La Somalia, da decenni, si trova al centro di una crisi complessa e multidimensionale, in cui instabilità politica, fragilità istituzionale ed emergenze umanitarie si intrecciano in modo profondo. Il Paese continua a fare i conti con le conseguenze di un lungo conflitto interno, con la difficoltà di costruire uno Stato funzionante e con le tensioni generate da un sistema federale ancora incompiuto. A tutto questo si aggiungono la minaccia persistente dei gruppi armati, le divisioni territoriali e le ingerenze di attori regionali e internazionali, spesso portatori di interessi divergenti. Interris.it, in riguardo alla situazione attuale della Somalia, ha intervistato monsignor Giorgio Bertin, vescovo emerito di Gibuti e già amministratore apostolico di Mogadiscio.
L’intervista
Eccellenza, qual è l’attuale situazione geopolitica della Somalia?
“La situazione della Somalia è quella di un Paese che stenta a ridarsi istituzioni capaci di governare e di servire il proprio popolo. Questa difficoltà ha anche una ragione precisa: da anni è stata istituita una forma di governo cosiddetta federale e questo ha generato continue tensioni tra il cosiddetto governo centrale, che ha poca forza, e i governi locali, in modo particolare alcuni Stati federali. A ciò si aggiunge il problema della ribellione islamista degli Shabab, che continua a esistere e a creare gravi difficoltà. Si dice che nel centro-sud del Paese controllino almeno un terzo delle zone rurali. Ultimamente si è poi aggiunto il problema della cosiddetta Repubblica del Somaliland, tornata di attualità dopo il riconoscimento da parte di Israele. Tutta questa turbolenza, a livello istituzionale, fa sì che le varie istituzioni somale, facciano fatica a operare davvero per il bene della propria popolazione, che rimane, direi almeno al 90 per cento, priva dei servizi di base e di quella pace che permetterebbe di ricostruire una Somalia migliore, una Somalia che possa essere davvero casa per i suoi abitanti. A questo si sommano le molte interferenze e alleanze di diverse nazioni: gli Emirati Arabi, la Turchia, la vicina Etiopia, il Kenya e gli Stati Uniti. Ci sono numerose ingerenze che, a mio parere, sono scoordinate tra loro oppure mirano a tutelare interessi propri, al di là dell’interesse della Somalia e, soprattutto, della popolazione civile”.
In che modo tutto questo incide sulla vita quotidiana della popolazione civile, già segnata da povertà e crisi umanitarie ricorrenti?
“Incide innanzitutto sul piano della sicurezza, che è praticamente assente. Inoltre, ci sono almeno tre o quattro milioni di sfollati che non vivono più nelle loro terre e mancano i servizi essenziali. Esiste poi una molteplicità di università, di medici e di ospedali che però presentano fortissime carenze e che, più che servire la popolazione, finiscono spesso per non supportarla, ma anzi direi per sfruttarla”.
Lei è stato missionario e vescovo per lunghi anni in Somalia: guardando al futuro, quali sono i suoi auspici per il Paese e per la popolazione civile?
“I miei auspici sono che sorga, all’interno della popolazione somala e in particolare nella sua leadership intellettuale ed economica, un vero senso di patria e di patriottismo teso alla salvaguardia del bene comune: la capacità di amare, al di là degli interessi personali o di clan, l’idea di appartenere a un solo popolo e quindi di collaborare tra loro, condividendo i beni che esistono. Perché un po’ di beni ci sono, non è vero che manchino del tutto, ma sono beni che molti considerano solo per sé stessi o che vogliono sfruttare a titolo individuale o clanico. L’auspicio è anche di tipo istituzionale: che la comunità internazionale non dico che si dia una mossa, ma che viva una sorta di conversione, per andare incontro ai desideri della popolazione somala, e che ci sia un maggiore coordinamento, non per sfruttare la Somalia, ma per rimetterla in piedi”.

