Portare il dolore dell’altro: la lezione di Giulia Civitelli sulla vera cura

Dalla testimonianza della Dr.ssa Civitelli emerge il cuore del messaggio del Papa per la Giornata del Malato: un invito a "perdere tempo" con gli ultimi per trasformare la cura in un incontro umano

Giulia Civitelli, responsabile del Poliambulatorio Caritas presso la Stazione Termini (foto: Francesco Vitale)

In un sistema sanitario spesso dominato dalla fretta e dalla burocrazia, esiste un luogo dove “perdere tempo” con il paziente è considerato il primo strumento terapeutico. In occasione della XXXIV Giornata Mondiale del Malato, il messaggio di Papa Leone XIV richiama il mondo alla “compassione del Samaritano“, ricordando che la vera guarigione non può prescindere dalla cura delle relazioni. A dare corpo e volto a questo appello è la Dr.ssa Giulia Civitelli, responsabile del Poliambulatorio Caritas presso la Stazione Termini. Giulia ci conduce dietro le quinte di una “varia umanità” composta da invisibili — stranieri senza documenti, italiani rimasti senza reti di supporto e persone in condizioni di estrema marginalità — per i quali la malattia è spesso l’ultimo stadio di una profonda solitudine. Attraverso il racconto di storie toccanti, come quella di una donna che ha trasformato il fine vita in un inno alla gioia e alla fede, Giulia Civitelli spiega a Interris.it perché, per curare davvero, bisogna avere il coraggio di “portare il dolore dell’altro”, trasformando una semplice prestazione medica in un autentico incontro umano.

L’Intervista

Il Papa nel suo messaggio sottolinea che “curare non basta, bisogna guarire le relazioni”. Quanto conta l’ascolto nella vostra attività quotidiana al Poliambulatorio Caritas?

“L’ascolto è una parte fondamentale, direi lo strumento terapeutico principale. Al Poliambulatorio arrivano persone in condizioni di estrema marginalità sociale — senza dimora o residenti in centri di accoglienza e insediamenti spontanei — la cui sofferenza primaria è spesso proprio la mancanza di relazioni. Ascoltare significa sapere “perdere tempo” con la persona: dettagli apparentemente insignificanti possono aiutarci a comprendere meglio non solo una diagnosi clinica, ma la storia intera di chi abbiamo di fronte. Io stessa ho imparato l’importanza di questa dimensione proprio qui, arrivando come studentessa di medicina in tirocinio. Purtroppo, nei grandi ospedali universitari, il ritmo serrato delle visite rischia a volte di far perdere di vista questa dimensione umana”.

Se dovesse dare una definizione, chi è il “malato oggi” che bussa alla vostra porta?

“È una varia umanità, molto eterogenea. Circa il 95-96% degli utenti sono stranieri: alcuni appena arrivati, che non parlano la lingua e lottano con le leggi sui permessi di soggiorno; altri che vivono in Italia da tempo ma che, per problemi normativi, hanno perso i documenti e sono “caduti in basso”. C’è poi una parte di italiani in condizioni di marginalità estrema o ritornati dall’estero senza alcuna rete di supporto. In tutti loro, la malattia si intreccia inestricabilmente con la marginalità sociale e con i limiti burocratici di accesso al Servizio Sanitario”.

Giubileo
Foto di National Cancer Institute su Unsplash

Il Messaggio del Santo Padre invita a dare voce agli ultimi. C’è una storia o un incontro particolare che porta nel cuore e che riassume questo spirito?

“Sì, penso spesso a una donna albanese colpita da un tumore allo stadio terminale. L’abbiamo accompagnata in tutta la fase finale della sua vita, dalle prime terapie fino all’hospice. Non aveva documenti e l’abbiamo supportata in ogni passo per l’accesso alle cure. Ma stare accanto a lei ci ha dato tantissimo: era piena di vita nonostante la malattia. È stata lei a chiederci i sacramenti — battesimo, comunione e cresima — e il desiderio di sposarsi in chiesa. Siamo stati i suoi testimoni di nozze e l’abbiamo accompagnata all’altare. Quel legame ci ha donato molto di più di quanto noi abbiamo cercato di dare a lei nel quotidiano”.

Il tema della giornata è “La compassione del Samaritano”. Cosa significa concretamente “portare il dolore dell’altro” nel vostro lavoro?

“Significa non limitarsi alla prestazione medica. Significa farsi carico anche del peso della solitudine e dell’invisibilità di queste persone. La vera guarigione, come dice il Papa, passa attraverso la ricostruzione di un legame che faccia sentire il malato non un numero o un “caso clinico”, ma una persona accolta e amata”.

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