotenza tra i giovani che spesso nascono per motivi futili”. La “cultura della cura” che si trasmette nelle attività educative non dimentica l’ambiente: “I bambini che erano abituati a gettare le cartacce per terra, dopo averci visto pulire il campetto e raccogliere la spazzatura, hanno capito. Adesso loro per primi rimproverano chi butta qualcosa dove capita”. “Questi sono piccoli semi che piantiamo per farli fiorire anche al di fuori delle nostre attività”, conclude Di Franco. Anche lo sport è un maestro di vita.

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