“Non c’è tempo per Gesù se non c’è tempo per il malato”: l’appello della CEI alle parrocchie

Il Direttore dell'Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute mette in guardia dalla cultura dello scarto e invita le comunità a riscoprire la prossimità domiciliare come autentica azione ecclesiale

don Massimo Angelelli, direttore Ufficio nazionale pastorale della salute (foto: Francesco Vitale)

Il malato non è un codice a barre e la medicina non può ridursi a una fredda catena di montaggio. Don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI, lancia un monito severo contro la deriva di un sistema sanitario che, nel rincorrere l’efficienza burocratica, sta smarrendo la propria anima. Il “modello prestazionistico” oggi dominante ha trasformato la cura in una fornitura di servizi asettici, dove il medico resta prigioniero delle carte e il sofferente riceve una terapia senza mai sentirsi realmente ascoltato. È un cortocircuito che genera un doppio isolamento: quello del professionista, che vede tradita la propria vocazione, e quello del malato, che resta solo davanti al proprio dolore. In questo scenario, la fragilità post-pandemica ha accentuato una solitudine che il digitale non può colmare, rendendo urgente il ritorno a una socialità in presenza. La provocazione di Angelelli scuote anche le comunità cristiane, invitate a uscire dal culto domenicale per farsi “locanda del Samaritano” nei domicili, tra anziani e disabili dimenticati. In un’epoca che misura tutto con il cronometro, riappropriarsi del tempo per donarlo a chi soffre diventa l’unico atto rivoluzionario capace di restituire credibilità alla fede, perché “se non c’è tempo per un sofferente, non c’è tempo per Gesù”.

L’Intervista

Don Massimo, oggi il malato rischia di essere ridotto a semplice “paziente”, un soggetto passivo di terapie. Come può la pastorale della salute aiutare il mondo medico a trasformare la cura clinica in un’alleanza relazionale?

“Esistono due modi di fare medicina. Quello oggi prevalente è il modello “prestazionistico”: ho davanti una persona che ha bisogno di una prestazione, la erogo e sono a posto. Il secondo modello, che dobbiamo recuperare, è quello della relazione di cura. Ridurre tutto alla sola prestazione crea due scontenti: il professionista sanitario, schiacciato da burocrazia e numeri, che perde il movente ideale della sua professione; e il sofferente, che riceve magari la terapia ma non si sente ascoltato né curato. La via d’uscita è il recupero dell’empatia: la prestazione è solo lo strumento, ma il cuore della cura è l’incontro tra persone”.

Ci portiamo dietro l’eredità della pandemia e tanta solitudine. Come possono le nostre fragilità diventare paradossalmente la chiave per costruire legami più autentici?

“Viviamo una deriva individualista innaturale. L’essere umano è strutturalmente sociale, ha bisogno dell’altro. I nostri studi rilevano una crescita smisurata delle solitudini, che generano patologie e fatica di vivere. La risposta è il recupero di una socialità fraterna, fatta di relazioni reali, in presenza. L’incontro fisico ci provoca e ci coinvolge, a differenza di quello digitale. In questo, le comunità cristiane hanno un valore strategico: devono diventare luoghi di condivisione, specialmente quando la solitudine si fa pesante nel momento della malattia”.

L’importanza di ascoltare il malato (Foto: CEI Salute)

Il tema della Giornata ci richiama alla parabola del Buon Samaritano. Cosa dovrebbero fare concretamente le nostre parrocchie per non essere come il sacerdote e il levita che “girano lo sguardo altrove”?

“Papa Francesco, nella Fratelli Tutti, ci ricorda che quel sacerdote e quel levita erano persone religiose dedicate al culto. È una provocazione enorme per noi: anche noi rischiamo di non voler vedere i “feriti della storia”, quella che il Papa chiama la cultura dello scarto. L’amore per il prossimo è la cifra della credibilità del nostro amore per Dio. Le comunità dovrebbero mobilitarsi verso le solitudini domiciliari: dopo aver celebrato l’Eucaristia la domenica, bisogna uscire e andare a trovare gli anziani, i malati e le persone con disabilità che vivono drammi silenziosi nelle proprie case”.

Papa Leone XIV, nel suo messaggio, afferma che la cura dei malati non è una semplice fornitura di servizi, ma un’azione ecclesiale che definisce l’identità della Chiesa. Cosa significa nella pratica?

“Significa che riguarda tutti i credenti, non solo gli addetti ai lavori. Il nostro obiettivo non è sostituire lo Stato o moltiplicare i servizi sanitari. L’azione ecclesiale è la testimonianza dell’amore fraterno: non posso essere in pace se accanto a me c’è un sofferente solo. Se non incarniamo questo comandamento dell’amore, la nostra credibilità vacilla: saremo forse buone persone “oranti”, ma non “testimonianti”. Il prossimo più prossimo sono proprio i sofferenti intorno a noi”.

Un momento di preghiera a Lourdes (foto: CEI Salute)

La sfida del Samaritano è donare se stessi. In un’epoca che misura tutto con l’efficienza, come può un volontario fare della propria persona un dono credibile?

“Il primo dono, il più prezioso, è il nostro tempo. Siamo distratti, presi da mille impegni spesso superflui. Il sacerdote della parabola forse andava di fretta perché doveva dire Messa, il levita magari era distratto dal cellulare. Dobbiamo riprendere in mano il nostro tempo, rallentare e decidere dove volgere lo sguardo. Se nella nostra vita non c’è spazio per un sofferente, significa che non c’è spazio per Gesù, perché Lui ha promesso di essere presente proprio in ogni persona che soffre”.

ARTICOLI CORRELATI

AUTORE

ARTICOLI DI ALTRI AUTORI

Ricevi sempre le ultime notizie

Ricevi comodamente e senza costi tutte le ultime notizie direttamente nella tua casella email.

Stay Connected

Seguici sui nostri social !

Scrivi a In Terris

Per inviare un messaggio al direttore o scrivere un tuo articolo: