Nel momento storico che stiamo vivendo, fortemente contrassegnato dall’emergere di nuovi conflitti e violenze tra i popoli, l’educazione alla pace, assume un ruolo fondamentale, soprattutto guardando alle giovani generazioni.
L’impegno di Caritas Italiana
Il perseguimento di una cultura del dialogo tra le Nazioni, ha spinto Caritas Italiana a mettere in campo il progetto “PeaceMed” il quale, grazie al finanziamento del ministero degli Esteri, promuove diverse attività finalizzate al raggiungimento della pace in diversi Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Interris.it, in merito a questa attività progettuale, ha intervistato il dott. Danilo Feliciangeli, referente di Caritas italiana per il Medioriente.

L’intervista
Dottor Feliciangeli, come nasce e che obiettivi ha il progetto “PeaceMed”?
“Il progetto ‘PeaceMed’ nasce da una constatazione, ovvero che, tutta l’opera svolta da Caritas Italiana nelle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa, in termini di risposta alle necessità umanitarie e alla povertà emergente, non deriva da bisogni contingenti ma da contesti di conflitto, i quali generano urgenze e traumi di ogni tipo. Quindi, se non agiamo per dare il nostro contributo per mettere fine a queste guerre e arrivare alla pace, tutta l’opera di supporto che svolgiamo, è meno efficace. Abbiamo quindi deciso di avviare il progetto ‘PeaceMed’, al fine di dare il nostro contributo alla creazione di una cultura della pace e di una risposta non violenta alle situazioni di conflitto. Gli obiettivi che ci poniamo sono due: il primo riguarda la formazione di operatori della società civile, Caritas ma non solo, affinché gli stessi diventino animatori di pacificazione, rivolgendosi ai giovani nelle aree ad alta conflittualità, valorizzando il loro incontro con l’altro e destrutturando l’idea che, coloro che incontrano, possono essere dei nemici. La seconda finalità riguarda la costituzione di un gruppo di lavoro permanente nei 19 Paesi in cui il progetto opera affinché, le diverse organizzazioni coinvolte, possano scambiarsi idee e fare progettazioni comuni. In questo modo, l’impatto che ‘PeaceMed’ potrà avere, sarà molto più efficace.”
In che modo, la società civile, può contribuire ad allontanare lo spettro di quella che, Papa Francesco, ha definito “Terza guerra mondiale a pezzi” e a generare una cultura della pace?
“Le guerre sono il frutto di scelte politiche che, molto spesso, nascono da interessi economici e speculazioni. Se, in qualità di società civile, si riuscirà ad essere più consapevoli delle dinamiche entro le quali si sviluppano questi conflitti, si riuscirà a non alimentarle e a dare un contributo concreto alla pace. Noi formiamo la società civile e la accompagniamo in una trasformazione non violenta. Così facendo, la popolazione, attraverso scelte politiche e la costruzione di una cultura dell’incontro con l’altro invece che dello scontro, riuscirà a non alimentare le guerre. La nostra speranza è costituita dal fatto che, attraverso la formazione della società civile, i cittadini possano contrastare quella che, Papa Francesco, ha definito ‘Terza guerra mondiale a pezzi’.”

Quali sono i suoi auspici per lo sviluppo del progetto? In che modo, chi lo desidera, può supportare la vostra azione?
“Auspichiamo che, al termine di questo primo anno di formazione, si crei un team di persone competenti, motivate e coese tra loro, in grado di sviluppare progetti di pace, di trasformazione del conflitto e di dialogo nei propri contesti. Una volta che questa fase sarà conclusa ci sarà bisogno di sostenere gli operatori nei singoli Paesi competenze acquisite si trasformino in attività concrete. Ogni piccola donazione può fare la differenza: chi desidera sostenerci nelle azioni per creare una cultura della pace, puoi trovare tutte le modalità per farlo sul sito di Caritas italiana”

