Negli ultimi dodici mesi il Servizio di Orientamento e Sostegno Sociale (SOSS) della Fondazione Don Luigi Di Liegro ETS ha registrato centinaia di chiamate, delineando un quadro chiaro ed emergenziale della salute mentale in Italia: ben il 60% delle richieste d’aiuto proviene da familiari e conoscenti (soprattutto genitori per i propri figli, con un’età media dei soggetti di 38 anni), mentre il 15% delle telefonate riguarda un disperato bisogno di ascolto e di contrasto alla solitudine. A fronte di un significativo incremento delle domande da parte dei caregiver familiari — schizzate dal 8% al 35% solo nella prima metà del 2025 — il sistema sociosanitario evidenzia ancora profonde lacune nell’orientamento e nel supporto alle famiglie. Da oltre vent’anni la Fondazione si inserisce in questo gap tra cura clinica e vita quotidiana: attraverso sportelli d’ascolto, gruppi multifamiliari e laboratori d’arteterapia (teatro, pittura, musica e fotografia), promuove l’integrazione, la costruzione di relazioni e il recupero dell’autostima. Luigina Di Liegro, Segretaria della Fondazione, racconta a Interris.it l’impegno costante dell’organizzazione, l’importanza della prevenzione e la forza rigeneratrice delle comunità d’ascolto.
L’intervista
Dai dati del vostro servizio emerge che circa il 60% delle chiamate arriva da familiari e conoscenti, quasi sempre genitori preoccupati per i propri figli. In base alla vostra esperienza, cosa sta succedendo all’interno delle famiglie che affrontano il disagio psichico?
“In verità non è un fenomeno del tutto nuovo: il problema è che non è cambiato nulla dal punto di vista della comunicazione sui servizi offerti alle persone che convivono con il disagio psicologico. Quando abbiamo iniziato questo percorso vent’anni fa, ci siamo messi all’opera proprio perché c’era una forte mancanza di informazione e le persone si ritrovavano sole nelle proprie case e nei propri quartieri. C’è sicuramente un aumento del disagio, ma da quando la Fondazione ha attivato il suo servizio di supporto, nel 2005, abbiamo sempre incontrato genitori, fratelli, sorelle e nipoti lasciati soli, senza sapere come affrontare la malattia, le difficoltà quotidiane e lo stigma che essa comporta”.
Nel tempo si nota anche una trasformazione nella domanda d’aiuto: i familiari chiedono supporto non più soltanto per il parente con disagio, ma anche per sé stessi. Quanto ha inciso la pandemia in questo senso?
“Dopo il Covid c’è stato un evidente incremento del disagio, confermato anche da psicologi e psichiatri. Oggi, però, se ne parla di più e ci sono tante testimonianze, anche da parte di persone conosciute, che rendono tutti più disponibili a chiedere aiuto. Il problema reale rimane l’orientamento: dove andare? Ci sono abbastanza servizi? Sebbene la nostra Fondazione operi dal 2005, in tutti questi anni le istituzioni non si sono preparate adeguatamente ad affrontare queste problematiche e a rispondere a queste esigenze”.
In questo contesto di solitudine e smarrimento, in che modo la Fondazione Di Liegro risponde al bisogno di ascolto e orientamento?
“Tutto parte dal nostro numero di supporto telefonico, reperibile sul sito della Fondazione. Quando le persone chiamano, la prima cosa che facciamo — ed è la più importante — è ascoltarle: ci raccontano cosa accade nelle loro famiglie e cosa stanno provando. Successivamente, grazie a una ricca banca dati, siamo in grado di orientarle verso i servizi già presenti sul territorio. Spesso le risorse messe a disposizione dal Terzo Settore esistono, ma le famiglie non sanno che ci sono. Inoltre, collaboriamo con l’ASL Roma 2 offrendo informazioni sui Centri di Salute Mentale attraverso domande e risposte dedicate per la salute”.
Il vostro approccio affianca alla cura clinica attività come l’arteterapia e i laboratori espressivi. In che modo questo modello aiuta i pazienti e le loro famiglie?
“La nostra Fondazione non fa clinica, ma si occupa di tutto ciò che la accompagna, colmando quel gap che c’è tra la terapia clinica e il vissuto quotidiano: non si può andare dallo psicologo o dallo psichiatra ogni giorno. Per questo proponiamo percorsi di musica, teatro, pittura, scrittura narrativa e fotografia. La cosa fondamentale è che questi laboratori coinvolgono insieme persone con disagio psicologico e volontari, creando una vera comunità. Chiusi nel proprio disagio, si rischia di sentirsi diversi e isolati; attraverso la cultura e l’arte — in linea con i protocolli tra Ministero della Salute e Ministero della Cultura sull’arteterapia — le persone riacquistano autostima e si integrano. La componente più importante in qualsiasi cura resta la relazione”.
In conclusione, c’è una storia o un’esperienza vissuta in Fondazione che porta nel cuore e che rappresenta il senso profondo del vostro lavoro?
“Ricordo con molto affetto la storia di un ragazzo arrivato da noi con gravi disturbi del comportamento alimentare. Attraverso il percorso svolto all’interno della Fondazione, ha ritrovato fiducia in sé stesso: si è iscritto all’Accademia di Belle Arti, si sta laureando e ha iniziato a esporre le sue opere in diverse mostre. Vedere una persona rinascere ed esprimersi attraverso l’arte è una delle cose più belle che accadono quotidianamente in Fondazione”.

