E’ il documento che per 60 anni ha ispirato e guidato la Santa Sede e le Chiese locali di tutto il mondo nel costruire rapporti e promuovere la cooperazione con i seguaci delle diverse tradizioni religiose. La dichiarazione conciliare “Nostra aetate” è stata promulgata il 28 ottobre 1965 durante il Concilio Vaticano II. Un’epocale testimonianza di come tra storia e attualità la Chiesa cerchi di rapportarsi con il mondocon lo stesso sguardo misericordioso del suo Dio. Oltre alla Gaudium et Spes, il Concilio aveva approvato altre tre costituzioni: la Sacrosanctum Concilium sulla liturgia, la Lumen Gentium sulla Chiesa e la Dei Verbum sulla Sacra Scrittura. Aveva inoltre prodotto nove decreti: sull’ecumenismo, sulle Chiese orientali, sulle comunicazioni sociali, sulla missione pastorale dei vescovi, sulla vita religiosa, sulla formazione sacerdotale, sull’apostolato dei laici, sull’attività missionaria della Chiesa, sulla vita ed il ministero dei presbiteri. E aveva emanato tre dichiarazioni, Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa, Nostra Aetate sulle religioni non cristiane e Gravissimum Educationis sull’educazione cristiana. L’ideatore del Concilio, Giovanni XXIII conobbe prima a Sofia, poi a Istanbul, poi a Parigi e infine a Venezia anche il mondo dell’ortodossia e della riforma, con cui si aprì a un rapporto cordiale. La Nostra Aetate affonda le sue radici lì, come del resto l’apertura al dialogo ecumenico, su cui Paolo VI pose una pietra miliare nel suo incontro a Gerusalemme con il patriarca ecumenico Athenagoras.

60 anni di Nostra aetate
Tuttavia si deve riconoscere che la vera svolta conciliare si realizzò con Giovanni Paolo II. Al di là dei numerosi incontri e documenti del suo pontificato, l’icona più significativa del sogno ecumenico e di incontro con le religioni mondiali fu Assisi 1986. Questa icona rimane un punto fermo, perché sottolinea come il dialogo si realizza innanzitutto con l’incontro fraterno nel rispetto delle differenze e nella tensione comune verso la pace attraverso la preghiera, come fu Assisi. Icona indelebile e un po’ dimenticata, nonostante la Comunità di Sant’Egidio con fedeltà la riproponga ininterrottamente dal 1987. Riccardo Burigana, docente di storia dell’ecumenismo, direttore del Centro Studi Italiano per l’Ecumenismo San Bernardino di Venezia e autore di un saggio sulla dichiarazione Nostra Aetate, ha presentato dieci anni fa al convegno “Il Concilio Vaticano II e i suoi protagonisti alla luce degli Archivi” svoltosi in Vaticano una relazione sulla redazione della costituzione dogmatica Dei Verbum a partire dall’opera del cardinale Ermenegildo Florit e del padre Umberto Betti. Quando Giovanni XXIII nella Settimana Santa del 1959, modificò la preghiera del Venerdì Santo pro perfidis Judaeis (per gli Ebrei che non credono) facendo eliminare la parola “perfidis”, non poteva certo immaginare che con quella scelta dava di fatto inizio ad una nuova pagina del cammino ecumenico che avrebbe portato alla dichiarazione conciliare Nostra Aetate (1965) e all’avvio di rapporti positivi non solo con gli Ebrei, ma con tutte le religioni.

Nuova stagione
Ben presto si crearono le premesse per dar vita ad una nuova stagione dell’ecumenismo.
A ciò contribuirono il fervore ecumenico del cardinale Agostino Bea, le attività promosse dal Segretariato per l’Unità dei cristiani, l’abbraccio storico di Paolo VI con il patriarca di Costantinopoli Atenagora nel 1964 a Gerusalemme (che verrà ricordato esattamente cinquant’anni dopo dall’abbraccio di papa Francesco e il patriarca Bartolomeo a Istanbul).
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II si è avuta una maggiore attenzione per il dialogo interreligioso che per il cammino ecumenico tra le Chiese cristiane, anche se a questo tema specifico è stata dedicata l’enciclica Ut Unum Sint (1995). L’apertura alla consultazione dell’Archivio del Concilio Vaticano II ha favorito notevolmente l’incremento degli
studi che hanno riguardato sia le dinamiche interne ai lavori di preparazione dei singoli documenti (commissioni, sottocommissioni, ecc.), sia il percorso storico di alcune parti di essi, soprattutto con riferimento alle costituzioni dogmatiche Lumen Gentium e Dei Verbum. Grandi attenzioni sono state riservate dagli studiosi, e continuano giustamente a essere riservate, nei confronti di quei testi che hanno rappresentato una novità assoluta
per un Concilio come i documenti preparati dal segretariato per l’unità dei cristiani (Unitatis Redintegratio, Nostra Aetate e Dignitatis Humanae), ma anche le costituzioni Sacrosanctum Concilium e Gaudium et Spes e il decreto Apostolicam Actuositatem.

Unità
Si tratta di un’unità che la Chiesa deve realizzare anzitutto al suo interno, per poterla testimoniare credibilmente e diffondere nella società e tra i popoli. Di questo era ben consapevole Giovanni XXIII il quale, anche grazie al suo trascorso di diplomatico,
ha sollecitato e accresciuto la sensibilità ecumenica, riflessa nella Unitatis Redintegratio, oltre al desiderio di incontro e dialogo con le religioni non cristiane, espresso nella Nostra Aetate. In linea con i suoi predecessori, e anzi accentuando tale desiderio di comunione e di incontro, nel tentativo di creare unità e fraternità, Francesco ha compiuto gesti significativi
e fecondi, come lo storico incontro con il patriarca russo Kirill, oltre ai numerosi incontri con i rappresentanti di altre religioni.

