San Francesco 800 anni dopo, fra Giulio Cesareo: “La vera vita nasce dalla fraternità”

Nell'ottavo centenario francescano, ecco come il Poverello continua a parlare al mondo e come la collaborazione fra diversi possa rigenerare la società

a sinistra, la Basilica di San Francesco ad Assisi e a destra fra Giulio Cesareo. Foto per gentile concessione

A ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, il suo messaggio si riconferma un modello rivoluzionario e controcorrente rispetto alle logiche individualistiche della società contemporanea. Fra Giulio Cesareo, responsabile della comunicazione del Sacro Convento di Assisi, racconta a Interris.it il significato del Cortile di Francesco, l’evento incentrato quest’anno sul tema della “Buona Notizia”. Tra ecologia integrale, fraternità vissuta come risorsa culturale e il superamento della logica del “di più” a favore del “con”, il portavoce francescano evidenzia come il Poverello continui a ispirare scelte di vita, cura del creato e solidarietà, offrendo una risposta concreta alla grande sete di speranza e di bene del nostro tempo.

L’intervista

Dall’inizio delle celebrazioni per l’800° anniversario della morte di San Francesco, si parla molto della sua eredità. Fra Giulio, perché celebrare oggi la morte del Poverello di Assisi?

“Siamo nell’ottavo centenario della morte di Francesco e ci siamo chiesti a lungo quale fosse il senso profondo di questa ricorrenza. È emersa in noi la consapevolezza che Francesco è morto, ma è vivo. C’è una frase bellissima nel Vangelo di Giovanni dove Gesù dice che se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto. Francesco è vivo proprio per la vita che il dono di sé genera: chi si dona si spegne, si consuma, ma rinasce e risorge nelle relazioni. Da 800 anni continua a parlare a persone che si lasciano provocare da lui e fanno scelte importanti. Non parlo solo di frati e suore: Francesco continua a ispirare gesti di cura, attenzione, rispetto del creato e solidarietà con i poveri. Questo lo fanno i vivi, non Napoleone, Cartesio o Platone, con tutto il rispetto. Francesco è la dimostrazione vivente che il Vangelo è vero”.

In che modo questa dinamica si trasforma in una “buona notizia” per l’uomo contemporaneo?

“È una bellissima notizia perché in lui vediamo che l’umanità è fatta per collaborare, per stare insieme, per la solidarietà. Spesso la cultura in cui viviamo ci dice che la nostra vita sarà bella non se stiamo con gli altri, ma se siamo sopra gli altri: più forti, più ricchi, più sapienti. Francesco ci mostra invece una vita realizzata, desiderabile e compiuta, che attrae tutti — ricchi e poveri, sani e malati — perché non si fonda sul ‘di più’, ma sul ‘con’. In una parola: sulla fraternità, ossia sulla collaborazione al posto della competizione”.

Cortile di Francesco 2026, giovani all’interno della Basilica di san Francesco d’Assisi. Foto per gentile concessione

Come si declina questo concetto nel programma del “Cortile di Francesco” di quest’anno?

“Vogliamo affrontare tutti i temi dell’esistenza — dalla salute allo sport, dalla nutrizione alla politica, fino all’economia, alla pace, alla comunicazione e alla giustizia — secondo l’ottica della fraternità e dell’arricchimento reciproco. La fraternità non è solo un pio desiderio, è un contenuto culturale. Siamo tutti diversi, ma se siamo fratelli la diversità non è un ostacolo, bensì un’opportunità: la prospettiva dell’altro, se onesta e rispettosa, mi arricchisce e allarga i miei orizzonti”.

Il Cortile si inserisce anche nel “Tempo del Creato”, un periodo molto caro alla tradizione francescana e alla Chiesa. Come si collegano la cura della vita, il creato e la pace?

“La vita non è fatta di dettagli separati, è un’unità. La Bibbia la esprimeva con la parola Shalom: benessere, pace, relazioni, comunione con Dio e con il prossimo. Il Cortile vuole mostrare che tutto è connesso. Come diceva Papa Francesco, non si può vivere sani in un mondo malato: se una relazione è malata, lo siamo anche noi. Questa è l’ecologia integrale, la vera medicina che tiene insieme cura dell’ambiente, stili di vita, giustizia e dimensione spirituale. Senza un orizzonte spirituale rischiamo di cadere nella trappola del ‘penso solo a me stesso’, creando barriere ed egoismi. Ma che mondo perfetto sarebbe un mondo da soli o per pochi eletti? È una grande illusione”.

Fra Giulio, concludiamo con un’impressione più personale. Qual è la sete più grande che riscontra nelle persone che incontra ad Assisi in questi giorni?

“Paradossalmente, vedo nelle persone una grande sete di ‘belle notizie'”. Oggi gran parte della comunicazione si concentra sulla denuncia, sull’indignazione e su ciò che non va. Intitolare questo evento ‘La Buona Notizia’ ha colpito profondamente perché c’è un forte desiderio di guardare il mondo a partire dal dono che ci è dato, dal bene che c’è. È la logica evangelica del buon grano e della zizzania: invece di fissarci solo su ciò che non funziona, proviamo a valorizzare il bene. Mi viene in mente ciò che Gesù rivelò a Giuliana di Norwich nel Trecento di fronte alle sue lamentele sulle disgrazie del mondo: ‘Alla fine tutto sarà stato bene’. L’amore svela il senso anche delle cose limitate o problematiche, trasformandole e facendoci crescere”.

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