Il flop della deterrenza: ecco perché il dominio della forza è fallito

La lettura geopolitica di padre Giulio Albanese a partire dal messaggio di Leone XIV per la Giornata mondiale della pace

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Foto di Anthony Beck: https://www.pexels.com/it-it/foto/in-legno-mondo-cartina-geografica-mappa-4493205/

Focus sulla deterrenza: l’analisi di padre Giulio Albanese sul caos geopolitico globale. Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Leone XIV ha messo in evidenza che “la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza”. Padre Giulio Albanese, sacerdote comboniano e giornalista, è tra i maggiori esperti italiani di questioni africane. Ordinato nel 1986, ha diretto il “New People Media Centre” di Nairobi (Kenya) e fondato nel 1997 la Missionary Service News Agency, successivamente divenuta Missionary International Service News Agency (Misna). Ha vissuto in Uganda e in Kenya, concentrando la sua attività di cronista missionario sulle aree di crisi. Attualmente dirige l’Ufficio per le Comunicazioni sociali e dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese del Vicariato di Roma. È anche editorialista di Avvenire e dell’Osservatore Romano, nonché autore di numerosi saggi legati alla geopolitica, al giornalismo e alla teologia missionaria.
Da due anni è membro del Consiglio della sezione per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato. Prendendo lo spunto dalle “sagge parole” di Leone XIV, padre Albanese dimostra come la deterrenza abbia fallito.

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padre Giulio Albanese, direttore Ufficio comunicazioni sociali Diocesi di Roma (foto Francesco Vitale)

Flop della deterrenza

“Lungi dall’aver garantito una pace stabile e duratura, la deterrenza ha di fatto contribuito alla costruzione di un ordine internazionale fondato sulla gestione permanente della violenza e sulla normalizzazione della paura- afferma padre Albanese-. Attraverso un’analisi storica e teorica del secondo dopoguerra, si evince come la stabilità attribuita alla deterrenza nucleare sia stata ottenuta mediante una redistribuzione asimmetrica della violenza, concentrata prevalentemente nelle regioni periferiche del sistema internazionale. In contrasto con questo paradigma, l’esperienza dell’integrazione europea viene interpretata come un’eccezione storica fondata su una scelta politica di disinnesco strutturale delle cause del conflitto”. Alla luce delle trasformazioni geopolitiche contemporanee, padre Albanese argomenta che il futuro dell’Europa dipende dalla capacità di completare il proprio progetto di unione politica. Sottraendo sicurezza, economia e tecnologia alla logica della deterrenza. E reinserendole in un orizzonte di cooperazione istituzionalizzata. In altre parole si tratta di affermare quanto sostenuto da Leone XIV: “una pace disarmata e disarmante”. Considerata su scala globale, la deterrenza non ha prodotto una riduzione complessiva della violenza, ma una sua frammentazione sistemica. Aggiunge padre Albanese: “Tra la fine della Seconda guerra mondiale e il crollo dell’Unione Sovietica, il sistema internazionale è stato attraversato da una sequenza quasi ininterrotta di guerre regionali, conflitti per procura, colpi di Stato militarizzati e interventi esterni. Il bilancio umano di questa fase supera i venti milioni di vittime, concentrate prevalentemente in Africa, Asia e America Latina.

L’omelia di papa Leone XIV durante la messa allo stadio Louis II di Monaco. Immagine di diretta Vatican Media

Distribuzione asimmetrica

Sostiene padre Albanese: “Questa distribuzione asimmetrica della violenza non può essere interpretata come un effetto collaterale accidentale della stabilità tra le grandi potenze. Al contrario, essa costituisce una componente strutturale dell’ordine deterrente. Come osservato da Hedley Bull, l’ordine internazionale può coesistere con livelli elevati di violenza, purché questa sia politicamente e geograficamente contenuta. La deterrenza ha funzionato come meccanismo di stabilizzazione al centro del sistema, trasferendo però l’instabilità verso la periferia. In questo senso ha originato ciò che Papa Francesco ha più recentemente classificato. Cioè la terza guerra mondiale a pezzi”. Inoltre “neppure gli Stati Uniti, principali architetti dell’ordine del secondo dopoguerra, possono essere considerati beneficiari di una pace duratura”. Dal 1948 in poi, “Washington è stata coinvolta con regolarità in operazioni militari di diversa intensità, a conferma del fatto che la deterrenza non elimina il ricorso alla forza, ma tende piuttosto a normalizzarlo all’interno di un regime di conflittualità permanente”,precisa il missionario comboniano. E “il fallimento della deterrenza non si limita alla dimensione militare o geopolitica. Esso investe ambiti più profondi dell’organizzazione sociale, configurandosi come un paradigma economico, culturale e antropologico. Nel corso del tempo, la deterrenza ha cessato di essere una mera dottrina di sicurezza per diventare un principio ordinatore capace di orientare le priorità economiche, la ricerca scientifica e l’immaginario collettivo”.

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Pace (@ WOKANDAPIX da Pixabay)

Finta sicurezza

“Un sistema di sicurezza fondato sulla minaccia credibile della distruzione richiede una struttura economica coerente con tale minaccia- precisa padre Giulio Albanese-. La deterrenza presuppone un’economia della deterrenza, una finanza della deterrenza e una tecnologia della deterrenza. In questo quadro, una quota significativa dell’innovazione industriale e tecnologica occidentale è stata trainata dal settore della difesa, che ha agito come principale committente della ricerca avanzata. Quando la frontiera dell’innovazione è definita dalla competizione militare, il criterio che guida il progresso tende a spostarsi dal bene comune al vantaggio strategico. La cooperazione viene subordinata alla superiorità, la fiducia al sospetto, la sicurezza condivisa alla sicurezza relativa”. Continua padre Albanese: “Per gran parte del secondo Novecento, la deterrenza è stata presentata come il fondamento ultimo della stabilità internazionale. In particolare, nel contesto europeo, la lunga assenza di conflitti armati diretti tra le grandi potenze è stata spesso interpretata come la prova empirica dell’efficacia dell’equilibrio della paura. Secondo questa narrazione, la minaccia credibile della distruzione reciproca avrebbe impedito l’escalation militare e garantito un ordine relativamente pacifico”. Tuttavia “tale interpretazione tende a confondere la sospensione della guerra totale con la costruzione della pace e a identificare la stabilità strategica con la giustizia storica. La guerra tra Russia e Ucraina non rappresenta una deviazione accidentale da questo ordine, bensì un suo esito coerente. Il risultato di un sistema che ha progressivamente sostituito la politica con la gestione del rischio e la pace con la deterrenza”.

Mondo. Foto © hairmann da Pixabay.

Fondamento stabile

Padre Giulio Albanese mette in discussione “l’assunto secondo cui la deterrenza costituisca un fondamento stabile dell’ordine internazionale, mostrando come essa abbia prodotto una forma specifica di violenza strutturale e come l’esperienza europea indichi la possibilità di un paradigma alternativo”. Quindi “il legame tra deterrenza e sviluppo tecnologico solleva interrogativi rilevanti sul piano antropologico. Molte delle tecnologie che strutturano la vita contemporanea hanno avuto origine in programmi militari, un dato spesso utilizzato per giustificare retrospettivamente la centralità della difesa come motore del progresso”. Tuttavia “quando l’orientamento primario della ricerca è la capacità di colpire, controllare o sorvegliare, la tecnologia viene concepita come strumento di dominio prima che di servizio. Anche nel momento in cui tali tecnologie vengono riconvertite a usi civili, l’imprinting originario tende a persistere. In un contesto in cui intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e infrastrutture digitali sono sempre più integrate nelle strategie di sicurezza, la deterrenza rischia di estendere la propria logica oltre la sfera militare, contribuendo a una militarizzazione dell’immaginazione del futuro”,puntualizza padre Albanese. Inolte “una società che organizza la propria sicurezza intorno alla percezione permanente del rischio sviluppa forme di coesione fragili, fondate più sull’obbedienza e sul conformismo che sulla solidarietà. Come osservato da Ulrich Beck, la società del rischio tende a riprodurre se stessa attraverso la gestione della paura, piuttosto che attraverso la costruzione della fiducia”,conclude padre Albanese.

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