Smartphone e Isolamento, prof. Lavenia: “Vietare non basta, gli adulti devono dare il buon esempio in famiglia”

Il 60% dei bambini tra i 2 e 3 anni usa già lo smartphone, con gravi rischi di miopia, decadimento cognitivo e dipendenza dopaminergica. Secondo Giuseppe Lavenia (Di. Te.), gli adulti devono recuperare i momenti sociali in famiglia, spegnendo gli schermi

Giuseppe Lavenia, Presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo (foto: Francesco Vitale)

Le dipendenze digitali non sono semplici cattive abitudini, ma meccanismi che imitano le dipendenze da sostanze. Il digitale diventa una “stampella emotiva” quando subentrano sintomi come ansia e irritabilità se interrotti, isolamento e perdita di interesse per la vita reale. Questi segnali, che includono alterazioni del sonno e calo del rendimento, culminano nella “perdita di sé”: si rischia di confondere la connessione digitale con il vero contatto umano. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Lavenia, Presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo.

L’intervista

Professore, i dati sull’uso precoce degli smartphone tra i bambini sono allarmanti. Qual è esattamente lo scenario che state osservando?

“I dati ci dicono che stiamo creando sempre più “bambini digitalmente modificati”. Le nostre ricerche recenti mostrano che il 60% dei bambini tra i due e i tre anni ha già in dotazione uno smartphone. Di questo 60%, oltre la metà lo usa per almeno un’ora al giorno, e il restante per più di due ore. Stiamo iper-digitalizzando i nostri figli sin da piccolissimi, e questo avrà un impatto significativo sulla loro vita adulta”.

Quali sono i rischi più immediati di questa iper-digitalizzazione, non solo a livello emotivo ma anche fisico?

“L’impatto è drammatico su diversi fronti. Innanzitutto, li abituiamo a gratificazioni istantanee, inserendoli precocemente nel meccanismo della dipendenza dopaminergica. Questo non è solo emotivo o relazionale: abbiamo ricerche che dimostrano che bambini di 4-5 anni presentano già miopie che ci aspetteremmo di trovare in persone di 70-80 anni. L’uso continuo dello schermo affatica e porta a un decadimento che non è solo cognitivo, ma anche fisico”.

Foto di Edar da Pixabay

Lei parla anche di un rischio di isolamento e disumanizzazione. Come si manifesta questo aspetto relazionale?

“Il digitale, specialmente i social e le chat, lavora sulle emozioni, ma queste emozioni faticano a trasformarsi in sentimenti. Questo ci rende meno capaci di cogliere lo stato d’animo dell’altro e, di conseguenza, di emettere comportamenti empatici e solidali. Ci porta a preferire la vita mediata e quindi all’isolamento sociale volontario. La perdita del contatto con la realtà circostante è proprio uno dei meccanismi tipici delle dipendenze”.

Per le famiglie, la sfida è duplice: vietare l’uso è difficile quando poi a scuola o nel gruppo sociale il telefono è richiesto. Come si può gestire questa situazione complessa?

“Non è sufficiente vietare, bisogna educare, e l’educazione parte dal dare il buon esempio. Noi adulti siamo un pessimo esempio: chiediamo ai ragazzi di non usare lo smartphone ma siamo i primi ad averlo sempre in mano. I ragazzi imparano per osservazione. Un’indagine su quasi 20.000 studenti ha mostrato che il 46% dei genitori risponde “un attimo” quando un figlio chiede qualcosa, perché è al telefono. Dobbiamo darci regole chiare affinché il digitale non diventi un elemento che ci sconnette dalle persone che abbiamo in casa”.

Quali sono i consigli pratici per i genitori per coltivare “stili di vita sani” e non soccombere alla tecnologia?

“Dobbiamo ripartire dal buon esempio e dai momenti comunitari. Propongo una provocazione: colazione, pranzo e cena tutti senza smartphone. Questi momenti di socialità sono stati spenti e vanno recuperati. Spegnere gli schermi nei momenti comunitari e tornare al contatto vero aiuta i giovani a diventare adulti sani, capaci di empatia e di non cedere alla logica della dipendenza e dell’alienazione”.

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