La recente Assemblea generale della Cei, alla quale ho partecipato, ha espresso all’unanimità parere favorevole alla proposta, avanzata dal Centro Studi Rosario Livatino, di elevare il “giudice martire” a patrono della magistratura italiana, riconoscendone “l’esemplarità e l’attualità del messaggio”. La delibera approvata dai Vescovi Italiani riuniti in Vaticano sarà poi trasmessa al Dicastero per le Cause dei Santi per la conferma definitiva.
L’assassinio del giudice
Livatino, che viaggiava senza scorta e utilizzava per andare al suo lavoro la sua Ford Fiesta, venne ucciso a soli 38 anni dalla mafia agrigentina il 21 settembre 1990. Sul luogo del delitto giunsero per le indagini anche i procuratori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un collaboratore di Borsellino mi ha raccontato che il magistrato palermitano alla vista del corpo martoriato di Livatino avrebbe esclamato: “poviru figghiu l’ammazzanu comu un cunigghiu”, “povero figlio l’hanno ammazzato come un coniglio”.
La sigla “Sub tutela Dei”
Si sapeva che era un magistrato coraggioso e, dopo la sua morte, si è scoperto che era un cristiano serio. Nel vallone accanto alla superstrada, dov’era precipitato agonizzante per sfuggire ai killer, fu trovata accanto a lui la sua agenda di lavoro. Su di essa, nella prima pagina spiccava la sigla “STD”. Gli inquirenti pensarono a un messaggio cifrato per indicare il nome degli assassini; invece, era una sigla che metteva nelle sue agende e anche nella sua tesi di laurea, che sta per Sub tutela Dei.
La beatificazione e il significato del martirio
La cerimonia della sua beatificazione in quanto “martire della giustizia e della fede” fu celebrata nella cattedrale di Agrigento il 9 maggio 2021. Il cardinale Marcello Semeraro nell’omelia, dopo averlo definito “un santo della porta accanto”, ha affermato: “Livatino rivendica l’unità fondamentale della persona; una unità che vale e si fa valere in ogni sfera della vita: personale e sociale. Questa unità Livatino la visse in quanto cristiano, al punto da convincere i suoi avversari che l’unica possibilità che avevano per uccidere il giudice era quella di uccidere il cristiano. Per questo la Chiesa oggi lo onora come martire”. Mi è sembrato emblematico il fatto che il giorno della beatificazione del giudice Livatino abbia coinciso con l’anniversario dell’appello ormai diventato famoso di san Giovanni Paolo II fatto ai mafiosi ad Agrigento il 9 maggio 1993. Bisogna ricordare che prima della celebrazione eucaristica papa Wojtyla aveva incontrato gli afflitti genitori del magistrato, che era il loro figlio unico.
Un laico cristiano contro la mafia
Il Beato Rosario Livatino è la più bella figura di laico cristiano impegnato tra le vittime della mafia siciliana, che all’integrità della fede cattolica ha associato una fedeltà che si è fatta impegno civico e sociale fino al martirio. Egli ha raggiunto la santità attraverso una vita di impegno civile e professionale, tipicamente laicale. La sua beatificazione ha suscitato una grande eco: non solo per la figura in sé, certo molto nota e apprezzata fin dal giorno dell’uccisione, quanto per il fatto che, almeno in epoca recente, è la prima volta che una decisione di questo genere riguarda un magistrato nell’esercizio del suo dovere.
Il processo canonico
Nel processo canonico, la convinzione che si trattasse di martirio è maturata gradualmente durante l’ascolto dei testimoni, fino a indurre i promotori della causa a richiedere, come avvenne anche per don Pino Puglisi, il passaggio da un processo per l’accertamento dell’eroicità delle virtù a un processo per un caso di martirio. Durante il processo è emerso che il “martirio formale” subìto da Rosario Livatino si fonda su una vita ordinaria nella quale ha esercitato le virtù della fortezza, della giustizia e della carità.
Giustizia, legalità e fede
Il collegamento tra la giustizia e la carità lo portò all’impegno civile per la promozione della legalità e dell’onestà. Egli per affermare gli ideali della giustizia e della legalità ha pagato con il sacrificio della vita il suo impegno di lotta contro le forze violente del male. Egli fu ucciso da esponenti della Stidda con il consenso di Cosa nostra in odio alla fede, perché la mafia, anche se si ammanta di manifestazioni esteriori di religiosità, è radicalmente atea, perché al posto di Dio adora gli idoli del denaro e del potere. Papa Francesco ha affermato che le mafie di ogni forma svelano “l’intrinseca negazione del Vangelo, a dispetto della secolare ostentazione di santini, di statue sacre costrette ad inchini irriguardosi, di religiosità sbandierata quanto negata”. Agli occhi dei mafiosi delle varie correnti locali Livatino, denominato in senso dispregiativo “santocchio”, appariva inavvicinabile e incorruttibile proprio in ragione della sua condotta, che con chiarezza si vedeva scaturire direttamente dalla sua fede cristiana. «Era inflessibile, ma non era mai cattivo o ingiusto», dirà un testimone. I suoi persecutori odiavano Cristo, esplicitamente riconosciuto e disprezzato nell’incorruttibile condotta del giudice Livatino.
La missione del magistrato
Rosario Livatino, al momento di entrare in magistratura, aveva chiara coscienza della missione che si assumeva. Nella decina d’anni di esercizio della professione, la determinazione nel seguire quella che si stava sempre più prospettando come una specifica vocazione e missione si è fatta sempre più netta. Livatino riconosce gli interessi mafiosi in quegli ambiti dove non c’era allarme sociale, ma anzi compiacenza: i finanziamenti pubblici, l’abusivismo edilizio, gli affari dell’imprenditoria più disinvolta e compromessa.
Religione e diritto
Il “giudice ragazzino”, come venne definito per sottolineare la sua giovane età, riuscì a ritrovare una sintesi tra religione e diritto che non appare scontata, come dimostra una sua conferenza: «Cristo – egli affermò – non ha mai detto che soprattutto bisogna essere “giusti”, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano» (Conferenza tenuta a Canicattì il 30 aprile 1986, su Fede e diritto). In altre parole, non c’è piena giustizia senza amore.
Il ricordo di Papa Francesco
Il 17 giugno 2014, parlando ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura, Papa Francesco ha ricordato anche la figura di Rosario Livatino che, ha affermato il Pontefice, ha offerto “una testimonianza esemplare” dello stile di giudice auspicato dal Papa e dalla società. Lo stile di giudice “leale alle istituzioni, aperto al dialogo, fermo e coraggioso nel difendere la giustizia e la dignità della persona umana”. Papa Francesco: “In questo modo, con queste convinzioni, Rosario Livatino ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge” (Discorso ai membri del Centro studi “Rosario Livatino”, 29 novembre 2019).
Un esempio di santità ordinaria
Rosario Livatino ispirò la sua vita al Vangelo, sentì profondo il fascino di Dio come garante di libertà e di giustizia. Sulla coerenza fra parola ascoltata e praticata disse: “Non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili”. Chi ha studiato i diari di Rosario Livatino, che portavano la sigla STD (Sub tutela Dei), giudice ma prima ancora uomo e credente, attesta di lacerazioni interiori e di silenzi che ce lo rendono ancora più umano, vero, vicino. Cristiano convinto e maturo non voleva essere un eroe, ma compiere semplicemente il suo dovere coniugando le ragioni della giustizia con quelle di una profonda fede cristiana. Il Cristo crocifisso, condannato innocente e morto per la redenzione dell’umanità, presente nell’aula delle udienze era per lui un richiamo alla carità e alla rettitudine. L’aver avuto sul suo tavolo il Vangelo e il Crocifisso non erano segni di un devozionalissimo bigotto, ma perenne provocazione al suo compito di operatore della giustizia. In questi anni sono rimasto colpito dal fatto che la reliquia della sua camicia insanguinata, che è stata portata anche nei tribunali di varie città italiane, abbia suscitato tanta commozione. Il beato Rosario Livatino, che ci auguriamo presto sarà proclamato celeste patrono dei magistrati e degli operatori del diritto, rimane un fulgido esempio di santità ordinaria per tutti i cristiani.

