Oltre la consapevolezza: l’appello di Suor Abby Avellino per colpire le radici della tratta

Dalle insidie del web al dramma dei conflitti, Suor Abby Avelino analizza il mercato della sofferenza che schiavizza 27 milioni di persone, chiedendo alle istituzioni un impegno sistemico e concreto

suor Abby Avelino, coordinatrice della Giornata e della rete internazionale anti-tratta Talitha Kum (foto: Francesco Vitale)

Non c’è pace senza dignità“. È questo il monito che guida la 12° Giornata Mondiale di Preghiera contro la tratta, un appuntamento che quest’anno assume un’urgenza senza precedenti. Suor Abby Avelino, coordinatrice della Giornata e della rete internazionale anti-tratta Talitha Kum, solleva il velo su un mercato della sofferenza che oggi schiavizza 27 milioni di persone, muovendosi silenziosamente tra le rotte dei migranti e le insidie del web. Mentre Piazza San Pietro si prepara ad accogliere Papa Leone XIV e i delegati internazionali per il momento culminante delle celebrazioni in onore di Santa Bakhita, suor Abby a Interris.it aiuta a comprendere come il crimine della tratta si stia evolvendo. Non più solo sfruttamento fisico, ma una minaccia digitale che colpisce i minori attraverso lo schermo di uno smartphone. Un dialogo necessario per passare dalla semplice consapevolezza a un impegno sistemico capace di colpire le radici profonde della povertà e dell’ingiustizia.

L’Intervista

Suor Abby, il tema di quest’anno sottolinea che “la pace inizia con la dignità”. In un mondo ferito da conflitti e migrazioni forzate, come si inserisce il dramma della tratta?

“La pace e la dignità umana sono facce della stessa medaglia: non può esserci pace se la dignità viene calpestata. I conflitti armati e la necessità di fuggire spingono le persone a cercare sicurezza altrove, rendendole vulnerabili. La migrazione in sé è un diritto, ma la tratta è un crimine contro l’umanità. I trafficanti sfruttano proprio questo bisogno di mobilità per trasformare le persone in merce. Dobbiamo guardare a tutto questo con estrema serietà: risolvere i conflitti è il primo passo per restituire dignità e, di conseguenza, costruire la pace”.

Le Nazioni Unite parlano di 27 milioni di vittime, ma oggi la minaccia corre anche sul web. Quali sono le sfide del cosiddetto “traffico digitale”?

“La tratta è sempre stata un crimine nascosto, ma l’online la rende ancora più invisibile e difficile da regolare. Oggi chiunque ha uno smartphone e i trafficanti sono organizzatissimi: usano i social e Internet per adescare giovani e persino bambini. Lo sfruttamento sessuale online è una piaga severissima, specialmente in Africa e in Asia. Io vengo dalle Filippine e lì il problema è drammatico: milioni di bambini sono sfruttati online. Non basta l’evoluzione tecnologica; serve un’educazione profonda. Dobbiamo collaborare con le forze dell’ordine e usare la creatività dei nostri giovani “ambasciatori” per contrastare i trafficanti sulle stesse piattaforme che loro usano per colpire”.

Suor Abby Avelino e le delegazioni in udienza con Papa Leone XIV (foto: Vatican Media)

Lei ha chiesto di andare oltre la semplice consapevolezza. Quali azioni concrete e cambiamenti sistemici servono per colpire le cause profonde del fenomeno?

“Dobbiamo passare all’azione coinvolgendo i giovani e tutta la società civile. Non possiamo limitarci ai sintomi; dobbiamo affrontare le cause fondamentali: le disuguaglianze, la povertà, l’impatto dei disastri climatici e le guerre. La nostra strategia è quella di “camminare insieme”: istituzioni, organizzazioni e cittadini devono collaborare. Rafforzare l’educazione e sostenere l’autonomia dei sopravvissuti sono passi pratici fondamentali. Se non risolviamo le ingiustizie alla base, non fermeremo mai il traffico di esseri umani”.

Giornata mondiale di preghiera contro la tratta. Veglia di preghiera (foto: Thalita Kum)

Santa Giuseppina Bakhita è il simbolo di questa Giornata. Quanto è importante, nel vostro lavoro quotidiano, dare voce ai sopravvissuti?

“È fondamentale. Santa Bakhita è la patrona delle vittime e dei sopravvissuti; il suo lascito è un simbolo di resilienza per tutta la Chiesa. Noi lavoriamo per camminare accanto a chi è uscito da questo incubo, incoraggiando la loro resilienza e ascoltando le loro voci. I sopravvissuti non sono solo persone da aiutare, ma testimoni che, con il loro supporto e la loro forza, ci aiutano a progettare percorsi di libertà e speranza per tutti gli altri”.

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