Schiavitù, Ramonda (Apg23): “Italia ed Europa siano un faro luminoso per tutte le culture”

Nella Giornata Internazionale di Commemorazione delle vittime della schiavitù e della Tratta Transatlantica degli Schiavi, In Terris ha intervistato il presidente dell'Apg23, Paolo Ramonda

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Il fenomeno della schiavitù è un problema mondiale. Questa parola, evoca nella nostra mente l’immagine di persone incatenate a dei ceppi, ai trasferimenti via nave da un continente all’altro, soprattutto si pensa alla deportazione di centinaia di africani verso le Americhe, tra il XVI e il XIX secolo. Costretti a vivere in condizioni disumane, incatenati nelle stive delle navi, in totale assenza di igiene, molti schiavi morivano durante il viaggio; altri, dopo essere riusciti a liberarsi preferivano suicidarsi lanciandosi in mare piuttosto che andare incontro a una vita senza libertà. Sono passati oltre 150 anni da quando gli Stati Uniti hanno vietato il commercio di esseri umani, ma la schiavitù esiste ancora.

Il 25 marzo, si celebra la Giornata Internazionale di Commemorazione delle vittime della schiavitù e della Tratta Transatlantica degli Schiavi, evento istituito dall’Onu con la risoluzione A/Res/62/122. Secondo il “The Global Slavery Index Report 2018” – rapporto redatto in base alle stime della Walk Free Foundation, dell’International Labour Organization (Ilo) e dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) – circa 40,3 milioni di uomini, donne e bambini sono stati vittime del fenomeno. Per capire chi sono oggi i nuovi schiavi, come combattere questa piaga, In Terris ha intervistato Giovanni Paolo Ramonda, presidente dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi.

L’intervista

Presidente, quali sono le schiavitù moderne?
“Le schiavitù moderne sono quelle che molte volte sono provocate dagli uomini su altri uomini. Pensiamo al flagello delle molte guerre che, in questi giorni a causa della pandemia causata dal coronavirus, vengono messe in secondo piano. E’ una vera schiavitù che coinvolge milioni di donne, uomini, bambini, che si trovano sotto i bombardamenti. Ci sono altre schiavitù come quella di tanti bimbi, costretti a lavorare fin da piccolissimi, alcuni vengono uccisi per prelevare i loro organi. Poi c’è quella delle donne che sono costrette a vendere il loro corpo. E’ necessario un sussulto di umanità, di giustizia. La giustizia deve fare la sua parte con norme che da un lato tutelino i bambini, le donne, le famiglie, mentre dall’altro puniscano severamente quelli che tengono in schiavitù altre persone”.

Perché il mondo ha bisogno di una giornata per ricordare le vittime della schiavitù?
“Queste giornate sono importanti perché mettono davanti agli occhi, al cuore, all’intelligenza e alla cultura, quello che è accaduto e che continua ad accadere. Però, una giornata non è sufficiente. Bisogna che ognuno acquisisca consapevolezza e la porti là nel suo ambiente di lavoro, nei gruppi di incontro; bisogna ripartire dal ‘decalogo dell’amore’, quelle regole di vita che il buon Dio aveva dato al popolo di Israele, in particolare dal comandamento: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. Se il mondo capirà questo linguaggio nuovo, potrà sopravvivere perché risponde alla chiamata di colui che lo ha creato e voluto”.

C’è abbastanza sensibilizzazione su questa tematica oggi?
“Certamente, molto di più rispetto a dieci anni fa, quando sulla prostituzione con molta leggerezza si affermava che è ‘il mestiere più antico del mondo’. Grazie anche all’azione profetica di Papa Francesco che richiama continuamente al dramma della tratta degli esseri umani, il mondo si sta risvegliando e prendendo consapevolezza. Una rivoluzione vera ci sarà quando ognuno di noi cambierà il suo modo di vivere”.

Cosa potrebbero fare di più il nostro governo e l’Europa per abolire definitivamente la schiavitù?
“Dovrebbero fare delle leggi che permetta ad ogni bambino di avere una famiglia, un’istruzione adeguata, essere seguito, avere le cure sanitarie, possa fare sport, coltivare la dimensione religiosa. Devono puntare sul bene, sul positivo per costruire una civiltà dell’amore e in un’economia di condivisione. Se si cresce in questa cultura, se si rimette al centro l’essere umano, l’Italia e l’Europa potranno essere un esempio, un faro luminoso per tutte le culture”.

Parliamo dell’emergenza Covid-19. Perché come comunità avete scelto di riconvertire un hotel a ospedale?
“Perché la nostra associazione è attenta alle nuove povertà. Oggi i nuovi poveri sono queste persone che sono infettate, considerati quasi dei nuovi lebbrosi. Hanno diritto di essere accompagnati, curati, seguiti, sostenuti. Noi siamo molto contenti che questo albergo, che nel corso degli anni ha dato ospitalità a tanti disabili, ma anche a molti turisti, ed è molto bello che altrettanti possano essere al servizio di queste persone che sono veramente in difficoltà. Ancora una volta è una risposta alle nuove povertà, ai poveri di questo momento”.

Vuoi lanciare un appello alle istituzioni?
“Dobbiamo fare in modo che questa emergenza che stiamo attraversando non sia solo una crisi di morte, ma diventi una crisi di vita che ci renda più uniti, solidali. Quando tutto sarà finito, non lasciare sole le persone ma ritornare a dare lavoro a chi lo ha perso. Senza un impiego la dignità umana si perde. Le schiavitù si riducono quando ogni essere umano può trasformare in frutto i suoi talenti, partecipare al bene comune e mantenere la propria famiglia. In questo modo ci troveremo davanti un uomo libero che può costruire una società migliore”.

 

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