Gli scenari in Medio Oriente, l’analisi di Marco Di Liddo

Per capire qual è stata la portata del bombardamento statunitense ai siti nucleari iraniani e quali scenari si possono aprire, Interris.it ha intervistato il direttore del Centro studi internazionali (Ce.S.I.)  Marco Di Liddo

Nell'immagine: a sinistra , a destra il direttore del Ce.S.I. Marco Di Liddo (foto Ce.S.I..)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva dichiarato che entro due settimane avrebbe deciso se attaccare o meno l’Iran e nella notte tra sabato 21 e domenica 22 giugno23 l’operazione “martello di mezzanotte” si è abbattuta su diversi siti strategici iraniani.  “La portata militare del bombardamento aereo statunitense e il danno strutturale sono stati importanti”, dice a Interris.it il direttore del Centro studi internazionali (Ce.S.I.) Marco Di Liddo. Tra gli obiettivi colpiti dagli oltre 120 velivoli coinvolti ci sono i tre siti nucleari, tra cui quello sotterraneo di Fordow, raggiungibile solo con le cosiddette bombe ‘bunker buster’, capaci di andare in profondità, equipaggiabili sui bombardieri B-2 Stealth.

Direttore, che impatto ha avuto l’intervento americano sul programma nucleare di Teheran?

“E’ un’azione che può aver compromesso in maniera significativa il processo di arricchimento iraniano. Fonti iraniane abbastanza affidabili, in attesa di conferma, sostengono che il materiale arricchito sia stato spostato da tempo per evitare di perderlo definitivamente. Non sappiamo quanto materiale ed expertise Teheran abbia messo già in sicurezza, né per quanto tempo lo sarà”.

Oltre alla portata militare, qual è il messaggio dell’operazione Usa?

“Il significato dell’azione americana è che il sostegno a Israele continua. Non è detto sia il loro ultimo attacco, ma a Washington c’è ancora reticenza a mandare gli uomini sul terreno col rischio di scatenare un’escalation incontrollata nella regione. I sostenitori del presidente Trump, i Maga, chiedono interventi limitati, chirurgici, a differenza dei repubblicani che vorrebbero rovesciare il regime degli ayatollah e dei pasdaran”.

Trump ha detto “ora pace o sarà tragedia”. Cosa intende per pace?

“Il presidente Usa è molto bravo a utilizzare una retorica evocativa ma finora i risultati raccolti in politica non rispecchiano le sue dichiarazioni, per cui con questo attacco voleva mostrare qualcosa a tutto il mondo. Gli Stati Uniti hanno detto che il cambio di regime non è il loro obiettivo, perché servirebbero dei fattori che al momento non ci sono. Per esempio, ribelli da sostenere militarmente, politicamente e finanziariamente, nella sfida al regime. Ma finora non se ne vedono. Inoltre, ci sarebbe da accompagnare il processo di transizione per evitare situazioni di anarchia che potrebbero contagiare la regione”.

Netanyahu ha invitato gli iraniani a sollevarsi contro il regime

“E loro idea di regime change. Se scoppiasse l’anarchia, non andrebbero lì con un loro contingente. E intanto vanno avanti”.

Fino a quale obiettivo?

“Il loro scopo è di lungo corso. Tel Aviv, prima del 7 ottobre, percorreva la strada della diplomazia per garantire la propria sicurezza, isolando gli sciiti e l’Iran con gli accordi di Abramo. Adesso ricorre all’uso militare, diretto e durissimo, contro quelli che ritiene suoi nemici per cambiare i rapporti di forza nella regione mediorientale”.

C’è da aspettarsi che Teheran colpisca le base statunitensi nei Paesi vicini?

“Lo può fare utilizzando milizie sciite irachene. Ma molte sono state già evacuate, si colpirebbero strutture vuote”.

Allora quale potrebbe essere la reazione della Repubblica islamica?

“Una guerra di resistenza, uno scenario alla Hamas. Pur di non perdere autorità sul Paese, sarebbe disposta a grandi sacrifici per resistere alle pressioni israeliane e americane”.

C’è il rischio anche di una rappresaglia economica?

“Se iraniani decidono di chiuder lo Stretto di Hormuz lo choc sui mercati farebbe male a tutti e si metterebbero contro il mondo intero, cinesi e russi compresi. Sono realmente in grado di farlo? Gli converrebbe questa mossa, quando ancora l’Unione europea cerca la strada diplomatica? Se preferissero finire in ginocchio a costo di mantenere il controllo sull’Iran, potrebbero puntare su questa scommessa”.

La Cina ha condannato l’attacco come una violazione del diritto internazionale e la Russia avverte che il mondo è a rischio caos. Si profila un loro ruolo nei vari scenari possibili?

“Hanno già detto ai vertici iraniani di rinunciare al programma nucleare per sopravvivere, perché la Cina ha bisogno del petrolio iraniano e Mosca del suo ultimo alleato rimasto in Medio Oriente. Più di questo non possono fare. I russi sono impegnati nella loro guerra esistenziale in Ucraina e non hanno altre risorse per l’Iran. Inoltre, non possono mettersi contro Israele sia perché lì abita un’importante popolazione russofona sia perché Tel Aviv a quel punto potrebbe dare una mano a qualche Paese loro nemico. Dal canto suo, Pechino non è interventista e costruisce le relazioni internazionali con accordi strategici pensati per sopravvivere a qualsiasi cambio di leadership. Non potrebbe intervenire al fianco degli ayatollah e poi presentarsi, qualora ci fosse, da un nuovo regime per la ricostruzione del Paese”.

A che punto siamo dell’escalation?

“Il conflitto è ancora dentro un perimetro contenitivo. Ma come diceva papa Francesco, viviamo una ‘terza guerra mondiale a pezzi’, una conflittualità che non è solo militare, economica e politica ma soprattutto valoriale. Il pontefice argentino era spaventato dalla scarsa fiducia negli strumenti pacifici di risoluzioni delle controversie”.

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