“La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. […] La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza”. Così si legge nell’enciclica Fratelli tutti, un invito a riscoprire la forza generativa della fraternità nel mondo di oggi. È proprio da questo spirito che prende vita il World Meeting on Human Fraternity 2025, giunto quest’anno alla sua terza edizione. L’appuntamento, promosso dalla Basilica di San Pietro, è fissato per venerdì 12 e sabato 13 settembre a Roma e vedrà uomini e donne in dialogo in 15 tavoli tematici, veri e propri laboratori di confronto e progettazione. Il cardinale Mauro Gambetti, Arciprete della Basilica di San Pietro, propone la fraternità come soluzione per un nuovo ordine politico, economico e sociale. Secondo Gambetti, questo principio può guidare un cambiamento epocale che sia rispettoso delle persone, delle differenze e in armonia con il creato. L’obiettivo è quello di far riscoprire la fraternità attraverso incontri e dialoghi, come quelli previsti dall’evento del 13 settembre, dove la musica e le testimonianze di vita ne racconteranno il valore. Sul significato di “essere umani” e sulla terza edizione del meeting, Interris.it ha incontrato padre Enzo Fortunato, direttore editoriale rivista Piazza San Pietro e tra gli ideatori e promotori dell’evento.
L’intervista
Partiamo da una grande domanda che il Meeting mette al centro: che significa essere umani oggi?
“È una domanda fondamentale, a cui cerchiamo di rispondere mettendo in luce un concetto essenziale: la fraternità. Come ha detto il grande poeta Rabindranath Tagore, la fraternità è ciò che fa “sbocciare l’uomo nell’uomo”. O come ci ha insegnato Martin Luther King, è un’arte difficile che dobbiamo ancora imparare, dopo aver conquistato il cielo e il mare. Anche Papa Francesco e Papa Leone ci ricordano l’importanza di recuperare questo senso di fratellanza e di prenderci cura delle persone più fragili e degli ultimi”.
Il Meeting include anche un “G20 dell’informazione” con incontri tra diverse menti. Che cosa sperate di ottenere da questo dialogo?
“La risposta è già in parte nel fatto che un’istituzione come la Basilica di San Pietro abbia convocato un confronto tra voci così autorevoli, dai grandi network come Le Monde e il New York Times a figure internazionali come Maria Ressa, Premio Nobel per la Pace. Questa grande adesione dimostra la capacità della Chiesa di attrarre e di proporre un linguaggio ancora vivo e attuale, quello del Vangelo. Da questi incontri nascono parole vere, che mirano a costruire e non a distruggere”.
Quali sono i pilastri che l’informazione deve difendere in questo contesto?
“Durante il nostro “G20 dell’informazione”, abbiamo individuato tre parole chiave che l’informazione deve non solo indicare, ma anche salvaguardare: verità, dignità e libertà. Sono valori imprescindibili per garantire un’informazione di qualità che sia al servizio delle persone”.

Ci sarà un grande evento in Piazza San Pietro. Come si trasformerà questo spazio per il Giubileo della Speranza?
“Piazza San Pietro diventerà una vera e propria agorà, dove la cultura, la musica e l’incontro creeranno un’unione unica. Avremo testimoni straordinari, come la vedova di Nelson Mandela e la già citata giornalista Maria Ressa. Saranno voci da ogni parte del mondo, unite per dimostrare che, oggi più che mai, è possibile essere fratelli”.
Ci saranno anche artisti e cantanti. Quale sarà il loro contributo?
“Il loro talento servirà a far risuonare ancora più forte la parola “fraternità”. Attraverso la musica, anche provenendo da culture diverse, si potrà vedere come il messaggio del Vangelo sia centrato sull’uomo, che è l’unico vero protagonista che ci interessa”.

