Pensiero dicotomico: il Dna del conflitto

Ecco come nasce questo fenomeno che nel mondo moderno trova nuova linfa. Come dicevano i latini "In medio stat virtus"

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Il “pensiero dicotomico” divide la realtà in due sole categorie, senza considerare la gradualità nel mezzo, per consolidare (presunte) certezze acquisite; nel mondo moderno sempre più provato, diviso e contraddittorio, trova nuova linfa. Altrimenti definito “assolutistico”, tale atteggiamento polarizza le esperienze e spinge a giudicare, a considerare le persone solo negative o positive. Ogni aspetto della vita è estremizzato e apparentemente semplificato, si procede per opposti e categorie, nel mezzo c’è il vuoto.

Tale concezione è divisiva e non considera le vie di mezzo, non contempla le differenze individuali e non pone in discussione il proprio giudizio avventato. Si tratta di una distorsione cognitiva, una modalità errata e falsata di costruzione del pensiero e della rappresentazione della realtà. La tendenza a pensare, a volte, per “bidimensioni” è naturale per ogni essere umano, diviene patologica quando costituisce l’unica forma di costruzione del pensiero, della personalità e dell’azione. Per la sua natura, dalla struttura infantile, banalizza o amplifica, a seconda dei casi e crea troppa sicurezza o, al contrario, eccessiva ansia. Nasce, infatti, come un meccanismo di difesa da parte del soggetto che si sente più sicuro nell’assestarsi dalla parte del giusto e del vero ma può concludersi con episodi di depressione.

Il pensiero dicotomico si snoda per stereotipi e assolutizzazioni, in un contesto autoritario nel quale la realtà è semplificata in categorie: bello o brutto, bene o male, bianco o nero. È un tipo di atteggiamento non dialettico che impedisce di vedere la pluralità della vita, dell’esperienza e degli individui. Il celebre scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton affermò “Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne avrà una gli darà alla testa come il vino a un astemio”. La polarizzazione coinvolge anche l’aspetto emotivo e la sfera sentimentale: la difficoltà, sempre più diffusa, di dialogo e di comprensione all’interno della coppia, dipende pure da questo.

Dall’io al noi” (La via per un mondo nuovo) è il libro scritto dallo psicoterapeuta Mauro Scardovelli ed edito da Rizzoli il 16 febbraio dello scorso anno. Nel volume, l’autore indaga sulla possibilità di superamento dell’egoismo che pervade l’essere umano, un individuo dissociato dalla comunità e posto sempre in posizione conflittuale con il prossimo.

Al sito dati.istat.it, al tema “vita quotidiana e opinione dei cittadini”, nella sottosezione “Aspetti della vita quotidiana – fiducia interpersonale – regioni e tipo di comune”, si leggono dei dati interessanti, relativi al 2020, che dimostrano percezioni diverse della realtà, in una forbice effettivamente ampia e dicotomica. Il quesito “Gran parte della gente è degna di fiducia? è stato posto agli individui dai 14 anni in su. Le risposte, a livello nazionale, variano decisamente. Il dato italiano generale, fissato al 23,2%, va scomposto nelle varie aree. Il Nord si attesta sul 25,5%, leggermente sopra la media nazionale e spazia dal 40% della Provincia Autonoma di Bolzano sino al 23,7% del Piemonte. Al Centro, il dato medio è 23,8% e oscilla tra il 24,6% del Lazio sino a un prudente 18,9% dell’Umbria. Il Sud, meno ottimista, si ferma al 21,5% e, dal dato più basso nazionale, il 13,7% della Sicilia, arriva sino a un 24,4% dell’Abruzzo. Alla domanda “Bisogna stare molto attenti?, la media nazionale conferma il “sì” al 75,3% e pende fra un propositivo Trentino Alto Adige (in media al 60%) sino ai picchi dell’Umbria 79,7% e quelli della Sicilia 82,9%; i dati sono in stretta relazione con il quesito precedente.

Il pensiero critico segna il passo, scalzato dalla società competitiva e individualistica. Ne risulta compromessa anche la creatività, schiacciata da una comoda categorizzazione tra certezze e falsità. La capacità della persona equilibrata è quella di porre, cartesianamente, ogni certezza al dubbio e di saper accogliere anche verità nuove, non previste, in luogo di quei dogmi creduti, erroneamente, tali. L’intelligenza si fonda sulla prospettiva a 360°, in cui l’individuo mostra apertura mentale ed elasticità di pensiero, senza farsi condizionare dalla comoda e semplicistica riduzione di una visione bilaterale.

Una mente critica e tollerante è quella che sa e che vuole valutare le diverse sfaccettature del dado senza pregiudizi. La conflittualità nasce dall’incapacità di saper accogliere il pensiero altrui, per questo la dicotomia ha in sé il seme dell’intolleranza e dell’alterigia di dominare la verità e le cose. A farne le spese vi sono anche le prospettive della mediazione, del dialogo, dell’ascolto e dell’incontro.

Parafrasando la famosa citazione della scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, il concetto si esprime con “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita perché tu possa tacerlo” (in cui “tacerlo” sostituisce “dirlo”). Il celebre filosofo Aristotele considerava il “giusto mezzo”, la “via di mezzo”, la “giusta misura” come una virtù etica, capace di far dominare la ragione nei confronti dell’istinto. I latini confermarono il concetto con l’espressione In medio stat virtus.

La polarizzazione a cui perviene un soggetto dicotomico è limitante (per sé e per chi gli è accanto): dimezza il suo mondo e la sua socialità; prova ammirazione solo per una parte, il resto non vale, è bruttezza, è da avversare, da combattere. Nella superficialità del “tutto o niente”, il “black and white thinking” non incrementa l’indifferenza quanto il conflitto, il desiderio di far soccombere, verbalmente (con le opinioni e le convinzioni) o fisicamente (con la violenza) il prossimo. La logica binaria che riconduce ad “amico o nemico” o al “con me o contro di me” è l’essenza dell’odio, è il substrato dal quale nascono incomprensioni (a partire dal familiare o dal collega) sino a livelli più elevati per sconfinare, infine, nelle ostilità militari mai sopite e ora in evidenza. Le fazioni in lotta, a proposito delle misure adottate per debellare il Coronavirus, hanno contribuito a disunire la collettività, hanno accresciuto i disturbi mentali e hanno coinvolto anche i professionisti del settore (psicologi in primis), nell’affrontare l’importante sfida posta dal punto di vista terapeutico e umano. L’ossessione della perfezione e della soluzione a ogni costo (specie se funzionale a convincere il prossimo), conduce a un pensiero limitato e ruminante che, non ammettendo sfumature, alternative o probabilità, punta esclusivamente verso certezze illusorie o non ottenibili al momento.

L’atteggiamento dicotomico non deve aver futuro. L’unico obiettivo che, tuttavia, riesce a ottenere, per giunta nel breve periodo, è quello di ridurre sempre più la socialità e di generare conflittualità ed egoismo. Attenzione: in quest’ultima fase storica il prezzo del “o bianco o nero” si paga doppio. Per ora, stanno pagando i più deboli, gli altri sono in scia.

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