Inclusione attraverso lo sport. La presentazione dell’evento che si terrà domani e domenica a Roma è avvenuta nella sala del Carroccio a Palazzo Senatorio in Campidoglio. Da un quinquennio il progetto Mixar vede la Federazione italiana rugby impegnata al fianco dell’Ue per aumentare l’inclusione sociale attraverso la pratica sportiva. Parte fondante dell’iniziativa è il programma di formazione per allenatori finalizzato a promuovere il modello Mixed Ability, fondato sull’interazione di atleti di tutte le abilità nel gioco del rugby a pieno contatto. con l’obiettivo di rendere sempre più accessibile e praticabile lo sport. Da parte loro i club del rugby nazionale hanno dimostrato una particolare sensibilità verso i progetti in grado di ampliare l’inclusione dei partecipanti. Così da rimuovere le barriere poste tra loro e la normale pratica sportiva. Attraverso la partecipazione al Bando Erasmus della Comunità Europea, da cui il progetto Mixar è sostenuto, è stata data evidenza al valore dell’inclusione nello sport. Sviluppando un modello di coaching che possa non solo favorire l’inclusione, ma anche ampliare la visione e le competenze dei tecnici coinvolti. Spiegano i promotori: “Nessun gioco più del rugby ha la capacità di trascendere quelle che nella vita di tutti i giorni sono considerate barriere difficilmente superabili”. Una visione in grado di “superare tali barriere e di farlo attraverso la condivisione ed il gioco di squadra da parte di tutte le entità coinvolte nel progetto Mixar“. inoltre dal 2017 è attiva una convenzione con Special Olympics Italia, al fine di rendere accessibile la pratica del rugby anche ai Team Special e la partecipazione ai Giochi Olimpici Special. Ampliando così le possibilità di inclusione.

Sport e inclusione
Scatta domani, dunque, la seconda edizione del Torneo “Natale di Roma” di Rugby Mixar (Mixed Ability Rugby). La disciplina rappresenta uno dei più avanzati esempi di sport inclusivo a livello nazionale e internazionale. Il torneo si svolgerà nelle giornate del 18 e 19 aprile presso l’impianto di Via Flaminia 867 a Roma. Lo scopo è quello di celebrare la diversità e promuovere l’inclusione sociale attraverso lo sport. Coinvolgendo atleti con e senza disabilità in un contesto di piena integrazione, rispetto e condivisione. Al termine del Regina Caeli del Lunedì dell’Angelo, Leone XIV aveva rivolto un pensiero “a quanti in diverse parti del mondo partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace”. Rinnovando “l’appello perché lo sport con il suo linguaggio universale di fraternità sia luogo di inclusione e di pace”. Poi incontrando in Vaticano i partecipanti ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026, Leone XIV ha osservato che la filosofia del “vincere senza umiliare” e della sconfitta “senza perdere sé stessi” si applica anche alla politica e alle relazioni tra popoli. Il Pontefice, quindi, ha messo in guardia dalla tentazione della “prestazione a ogni costo” che può condurre al doping, e dalla logica del profitto “che trasforma il gioco in mercato. Il limite, riferisce Vatican news, come “luogo di rivelazione”. Lo sport diventa così uno spazio che sfida un mondo segnato da rivalità che “sfociano in guerre devastanti”, svelando possibilità di infrangere la logica della violenza per aprirsi a quella dell’incontro. Un linguaggio universale che insegna a vincere senza umiliare e a perdere senza smarrire sé stessi. Infatti “le prestazioni atletiche non si riducono a meri corpi in movimento”. Sono secondo Robert Francis Prevost, “storie di sacrificio, disciplina e tenacia”. In particolare “le competizioni paralimpiche mostrano come il limite possa rivelare qualcosa di nuovo”.

Oltre ogni ostacolo
“Non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete diventati biografie che ispirano moltissime persone”, precisa Leone XIV che si sofferma poi sull’affiatamento dimostrato durante i Giochi, memoria del fatto che “nessuno vince da solo”. Ogni vittoria, infatti, coinvolge non solo l’atleta, ma anche famiglie, squadre, allenamenti intensi, pressione e solitudine. Spesso è proprio in questi momenti che Dio si rivela, come canta il salmista: “Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato”. Altra componente essenziale dello sport, evidenzia il Pontefice, è una “spiritualità salda”, forma “feconda di educazione” che contribuisce alla maturazione del carattere. Dallo sport si impara a conoscere il proprio corpo senza idolatrarlo, a governare le emozioni. A competere senza perdere il senso della fraternità. Ad accogliere la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza. Mente e corpo, dunque, unite in una pratica che deve restare profondamente “umana”. Una “scuola”, secondo Robert Francis Prevost, in cui si apprende il vero senso del successo, fatto di “qualità delle relazioni”, “stima reciproca” e “gioia condivisa nel gioco”, non dell’”ammontare dei premi”. Questa è la “vita in abbondanza” della quale parla il Vangelo. Una vita piena di senso, una vita in cui corporeità e interiorità trovano armonia. Ma ogni prestazione sportiva porta anche con sé “tentazioni”, puntualizza Leone XIV. Inclusa quella della “prestazione a ogni costo” che può portare a pratiche di doping. Poi quella del profitto, che svende il gioco alle logiche di mercato e trasforma “lo sportivo in divo”. Ma anche la “spettacolarizzazione” che riduce “l’atleta a un’immagine o a un numero”. Di fronte a tutto questo, gli sportivi sono esortati dal Pontefice a essere testimoni. Gareggiare senza odiarsi, vincere senza umiliare, perdere senza perdersi. E questo vale anche oltre lo sport. Nella vita sociale, nella politica, nelle relazioni tra i popoli. Perché lo sport, se vissuto bene, “diventa un laboratorio di umanità riconciliata, dove la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza”, insegna Leone XIV.

