La pace, un bene prezioso da preservare

Interris.it, in questo periodo di grandi tensioni geopolitiche tra Russia e Usa, ha intervistato il professor Agostino Giovagnoli in merito alla crisi dei missili di Cuba del 1962

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John Kennedy e Nikita Chruscev

Le tensioni che stiamo vivendo oggi al confine ucraino in cui, tra reciproche mosse diplomatiche e spiegamenti di contingenti militari avversi, Stati Uniti, Russia, Ucraina e le diplomazie europee si confrontano nelle rispettive sedi, a volte minacciando il ricorso ad una soluzione della crisi manu militari, riporta alla mente un evento storico della guerra fredda nella quale, lo scontro tra Usa e Urss, raggiunse il suo punto più elevato, correndo il rischio di arrivare alla catastrofe della Terza guerra mondiale, parliamo della crisi dei missili di Cuba del 1962.

Il contesto internazionale

Il periodo di confronto più duro tra Unione Sovietica e Stati Uniti è quello che intercorre tra l’immediato dopoguerra ai primi anni Sessanta. In quel periodo l’Europa, pur nelle tensioni ancora presenti e spesso molto pronunciate, si stabilizza in una coesistenza tra i paesi della Nato e quelli del Patto di Varsavia, fragile ma stabile. Nel 1956, dopo la rivolta di Budapest, l’invasione sovietica dell’Ungheria mostra che ormai la divisione in due blocchi del continente europeo è assodata e, nel 1961, l’ultima crisi della guerra fredda in Europa si conclude con l’edificazione del muro di Berlino, a dare vita all’esistenza di due ‘Europe’ oltre che di due stati distinti sul territorio tedesco, la Repubblica Federale Tedesca collocata nell’orbita occidentale e la Repubblica Democratica Tedesca posta sotto l’usbergo sovietico. La contrapposizione tra i due blocchi non viene meno però né si attenua, piuttosto sposta i suoi momenti di maggiore tensione in aree extraeuropee e si concentra su una grande corsa agli armamenti nucleari, che moltiplicano gli effetti distruttivi se non apocalittici di un eventuale conflitto diretto. La proliferazione delle testate nucleari e di missili intercontinentali rende paradossalmente impossibile la guerra attraverso un sistema di deterrenza armata.

La situazione a Cuba

L’isola di Cuba è retta dal 1940 da Fulgencio Batista, il quale governa attraverso un regime autoritario sostenuto dagli Stati Uniti. Inizialmente, nel 1953, il movimento di guerriglia per abbattere lo stesso, guidato da Fidel Castro, dopo aver tentato una insurrezione con l’assalto alla caserma Moncada fallisce ma incrementa molto i consensi tra la popolazione locale, tanto che, nel 1958, gli Stati Uniti smettono di fornire supporto al regime di Batista che cade poco dopo e, nel gennaio 1959, sale al potere Fidel Castro. Il governo guidato da Castro viene riconosciuto dagli Stati Uniti ma, poco dopo, inizia a nazionalizzare le grandi proprietà agricole ledendo fortemente gli interessi americani nell’isola i quali, per questo motivo, nell’aprile 1961, attraverso il sostegno di un gruppo di esuli anticastristi, tentano di rovesciare Castro attraverso un’invasione armata dell’isola presso la Baia dei Porci che fallisce. Questo evento favorisce l’avvicinamento di Cuba all’Unione Sovietica in quanto, quest’ultima, vede la piccola isola caraibica distante solo novanta miglia dalle coste degli Stati Uniti come la base logistica perfetta per collocare dei missili in grado di distruggere gli Stati Uniti. Ciò dà origine – tra il 16 ed il 28 ottobre 1962 – ai tredici giorni che hanno portato il mondo sull’orlo della Terza guerra mondiale. Interris.it, in merito a questi eventi, ha intervistato il professor Agostino Giovagnoli docente ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore ed autore di molteplici pubblicazioni.

Fidel Castro

L’intervista

Quale fu la situazione internazionale che portò alla crisi dei missili di Cuba nel 1962?

“Nel 1962 siamo ancora in piena guerra fredda, le due superpotenze Usa e Urss si minacciano a vicenda e, nell’ambito di questa strategia, si attua il progetto sovietico di collocare sul suolo di Cuba delle rampe per il lancio di missili nucleari. Questo avrebbe significato per l’Unione Sovietica poter disporre di una minaccia atomica reale e concreta nei confronti degli Stati Uniti perché l’isola di Cuba è molto vicina al suolo americano. All’epoca i missili avevano gittate piuttosto limitate e quindi occorreva collocarli in prossimità dell’obiettivo da colpire. Navi sovietiche, si mettono in viaggio verso l’isola di Cuba portando queste rampe missilistiche, è un lungo viaggio – che naturalmente non passa inosservato – e provoca la reazione, ovviamente molto preoccupata e fermamente contraria, da parte americana. Quindi, gli Stati Uniti, creano un blocco navale attorno a Cuba affinché, al loro arrivo, le navi sovietiche possano essere intercettate. Naturalmente, se ciò fosse avvenuto, si sarebbe arrivati allo scontro e quindi alla possibilità di una gravissima guerra mondiale, questo è il pericolo che si crea.”

Quali furono le mosse diplomatiche sia da parte statunitense che sovietica in questo frangente?

“In questo frangente spettò all’Unione Sovietica, in un certo senso, prendere una decisione perché – se le navi sovietiche avessero continuato la navigazione verso Cuba – si sarebbe arrivati sicuramente allo scontro, in quanto le stesse avrebbero incontrato le navi americane e si sarebbero fronteggiate militarmente. Dunque, spettava a Mosca decidere ma, come succede sempre in questi casi, era difficile fermarsi dopo aver deciso di inviare le navi. Tutte le diplomazie si misero all’opera per convincere i sovietici ed anche il Papa Giovanni XXIII intervenne più volte al fine di scongiurare la guerra, sia con inviti pubblici che con una diplomazia riservata perché, in quegli anni, c’era un rapporto tra la Santa Sede e Mosca grazie anche al governo italiano – in particolare per l’opera di Amintore Fanfani che aveva permesso la costruzione di questo canale di dialogo -. L’invito del Papa fece grande impressione a Mosca, in quanto non sussistevano rapporti diretti tra la Santa Sede e l’Unione Sovietica ma, anzi, il clima era di grande scontro tra la Chiesa Cattolica e il comunismo ateo sovietico. Il gesto del Pontefice fu sorprendente per Mosca ed ebbe una grande influenza. Parallelamente, ebbe inizio anche un dialogo riservato tra Washington e Mosca, per cui l’Unione Sovietica ottenne che gli Stati Uniti smantellassero le loro basi missilistiche in Turchia ed anche in Italia – precisamente in Puglia – dove c’erano delle basi missilistiche statunitensi che avrebbero potuto lanciare l’arma atomica contro l’Urss. Ci fu insomma un negoziato segreto e, anche in base a questo, Mosca decise di far invertire la rotta alle navi che, prima di raggiungere Cuba, voltarono la prua e tornarono indietro. Questo salvò la pace nel mondo.”

Papa Giovanni XXIII (immagine Vatican Media)

Quali furono i risultati di questa operazione diplomatica? Cosa può insegnare quell’evento rispetto alla situazione attuale che stiamo vivendo oggi in Europa, al confine ucraino?

“La lezione della crisi di Cuba è molto importante, innanzitutto ci dice che la pace è un bene talmente prezioso per cui è necessario fare di tutto per salvarla; questo era molto chiaro allora ma lo è un po’ meno oggi. Dunque, il primo punto è questo, bisogna ricordare che la pace è un bene assoluto. All’epoca sussisteva l’idea che il mondo, anche se diviso dalla guerra fredda, era uno solo, che la minaccia nucleare poteva distruggere il mondo intero, che la guerra era un pericolo per tutti e – come dice oggi Papa Francesco – siamo tutti sulla stessa barca. Oggi questo aspetto è meno chiaro ma è un punto molto importante. La seconda lezione che quel periodo storico ci lascia è che, anche delle figure e delle forze spirituali come il Papa, la Chiesa Cattolica e i cristiani in genere, possono avere un ruolo molto importante. Non parlano solo le armi o le minacce militari ma c’è bisogno di una grande spinta morale, oggi anche questo è meno chiaro. La questione della pace in Ucraina non riguarda solo la Russia, l’Ucraina stessa, gli Stati Uniti o i governi europei ma riguarda tutti, in primo luogo la popolazione europee – e in particolare i cristiani d’Europa – i quali devono far sentire la loro voce per invitare tutti al dialogo e alla pace.”

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