Prof. Corradini: “Il Prompt Engineering per un uso consapevole dell’IA”

L’intervista di Interris.it al Professor Flavio Corradini, ordinario di Informatica, già Rettore dell’Università di Camerino, autore del libro “Il Prompt responsabile. Linguaggio e metodo per governare davvero l’IA generativa”

A sinistra: la copertina del libro. Foto gentilmente concessa. In alto a destra: il professore Flavio Corradini, foto gentilmente concessa. In basso a sinistra: Foto di Igor Omilaev su Unsplash

Il libro “Il Prompt responsabile. Linguaggio e metodo per governare davvero l’IA generativa”, scritto dal prof. Flavio Corradini, ordinario di Informatica, già Rettore dell’Università di Camerino, mira a fornire un metodo per lavorare con l’intelligenza artificiale (IA o AI: artificial intelligence) mettendo al centro la persona umana, a prescindere dall’ambito di applicazione: pubblica amministrazione, imprese, professioni, sindacati e corpi intermedi, formazione. L’IA può accelerare il lavoro, ma non può sostituire giudizio, responsabilità e sensibilità. L’intelligenza artificiale generativa non può essere governata soltanto attraverso norme tecniche o soluzioni tecnologiche. Deve essere compresa e gestita anche come pratica linguistica, organizzativa e culturale. Per governare la tecnologia occorre governare il linguaggio, che non è più solo comando, ma dialogo strutturato.

Cos’è il Prompt Engineering

Il Prompt Engineering è una disciplina del linguaggio applicata al lavoro contemporaneo: una forma di progettazione del lavoro, una nuova alfabetizzazione professionale, un metodo per governare l’interazione linguistica con un sistema probabilistico. Da qui la responsabilità e l’imprescindibile necessità della supervisione umana. Regolamentare l’innovazione significa orientare la tecnologia, per consentirne un uso consapevole, proporzionato e governabile. Occorre sempre distinguere tra bozza e decisione, tra supporto e delega, tra efficienza e qualità del lavoro. Sebbene l’IA generativa riguardi testo, immagini, musica, video e contenuti multimodali di vario tipo, l’autore sceglie di concentrarsi prevalentemente sulla generazione di testo. Si tratta di una scelta metodologica consapevole. Imparare a progettare e governare la generazione di testo, chiarendo obiettivi, contesto, struttura e vincoli, costituisce una competenza di base trasferibile anche ad altre forme di generazione dell’informazione.

L’intervista

L’intervista di Interris.it al professor Flavio Corradini, ordinario di Informatica, già Rettore dell’Università di Camerino, autore del libro “Il Prompt responsabile. Linguaggio e metodo per governare davvero l’IA generativa”.

Professore, cosa significa che con i modelli linguistici di AI generativa accade qualcosa di radicalmente diverso rispetto alla storia dell’informatica?

“Significa che fino ad oggi ogni salto umano ha richiesto un adattamento umano e l’essere umano ha dovuto imparare il linguaggio della macchina per poterla usare. Con l’IA è la macchina che opera direttamente nel linguaggio umano: scriviamo una frase, premiamo invio e dall’altra parte compare un testo coerente e articolato in altre parole, dal dialogo si genera l’output. E la qualità dell’output dipende da come formuliamo la richiesta e da quanto rendiamo esplicito il contesto”.

Qual è il ruolo del Prompt Engineering?

“Nasce per superare il divario tra richieste poco definite o scarsamente contestualizzate e risultati generici o fuorvianti. Insegna a scrivere richieste strutturate chiare, capaci di guidare il modello verso output realmente utili. Serve principalmente a governare l’interazione linguistica, mantenendo l’essere umano al centro delle decisioni. È il modo per rendere più esplicite, controllabili e responsabili le scelte umane che guidano l’IA”.

Cosa significa che il Prompt Engineering è una competenza di cittadinanza?

“Significa che una società che vuole restare padrona dei propri strumenti deve capire come i testi nascono e come possono essere guidati. Per riconoscere che testi formalmente perfetti possono essere concettualmente vuoti. Per riconoscere un contenuto generato da una macchina e pretendere, soprattutto da chi governa, amministra, decide e insegna, una validazione umana delle fonti e un utilizzo dell’IA trasparente, responsabile e rispettoso della privacy, della durata della conservazione dei dati e del consenso”.

È corretto dire che l’AI generativa con cui oggi interagiamo “non capisce”?

“Certo! L’IA non ha coscienza di sé, non possiede intenzioni, valori o comprensioni nel senso umano del termine. È un modello che calcola. Non ha accesso diretto al mondo, non osserva la realtà, non si aggiorna automaticamente, non verifica i fatti. Può avere, e non è raro che le abbia, le cosiddette ‘allucinazioni’. Il modello non ‘verifica’ autonomamente le informazioni. ‘Vede” solo testo. Non risponde a ciò che intendiamo, ma a ciò che scriviamo. Ha a disposizione solo le parole che scriviamo e da quelle trae inferenze. Non è un oracolo infallibile”.

L’esempio più emblematico che dietro l’AI non c’è un soggetto che “sa” o “vuole” è l’ambito spirituale?

“Sì. Il dialogo tra fede e AI tocca la dignità della persona, l’essere umano che è, come tale, aperto al mistero. L’IA può leggere una preghiera ma non può pregare. Può generare discorsi religiosi, ma non può vivere la fede che è esperienza, fiducia, dubbio, apertura all’inspiegabile, relazione al mistero. Queste sono dimensioni esclusive dell’essere umano. La fede non è riconducibile a un algoritmo, e non è riconducibile a un output fisso”.

Cosa rischia concretamente chi delega tutto all’AI senza supervisione?

“Rischia di firmare cose che non ha scritto, di decidere cose che non ha pensato, di rispondere di cose che non ha verificato. E questo vale per chiunque: il professionista che pubblica un parere legale generato dall’AI senza leggerlo, il dirigente che approva una relazione che il modello ha costruito su dati sbagliati, l’insegnante che corregge con l’AI senza chiedersi cosa stia davvero valutando. Il pericolo non è la macchina che si ribella, è l’essere umano che si deresponsabilizza. L’AI produce sempre un testo fluente, apparentemente sensato, formalmente corretto. Proprio per questo è insidiosa. L’errore non si vede subito. Si vede quando la decisione sbagliata produce conseguenze reali su persone reali. Ecco perché la firma, così come la responsabilità, devono restare umane, sempre”.

Nell’era digitale cosa rende davvero “grande” l’essere umano?

“La sua singolarità e unicità: l’umanità, la fantasia, la libertà, la capacità di ‘decidere di decidere’ e, nel nostro caso, di evitare che la transizione digitale si trasformi in una delega passiva alle macchine. La tecnologia deve rimanere uno strumento al servizio dell’essere umano. Coscienza, spiritualità, trascendenza, libertà e responsabilità sono elementi fondanti della persona e non replicabili dalla tecnica”.

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