Santerini: “L’hate speech inquina l’ecosistema del web”

L’intervista di Interris.it a Milena Santerini, docente ordinario di Pedagogia generale dell’Università La Cattolica di Milano e direttrice del Centro di ricerca sulle relazioni interculturali

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:01

Razzismo, xenofobia, antisemitismo, discriminazione di genere, intolleranza religiosa. Il discorso d’odio, l’hate speech, è multiforme e onnipresente nella società globalizzata, dove si diffonde in maniera veloce e capillare correndo anche sui canali dei social network e andando a colpire, additare, ferire un singolo individuo o un gruppo di persone in quanto alterità, rappresentanti dell’“altro da sé”. Nel “Barometro dell’odio 2022 – Senza cittadinanza”, Amnesty International Italia registra che nel nostro Paese tra i commenti problematici rilevati in Rete, quelli offensivi o discriminatori sono più di uno su dieci, mentre l’hate speech si ritrova in un commento ogni 100. “I bersagli più presi di mira nei commenti problematici” – si legge nella ricerca – “sono: donne, migranti/rifugiati/persone con background migratorio e mondo della solidarietà”.

Le Nazioni unite

L’hate speech è una sostanza che corrode le fondamenta della convivenza civile e della democrazia. Un’intolleranza che attacca, spesso in maniera diretta ma non solo, la dignità di ogni persona, con un frastuono che per volume supera quello del dialogo e dello scambio. Il discorso d’odio fa sentire le vittime prese di mira senza ragione e, soprattutto, sole. Questo vale in ogni parte del mondo. Per contrastare a livello globale il discorso d’odio, nelle sue plurime manifestazioni, nel 2019 le Nazioni unite hanno lanciato il documento “Strategia e piano d’azione sul discorso d’odio”, che tra gli impegni chiave prevede quello di approfondire le cause e ciò che muove gli autori di discorsi d’odio, punta a offrire coinvolgimento e sostegno alle vittime, si propone di ricorrere all’educazione come strumento di contrasto all’hate speech. E oggi, 18 giugno 2022, si celebra la prima Giornata internazionale per il contrasto ai discorsi d’odio, istituita dall’Assemblea generale dell’Onu un anno fa con una risoluzione per la promozione del dialogo interreligioso e interculturale e della tolleranza nel contrastare i discorsi d’odio.

L’intervista

In occasione di questa prima edizione della Giornata, Interris.it ha intervistato Milena Santerini, professore ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica di Milano, direttrice del Centro di Ricerca sulle Relazioni interculturali, Coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.

Professoressa, ci può dare una definizione di hate speech?

“Fino ad ora abbiamo avuto definizioni come quella del Consiglio d’Europa, che parte dalle tipologie di vittime del discorso d’odio, che va a colpire persone migranti, donne, ebrei, persone omosessuali. C’è bisogno di definirlo meglio, il discorso d’odio non lo si individua solo dagli insulti, infatti spesso assume tratti insidiose e difficili da cogliere. Io lo descriverei come un linguaggio malizioso e malevole che vuole colpire un soggetto o un gruppo preso di mira, e insieme vuole ferire e additare anche davanti ad altri. Oltre ai singoli, ci sono delle ‘centrali’ dell’odio che puntano ad aizzarlo, con l’obiettivo di escludere”.

Nelle dinamiche del discorso d’odio si osserva un unico approccio, da parte chi lo perpetra, o ce ne sono di diversi, ognuno in base alla tipologia di vittima da colpire? Si tratta inoltre di un fenomeno costante o episodico?

“Gli approcci sono diversi, per esempio l’antisemitismo descrive gli ebrei come un gruppo di potere mondiale che manovra nell’ombra, le donne invece vanno sminuite per cui le si attacca, mentre il razzismo tende a mostrare l’altro come ‘inferiore’. L’hate speech va a ondate, ci sono dei periodi in cui si registrano dei picchi. Con la pandemia di Coronavirus abbiamo assistito ad attacchi contro medici e infermieri, coloro che ci stavano salvando la vita”.

Qual è stato il principale cambiamento dell’avvento della sfera digitale sull’hate speech?

“Ce ne sono due, la visibilità e la diffusione. Anche il regime nazista usava i mezzi di comunicazione di massa come il cinema o la radio, ma oggi si raggiungono milioni di persone in modo molto più rapido. E in più il meccanismo dell’odio online favorisce il crearsi di una forte intensità di emozioni. I soggetti che ricorrono al discorso d’odio si aggregano in maniera fluida per colpire un bersaglio, senza neppure più formare delle vere comunità”.

Cosa può fare una vittima per difendersi dal discorso d’odio online?

“Può rivolgersi alla polizia postale per una denuncia o segnalare la cosa direttamente alla piattaforma social. Ma certe volte si è travolti dall’odio, essere odiati senza ragione fa stare male e sentire impotenti. E’una ferita non facile da superare, forse perché le vittime non sentono di avere intorno tutta quella protezione e inclusione che ci dovrebbe essere”.

Come le leggi italiane puniscono queste forme di odio?

“Innanzitutto si parte dal principio dell’articolo 3 della nostra Costituzione, che stabilisce la non discriminazione dei cittadini. Ci sono poi le leggi Scelba, del 1952, e Mancino, del 1993, quest’ultima che sanziona le condotte che incitano all’odio, alla discriminazione e alla violenza per motivi religiosi. Le leggi antidiscriminazione sono utili e sagge, ma l’odio è liquido e assume forme sempre diverse”.

Cosa dovrebbero fare di più i social network per contrastare l’hate speech?

“I social hanno già delle regole per la moderazione dei contenuti e la loro rimozione, quando questi sono contro i regolamenti e le policy.  Regole che i discorsi d’odio contravvengono, ma non sempre le piattaforme intervengono. Dovrebbero invece investire molto di più per difendere l’ecosistema del web dall’hate speech, che lo inquina”.

Con la piattaforma Mediavox proponete una contronarrazione al discorso d’odio. Ci può spiegare di cosa si tratta?

“Mediavox è un osservatorio del Centro di ricerca sulle relazioni interculturali dell’Università Cattolica che svolge un doppio lavoro: da un lato fa ricerca, studia e analizza i fenomeni, dall’altro lato cerca di dare visibilità a quei gruppi che sono sensibili a questi temi. Abbiamo pensato di rispondere all’hate speech sul piano qualitativo, chiamando a raccolta anche diverse realtà del mondo cattolico e chiedendo alle persone di fare rete e di agire in modo coordinato nel comunicare sé stessi e gli altri secondo delle buone pratiche”.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.