In un mondo frenetico, dominato dall’estetica del successo e dalla visibilità costante dei social media, Assisi torna a farsi baricentro di un messaggio radicalmente opposto. L’occasione è l‘ostensione delle spoglie mortali di San Francesco, un evento che non è solo un rito liturgico, ma un potente richiamo alla concretezza dell’essenziale. A guidarci in questa riflessione è Roberta Carlucci, giornalista di Azione Francescana di Luce e Vita e francescana secolare, che vive questa esperienza con la duplice sensibilità di chi osserva la cronaca e di chi abita la fede. Per Roberta, trovarsi di fronte ai resti del Santo di Assisi non è un atto di venerazione statica, ma un dialogo vibrante con una figura che “vive ancora tra la gente”. Attraverso le sue parole, l’intervista esplora il paradosso tra la “minorità ” francescana — fatta di povertà scelta e umiltà — e l’odierna ossessione per l’autoaffermazione. Citando le riflessioni dei frati e dei vescovi presenti, la giornalista delinea un ritratto di Francesco come antidoto alla “dittatura dell’apparire”, ricordandoci che l’identità dell’uomo risiede nell’essere e non nel sembrare.
L’Intervista
Roberta, tu sei qui ad Assisi in una doppia veste: come giornalista chiamata a documentare l’ostensione delle spoglie di San Francesco e come francescana secolare. Cosa si prova, nel profondo, a trovarsi così vicini a ciò che resta del Poverello?
“Partecipare all’inizio di questa ostensione è per me un’occasione di profonda riflessione e, lo dico con sincerità , di grande gioia. Come francescana, significa avvicinare fisicamente l’ispirazione che guida i miei giorni e i miei gesti. Come giornalista, invece, sento la responsabilità e il privilegio di trasformare questo evento in un racconto che sia annuncio e speranza per chi legge”.
Il sito per le prenotazioni di questa iniziativa ha un titolo molto forte: “San Francesco vive”. È solo uno slogan o c’è qualcosa di più tangibile che si percepisce tra la gente?
“È una presenza vibrante, si percepisce davvero. Non è solo un ricordo confinato qui ad Assisi o nei libri di storia; Francesco vive nel mondo e tra le persone. Incontrando i pellegrini senti che lui è ancora qui, in mezzo a noi, con un’attualità che tocca il cuore di chiunque lo accosti”.
In un’epoca segnata da conflitti globali estremi, cosa ha ancora da dire il pensiero francescano all’uomo di oggi? Da dove dovremmo ripartire per costruire un mondo più giusto?
“Francesco ci insegna che la pace non è un concetto astratto o un trattato internazionale, ma qualcosa che inizia nei piccoli gesti quotidiani. Se oggi affrontiamo situazioni internazionali così drammatiche, è forse perché abbiamo dimenticato di praticare la pace ‘artigianalmente’, nelle piccole cose di ogni giorno. Dovremmo ripartire da lì: dalle fonti francescane e dal modo in cui lui approcciava l’esistenza, per costruire un mondo che sia, in qualche modo, più ‘francescano'”.

Viviamo nella “dittatura dell’apparire”, come l’ha definita il vescovo eletto monsignor Felice Accrocca. Tra social network, successo a ogni costo e arrivismo, cosa possono imparare i giovani dalla “minorità ” e dalla povertà di Francesco?
“Il contrasto è fortissimo. Oggi sembra che se una cosa non appare sui social, allora non esiste. Francesco insegna ai giovani, ma in realtà a ciascuno di noi, che la priorità assoluta è essere. Contro la corsa al successo, lui ha guardato all’essenza, facendo della povertà la sua vera ricchezza. Vivere centrati sull’essere e non sull’apparire ci aiuta a non perdere di vista la nostra missione quotidiana”.
Assisi per te è una meta frequente. Cosa ha significato tornarci proprio in questa occasione speciale e cosa ti porti via da questi giorni?
“Assisi è il mio luogo dell’anima, una delle mie ‘case del cuore’. Venire qui per me è come andare a trovare qualcuno di famiglia. Questa volta, però, essergli così vicina fisicamente mi ha permesso di sussurrargli qualche parola in più, da vicino, chiedendogli di continuare a intercedere per tutte le richieste che ogni giorno rivolgiamo al cielo”.

