Diario di guerra per un anno di pace

Ecco perché l'elevato numero di conflitti attivi segnala non solo una crisi della sicurezza collettiva, ma anche un fallimento della globalizzazione come progetto inclusivo

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Foto di beasternchen da Pixabay

Recuperare il senso di umanità per costruire una pace giusta e duratura. Per Leone XIV la pace non è deterrenza, ma fraternità. Non è ultimatum, ma dialogo. Il Papa ribadisce che la pace non nasce da vittorie militari o minacce reciproche. Ma dal coraggio di seminare giustizia e praticare il perdono. “La deterrenza nucleare, basata sulla paura e sulla possibilità di distruzione reciproca, non garantisce sicurezza reale, ma alimenta tensioni e insicurezza”, avverte padre Giulio Albanese. Aggiunge il responsabile della Cooperazione missionaria al Vicariato di Roma: “Il Papa invita a guardare il mondo ‘dal basso’, con gli occhi dei più vulnerabili. Bambini, rifugiati, poveri, vedove, orfani, esuli. Questo punto di vista cambia radicalmente il modo di interpretare le scelte politiche e militari. Perché mette al centro le persone concrete e le loro sofferenze, non i calcoli dei potenti”. Il riarmo e la deterrenza nucleare, secondo questa prospettiva, rappresentano un “rischio enorme per l’Europa e per il mondo intero”. Espongono direttamente i civili a possibili catastrofi. La vera pace richiede coraggio e audacia nel disarmo, non l’accumulo di armi. Come afferma il Papa, “da disarmare prima di tutto è il cuore”: senza pace interiore, non si può costruire pace duratura.

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Papa Leone XIV (foto: Vatican Media)

Modello di pace

Il modello di potere cristiano, secondo il Pontefice, non è quello dei grandi imperi o dei leader che dominano con forza e denaro, ma quello del servizio e della cura. Il potere consiste nello inginocchiarsi ai piedi degli altri e prendersi cura dei più piccoli e fragili. “Questo è l’azzardo dell’utopia di cui parla il Vangelo- evidenzia il missionario comboniano-. Per l’Europa, questo significa puntare su dialogo, cooperazione internazionale, solidarietà e giustizia sociale. Piuttosto che su armi sempre più distruttive e potenti”. Intanto “Russia e Ucraina, si affrontano in una guerra senza tregua, mietendo vittime innocenti e spezzando vite e speranze”. La contraddizione è “sconcertante”, prosegue il consigliere della Segreteria di Stato vaticana: “Popoli fratelli, custodi di una medesima eredità spirituale, ridotti a strumenti di distruzione reciproca. L’assurdità di tale conflitto amplifica il fallimento antropologico. L’uomo, dotato di ragione e di cuore, continua a piegare la propria forza al dominio, alla vendetta e alla paura. Ignorando la chiamata alla misericordia e alla fraternità. La pace, stando al Vangelo, non si ottiene con le armi, né con la minaccia reciproca, ma si semina attraverso il coraggio del perdono, la giustizia operosa, l’attenzione ai più vulnerabili. Solo così, anche nel fragore della guerra tra fratelli, è possibile intravedere il riscatto dell’umano. Un mondo in cui la fede, l’intelligenza e la forza non siano più strumenti di distruzione, ma semi di fratellanza, giustizia e pace duratura”.

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Foto: Sant’Egidio ph. Luciano Rosasco

Sos guerra

Come già intuiva Frédéric Bastiat, “dove non passano le merci, passano gli eserciti“. Questa formula, osserva padre Albanese, conserva una sorprendente attualità. Laddove l’interscambio economico non riesce a strutturare relazioni di interdipendenza, il vuoto viene colmato dalla coercizione. Molti dei conflitti in corso si sviluppano in aree scarsamente integrate nei flussi commerciali globali legittimi, ma al contempo ricchissime di risorse strategiche. E cioè idrocarburi, terre rare, minerali critici, legname, acqua, prodotti agricoli. È proprio questa apparente contraddizione a renderle instabili. “La dimensione economica di tali guerre viene spesso sottaciuta o ridotta a fattore secondario, perché smaschera una verità scomoda- sostiene il direttore dell’Ufficio Cooperazione missionaria del Vicariato di Roma-. Dietro retoriche identitarie, etniche o religiose si celano frequentemente dinamiche di appropriazione delle commodity. Il controllo delle risorse diventa la vera posta in gioco. Mentre la violenza armata si trasforma in uno strumento di regolazione dei rapporti di produzione e di accesso alle rendite. In molti casi, la guerra non interrompe l’economia, ma la riconfigura in forma predatoria, informale e militarizzata”.

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Foto di Tamara Menzi su Unsplash

Conflitti dimenticati

Aggiunge padre Giulio Albanese: “Questi conflitti restano ‘dimenticati’ anche perché non destabilizzano direttamente i centri del sistema internazionale, pur alimentandone indirettamente il funzionamento. Le materie prime estratte in contesti di guerra entrano comunque nelle catene del valore globali, spesso depurate della loro origine attraverso intermediari, mercati opachi e triangolazioni finanziarie. Il silenzio mediatico e politico diventa così parte integrante del meccanismo. Meno attenzione significa minori costi reputazionali, maggiore libertà di sfruttamento“. In ultima analisi,” l’elevato numero di conflitti attivi segnala non solo una crisi della sicurezza collettiva, ma anche un fallimento della globalizzazione come progetto inclusivo. Dove il mercato non costruisce legami regolati e trasparenti, si afferma un’economia di guerra che premia attori armati, signori locali e interessi esterni”. Quindi Bastiat non parlava solo di commercio, ma di civiltà politica. Senza circolazione di merci, diritti e istituzioni, la forza torna a essere il linguaggio dominante delle relazioni umane.

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Guerra in Ucraina (@ Vony Razom su Unsplash)

Economia di guerra

“L’economia di guerra è un business per le superpotenze, ma non nel senso banale di un mero profitto contabile – analizza il consigliere della Segreteria di Stato vaticana-. È un business strutturale, sistemico, integrato nel funzionamento stesso del potere globale. La guerra, per le grandi potenze, non è un’anomalia: è una modalità di regolazione dell’ordine internazionale e, al tempo stesso, un moltiplicatore economico e strategico. Le superpotenze non combattono soltanto per vincere sul campo, ma per mantenere attive filiere industriali, catene tecnologiche, egemonie finanziarie e rapporti di dipendenza”. Inoltre l’industria della difesa (armamenti, logistica, intelligence, cyberwarfare, spazio) “non è un settore tra gli altri”. E’ il cuore duro della sovranità contemporanea. “Investire nella guerra significa sostenere occupazione qualificata, innovazione dual use, capacità produttiva avanzata e, soprattutto, influenza politica – afferma il missionario comboniano-. Ogni conflitto prolunga la domanda di armi, munizioni, sistemi di difesa, servizi militari e ricostruzione. Creando un ciclo economico che difficilmente può essere disinnescato senza costi interni elevatissimi”.

padre Giulio Albanese (foto Francesco Vitale)

Business di sangue

“Ma il vero business non è solo la vendita di armi- precisa padre Albanese-. È il controllo delle regole del gioco. La guerra consente di orientare flussi energetici, ridisegnare corridoi commerciali, determinare quali Stati avranno accesso a mercati, credito, tecnologie e quali ne saranno esclusi tramite sanzioni, embarghi o isolamento finanziario. In questo senso, la guerra è una leva di governance globale. Ossia produce vincitori e vinti non solo sul piano militare, ma su quello economico e sistemico”. Quindi “le superpotenze esternalizzano spesso il costo umano e territoriale del conflitto a teatri periferici, trasformando guerre locali in snodi di competizione globale. I combattimenti avvengono altrove, ma il valore strategico ed economico viene catturato altrove ancora. E cioè nei centri decisionali, nei complessi militari-industriali, nei mercati finanziari che prosperano sull’instabilità. La distruzione diventa così una precondizione della ricostruzione, altro segmento altamente redditizio e politicamente condizionabile”. Inoltre “l’economia di guerra rafforza il controllo interno. Stati mobilitati in chiave bellica giustificano spese straordinarie, compressione di diritti, riallocazione di risorse e disciplinamento sociale. La sicurezza diventa l’argomento che sospende il dibattito, e il consenso viene costruito attorno alla percezione di una minaccia permanente. Anche questo è un dividendo della guerra”.

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Foto © Canio Romaniello (Imagoeconomica)

Testimonianza a Gaza

Tuttavia, definire l’economia di guerra un “business” non significa ridurla a un cinico calcolo di profitti immediati. È piuttosto un investimento strategico di lungo periodo: nella deterrenza, nella supremazia tecnologica, nella capacità di dettare l’agenda globale. Le superpotenze sanno che un mondo pacificato e autonomo sarebbe anche un mondo meno controllabile. Per questo la guerra non viene eliminata, ma gestita, contenuta, frammentata. Conclude padre Giulio Albanese: “Una cosa è certa. Come missionario non posso fare a meno di esprimere il mio plauso per la straordinaria testimonianza di padre Gabriel Romanelli e dei religiosi della parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Mentre tutti cercavano di uscire dalla Striscia per mettersi in salvo, loro hanno fatto la scelta opposta”. Quindi come ha dichiarato recentemente il cardinale Pietro Parolin: Non solo sono rimasti, ma “hanno voluto tornare”. Una grande testimonianza e un grande insegnamento per tutti.

 

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