Dal 18 al 25 gennaio si celebra la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani. Il tema: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4,4). Un appuntamento che quest’anno assume un significato particolare, all’indomani del Giubileo. Ne parliamo con Don Philip Goyret, professore ordinario di ecclesiologia della facoltà di teologia presso la Pontificia Università della Santa Croce.
L’Intervista
Professore, qual è oggi il significato profondo di questa settimana nel contesto ecumenico attuale?
“Questa settimana vanta una tradizione secolare e rappresenta una scelta forte verso l’ecumenismo spirituale. Il messaggio centrale è che l’unità della Chiesa non è un prodotto umano, qualcosa che costruiamo noi negoziando concessioni reciproche. L’unità è un dono che viene dall’alto. La preghiera è l’unico modo per ottenere i doni di Dio; non è una “scappatoia” perché non sappiamo metterci d’accordo, ma la consapevolezza che solo Dio può ripristinare la comunione”.
Il tema scelto per il 2026 è tratto dalla Lettera agli Efesini: “Uno solo è il corpo, uno solo è lo spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”. Perché questa scelta è così attuale?
“La trovo una scelta “indovinata” e lungimirante. Abbiamo appena chiuso un anno giubilare dedicato alla speranza, la virtù del pellegrino. Per camminare verso l’unità serve una certezza: sapere da dove veniamo e dove andiamo. La speranza è proprio questo consenso sul traguardo comune. Più facciamo spazio allo Spirito Santo, più ritroveremo l’unità del corpo”.
Quali sono le sfide più urgenti che le diverse confessioni — cattolici, ortodossi, anglicani, luterani — devono affrontare in questo cammino comune?
“La sfida principale è la secolarizzazione, che ci sta aggredendo tutti, a Oriente come a Occidente. Di fronte a questo “nemico comune” rischiamo di cedere alle logiche del mondo o della politica. Invece, la soluzione è rafforzare l’identità cristiana: quando essa è salda, l’unità cresce perché l’identità di Cristo è unica. Se ci schieriamo con il potere temporale o con la politica, frammentiamo la comunità; se restiamo fedeli all’essenziale cristiano, il dialogo diventa autentico”.
In che modo i cristiani possono vivere attivamente questa settimana per dare un segnale anche al mondo esterno?
“Dobbiamo tornare alle radici. In primo luogo alle radici bibliche ed ebraiche: la storia di Israele è la nostra storia e l’abbiamo dimenticato troppo spesso. In secondo luogo, dobbiamo tornare all’essenziale dei Vangeli: Cristo è morto e risorto per tutti. Questo ritorno all’essenziale deve avere un “effetto trascinante” sull’umanità”.
Il 2026 è iniziato in un clima di forti tensioni internazionali. Quale messaggio può lanciare l’unità dei cristiani oggi?
“Siamo partiti male, tra guerre che finiscono e altre che iniziano. Dobbiamo darci una mossa. I cristiani devono dare l’esempio: se torniamo all’essenziale ritroviamo l’unità. Questo vale anche per l’umanità intera: non possiamo lanciarci missili, siamo un’unica famiglia umana dove il bene dell’uno è il bene dell’altro. L’ecumenismo è, in fondo, una testimonianza di pace per il mondo intero”.

