Dalla Basilica di Santa Maria sopra Minerva, il Priore fra Fabrizio Cambi riflette sul cuore pulsante del Triduo Pasquale: la Lavanda dei piedi. In questo dialogo, il religioso domenicano scardina l’idea di una semplice “coreografia liturgica”, restituendo al gesto del Giovedì Santo la sua natura di prima e più potente forma di predicazione di Cristo.
Attraverso il richiamo alla missione dell’Ordine dei Predicatori e alla dottrina di San Tommaso d’Aquino, Fra Fabrizio spiega perché l’annuncio della salvezza non può prescindere dal “farsi servi”, trasformando il catino e l’asciugatoio in uno stile di vita quotidiano. Un’analisi profonda che lega la liturgia del servizio all’amicizia con Dio, indicando la via per abitare le solitudini e le periferie esistenziali del nostro tempo con uno sguardo nuovo.
L’Intervista
L’Ordine Domenicano ha come missione la Salus Animarum attraverso la parola. In che modo, però, il gesto della Lavanda dei piedi può essere considerato la prima e più potente forma di “predicazione” di Gesù? È possibile annunciare il Vangelo oggi senza passare per questo atto di umiltà?
San Domenico volle un Ordine interamente dedito alla predicazione, ma intendeva una missione accompagnata dall’esempio di una vita santa, sul modello apostolico. Il gesto compiuto da Gesù fu a tutti gli effetti una delle forme più significative di annuncio della Verità, realizzata attraverso il suo stesso corpo. Tuttavia, dobbiamo ricordare che la forma più alta di “predicazione” di Gesù, prefigurata proprio dal catino e dall’asciugatoio, fu la sua Passione e morte in croce. Il Concilio Vaticano II ci insegna che la Rivelazione avviene gestis verbisque: i gesti manifestano le parole e le parole illustrano i misteri contenuti nei gesti. Poiché la Chiesa deve proseguire la missione di Cristo, è semplicemente inimmaginabile annunciare il Vangelo senza quell’umiltà a cui il Signore ci richiama con questo esempio eloquente.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù compie un atto che spettava agli schiavi, spiazzando i discepoli. Dal suo punto di vista di religioso, come interroga oggi questo gesto chi ricopre ruoli di guida o autorità nella Chiesa e nella società?
La Lavanda dei piedi è un segno cardine nelle comunità religiose fin dall’antichità. Basti pensare che le regole monastiche, come quella benedettina, prevedevano che fosse l’abate stesso a lavare i piedi agli ospiti. Questo gesto ricorda a chi guida che il suo compito è anzitutto un servizio (il binomio servo-servizio è inscindibile) per il bene della comunità. Ma è anche un annuncio per chi viene accolto: attraverso un atto così umiliante per chi lo compie, l’ospite è invitato a contemplare Cristo che desidera incontrarlo e salvarlo servendosi di un amico. Nella spiritualità domenicana, questo non è solo un rito annuale del Priore, ma deve estendersi a ogni gesto di servizio gratuito nella “complessa” quotidianità della vita fraterna.
L’evangelista introduce l’Ultima Cena dicendo che Gesù “li amò sino alla fine”. Perché la Chiesa ha scelto proprio il segno dell’acqua e dei piedi per manifestare questo amore estremo nel Giovedì Santo? C’è un legame con il cammino del discepolo?
La liturgia non è una semplice commemorazione, ma un memoriale: ciò che Gesù ha fatto duemila anni fa si compie ancora oggi nel mistero. La Chiesa non “inventa” i suoi riti, ma rende presente l’atto di oblazione che Gesù ha vissuto in ogni istante della sua esistenza. La simbologia dell’acqua richiama certamente la purificazione e il cammino del discepolo, evocando la necessità di accostarsi rinnovati e purificati al mistero dell’Eucaristia. È il segno di un Dio che si china sulla polvere del nostro cammino per renderci degni della Sua tavola.
Spesso riduciamo la Lavanda dei piedi a una suggestiva coreografia liturgica annuale. Quale “esercizio spirituale” suggerirebbe ai fedeli perché questo gesto diventi uno stile di vita costante verso le periferie esistenziali e le solitudini di oggi?
La risposta è meno scontata di quanto sembri: la vita cristiana non è primariamente uno sforzo umano per “imitare” Gesù con i nostri soli propositi. Consiste piuttosto nel vivere l’amicizia che Lui ci offre: «Non vi chiamo più servi, ma amici». San Tommaso d’Aquino insegna che tra amici si instaura un’unità di intenti. Vivere quotidianamente lo stile della Lavanda dei piedi non è dunque un esercizio di volontà, ma una conseguenza della fede. Il vero “esercizio spirituale” è conoscere il Signore attraverso la Sua Parola, nutrirsi di Lui nell’Eucaristia e incontrarlo nel Suo Corpo mistico, la Chiesa. Solo se siamo affascinati dal Suo volto mite e gioioso, il servizio verso gli altri diventerà un riflesso naturale della nostra unione con Lui.

