Il Libano ha rappresentato “un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente come per l’Occidente”, scriveva nel 1989 Giovanni Paolo II. Trent’anni dopo, nel 2019, la crisi monetaria e finanziaria ha segnato l’inizio dello scivolamento repentino del Paese dei cedri su un piano inclinato, esacerbato dall’esplosione nel porto di Beirut l’anno seguente, l’instabilità politico-istituzionale e infine la guerra sul fianco meridionale. “Alcuni pensano che il Libano non sia più in grado di incarnare quel messaggio, ma io credo rimanga vivo”, dice padre Youssef Abi Zeid, direttore del Centro associato dell’Istituto Giovanni Paolo II a Beirut, “il Papa verrà per indicarci quello che ci dona speranza”. La speranza che il Paese intraprenda un cammino fondato sul pluralismo, senza cadere nel relativismo, e l’effettiva libertà religiosa, che porti alla méta del dialogo libero e della coesistenza. Maronita come san Charbel Makhluf sulla cui tomba Leone XIV si recherà a pregare, il sacerdote diocesano ha riflettuto con Interris.it sul senso della visita in Libano del Pontefice e dei possibili riflessi sulla sorte dei Paese dei cedri. Piccola curiosità, una data lega il santo libanese e il Papa statunitense: l’8 maggio. In quel giorno nel 1828, probabilmente, veniva al mondo Youssef Antoun Makhlouf, mentre quasi 200 anni dopo in quella stessa data Prevost saliva al soglio petrino come papa Leone XIV.
Il primo viaggio apostolico di Papa Leone ha come destinazioni la Turchia e il Libano. Qual è il significato di questa visita in Libano?
“Il viaggio del Papa porta il titolo ‘Beati gli operatori di pace’, il significato essenziale della visita del Papa in Libano è la pace. Si tratta di un messaggio di fraternità, fondato su un’unica origine buona e giusta, Dio, per tutti i Paesi del Medio Oriente che si trovano in conflitto, in particolare la Palestina, Israele e la Siria. Per quanto riguarda il Libano, ha attraversato numerosi conflitti negli ultimi cinquant’anni, l’ultimo dei quali tra Israele e Hezbollah, segnato anche da divisioni interne, da una parte chi vuole continuare a combattere fino alla fine, pur sapendo che il risultato sarebbe disastroso per il Paese, dall’altra chi auspica una pace duratura, sebbene senza relazioni pienamente consolidate. Questa divisione interna è frutto di ideologie e del retaggio della guerra civile che non si è mai risolta in una vera riconciliazione. Il Pontefice viene in Libano con la pace di Cristo risorto, che è ‘una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante’, come ha detto all’inizio del suo pontificato l’8 maggio 2025”.
Il Papa pregherà sulla tomba di San Charbel. Qual è il senso di questo gesto?
“Papa Leone non ha rivelato il motivo per cui visiterà la tomba del santo libanese. Penso che ciò sia in continuità con il desiderio di papa Francesco, che amava San Charbel fin dai tempi in cui si trovava in Argentina. Leone XIV si recherà presso la tomba del Santo per incontrarlo in una preghiera silenziosa, contemplativa e amorosa di Dio. Forse pregherà per la Chiesa universale, affinché essa sia sempre testimone della trascendenza divina, e probabilmente anche per il Libano, affinché i poteri del male e delle divisioni, insieme alle strutture di peccato che lo incatenano, siano vinti dall’amore di Cristo”.
Chi era san Charbel?
“Un uomo che fin da bambino ha amato la preghiera e la vita contemplativa. in un contesto storico in cui gli ottomani opprimevano i cristiani del Libano. Entrato nell’Ordine maronita libanese, ha vissuto la preghiera, il lavoro, la mortificazione, l’umiltà e l’obbedienza in modo eroico, compiendo alcuni miracoli, e con lo stesso spirito ha condotto la sua vita ascetica, silenziosa e contemplativa nell’eremitaggio. Era totalmente rapito dal fascino e dall’amore del Signore che di lui si ricordano poche parole”.
Perché è così importante per il Libano?
“Per il suo esempio di vita e i miracoli, quasi 30mila verificatesi in diversi Paesi. I suoi miracoli aiutano sia i cristiani che i musulmani a guardarsi reciprocamente con gli occhi di Dio, che ama tutti i suoi figli. Inoltre, data la loro portata mondiale, i libanesi lo vedono come ambasciatore del loro Paese. San Charbel fa conoscere al mondo una parte bella e significativa del Libano, quelle del suo rapporto con la trascendenza divina mediata da Gesù. A partire da questo, i libanesi sperano che il mondo sia solidale con loro, offrendo l’opportunità di continuare a vivere questa dimensione luminosa affinché prevalga sulle ombre”.
Il Libano è in attesa di un miracolo?
“I libanesi vivono una grande frustrazione per ciò che è accaduto negli anni, molti giovani, ben istruiti, emigrano e chi rimane vive nella depressione e nella rabbia. C’è chi pensa che solo un sistema federale potrebbe salvare la minoranza cristiana dalla scomparsa dal Paese, altri mantengono le armi non solo per ideologia ma anche per sfiducia verso le intenzioni del Paese vicino. Recentemente il vescovo di Beirut monsignor Paul Abdelsater ha detto che la visita apostolica del Papa è significativa perché è un segno di solidarietà, che ci fa sentire di non essere abbandonati, che siamo amati e che esistiamo ancora. Il Papa ci trasmetterà la grazia necessaria per essere più disponibili a compiere ciò che Dio vuole realizzare tramite noi, dentro questa situazione ‘apocalittica’ del Paese. Non ci si aspettano i miracoli di cambiamento istantaneo, ma i frutti da raccogliere dopo molto tempo di perseveranza nella ricerca della verità, della giustizia e della pace”.

