Il Giovedì Santo segna l’inizio il Triduo Pasquale, tre giorni che ci condurrano fino alla morte e resurrezione di Gesù. In questo particolare giorno, la Chiesa ricorda l’istituzione dell’Eucarestia, i vescovi celebrano la Santa Messa Crismale e i sacerdoti sono chiamati a rinnovare le promesse pronunciate durante l’ordinazione presbiterale. “Volete rinnovare le promesse, che al momento dell’ordinazione avete fatto davanti al vostro vescovo e al popolo santo di Dio?”, domanda il vescovo ai presbiteri. Paolo VI lo chiamava il giorno della festa del sacerdozio ministeriale perché tutti i sacerdoti si incontrano con il vescovo e festeggiano insieme quello che può essere definito il proprio anniversario di ordinazione.

L’intervista
Interris.it ha intervistato Padre Maurizio Patriciello, dal 1990 parroco della Chiesa di San Paolo Apostolo di Caivano, chiesa situato al centro del Parco Verde, complesso quartiere della cittadina, conosciuta per essere la piazza dello spaccio di droga più grande d’Europa.
Padre Maurizio, voi sacerdoti il Giovedì Santo rinnovate le promesse fatte nel giorno dell’ordinazione sacerdotale. Qual è l’importanza di questo gesto?
“Abbiamo fatto delle promesse che sono per sempre. Pronunciando il sì, abbiamo promesso a Cristo che la nostra vita sarebbe stata sua, che ci saremmo dedicati solo all’amore suo e del prossimo. Il Giovedì Santo è il giorno in cui Gesù ha inventato l’Eucarestia e l’ha unita al servizio dei fratelli. Noi siamo degni di salire sull’altare solo dopo aver lavato i piedi. Come diceva don Tonino bello, la stola e il catino vanno insieme. Rinnoviamo questo servizio ogni anno, mi viene in mente il salmo che recita ‘la tua parola è lampada ai miei passi, luce al mio cammino’, un passo alla volta il Signore non ci fa mancare la sua forza per mantenere fede alla promessa fatta. E’ un giorno importante per noi sacerdoti”.

I sacerdoti cosa possono dire oggi a questa società che sembra poter fare a meno di Dio?
“Sta tutto nel linguaggio, ma poi bisogna arrivare anche alla concretezza. In un mio articolo parlo di un omicidio che c’è stato qui vicino a Caivano. Un ragazzo di 19 anni è stato ucciso da un minorenne. Io vado molto in giro e sento sempre dire che i ‘rimedi’ sono la cultura e la scuola, come se una persona che ha studiato, automaticamente diventasse più buona. L’invidia, la gelosia, l’avarizia, la superbia, diminuiscono con l’aumentare della cultura… anzi a volte accade il contrario. In uesto mondo c’è bisogno, forse non più come ieri di una Chiesa che pontifica dall’alto, ma dei valori del Vangelo, oserei dire anche con un linguaggio più laicizzato. I sacerdoti hanno molto da dire, ma la messe è molto e gli operai sono pochi”.

Tu sei sacerdote da molti anni: che consiglio daresti ai seminaristi che sono in formazione?
“Ne ho incontrati molti nei miei viaggi. In un primo momento li prendo in giro chiedendo: ‘ma siete sicuri che volete diventare preti?’. Poi spiego che stanno imboccando una strada molto difficile. Io credo fermamente nel salmo che recita: ‘Io salirò all’altare di Dio, del Dio, gioia della mia giovinezza’. A volte sento di avere uno spirito più giovane, è un continuo rinnovarsi per quanto riguarda la preghiera e la fede. La strada da percorrere è una delle più affascinanti, non a tutti capita che l’altro ti permetta di entrare nella sua anima. E noi dobbiamo farlo in punta di piedi, perché ogni persona è terra sacra”.
Cosa significano le espressioni usate da Papa Francesco “Chiesa in uscita” e “Chiesa ospedale da campo”?
“Chiesa in uscita vuol dire che è capace di incontrare i fratelli là dove sono: negli ospedali, nelle scuole o nel posto di lavoro. Ma non solo. La Chiesa è veramente in uscita quando sa dialogare con le persone, che sa entrare nei loro problemi senza lasciarsi intimorire dalle diverse situazioni. Chiesa in uscita vuol dire che siamo sull’altare per rigenerarci, rinfrancarci per adorare, e poi ‘da mille strade tu ci raduni in unità e per mille strade poi, dove tu vorrai, noi saremo il seme di Dio'”.
Cosa diresti ai non credenti che vorrebbero credere ma non trovano risposte?
“Io penso che ogni credente sia un ateo che ogni giorno si sforza di credere. Un ateo è un credente che ogni giorno si sforza di non credere. Non voglio fare un gioco di parole. Da quando sono sacerdote non ho mai incontrato nessuno che mi abbia detto ‘quando morirò non voglio il funerale perché non sono credente’. Gli atei di comodo, disfattisti, per loro non ho molta simpatia. Ma con l’ateo che cerca, si tormenta, si fa domande, vorrei andare a cena insieme, sarebbe molto di stimolo, perché mi aiuta nella riflessione. Insieme siamo così piccoli davanti a questo mondo così grande. Di fronte all’immensamente grande e al’immensamente piccoli rimaniamo senza parole. Mi viene difficile non credere, è una fortuna che ho ricevuto: mi sembra di vedere Dio in ogni cosa”.

Tu sei un sacerdote che non resta in silenzio di fronte alle ingiustizie. Hai paura della morte e di essere ucciso? Come immagini l’aldilà?
“Non penso a questa eventualità. Forse qualcuno potrebbe aggredirmi, ma non credo che potrebbero uccidermi. Non immagino come potrebbe essere l’aldilà, non mi serve. Io ricordo in tutti i momenti in cui sono stato veramente bene, e penso che l’adilà sia così, ma non penso a come si realizzerà concretamente. Quando Gesù dice di tornare a pescare dopo una notte infruttuosa, sembra dicesse un’assurdità. Cosa rispondo i discepoli: ‘Signore, non abbiamo pescato niente tutta la notte, ma poichè ce lo hai detto tu, lo facciamo’. Io, come loro, mi fido ciecamente di nostro Signore Gesù Cristo”.

