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Ecco chi sostiene la giunta del Myanmar. Le roccaforti armate del buddismo birmano

Il 2022 è stato un anno di sangue e repressione in Myanmar. A quasi un biennio dal colpo di Stato il Myanmar è devastato dalla guerra civile. Il  (PDF) si contrappone alle forze militari del governo di unità nazionale (NUG). Intanto l’ex leader Aung San Suu Kyi sconta la condanna a 26 anni di carcere. E’ poco conosciuta ma influente la “milizia monaca”. Il clero buddista, infatti, sostiene la giunta del Myanmar. Un video diffuso on line dai media legati all’esercito descrive un monastero del Myanmar centrale. Ritraendo un monaco buddista, Wathawa, che raduna la sua milizia al grido di “Che cos’è lo spirito?“. “Lo spirito del ferro!” grida un gruppo di uomini armati di fucile. Fedeli alla giunta militare che ha preso il potere quasi due anni fa. E che ora combatte per schiacciare i nascenti gruppi pro-democrazia. La scena sarebbe sembrata inimmaginabile alle generazioni precedenti della nazione a maggioranza buddista. Adesso sottolinea la stretta alleanza che i militari hanno stretto con la gerarchia buddista.

Myanmar senza pace

In passato, ricostruisce Reuters, il clero buddista del Myanmar ha cercato di rovesciare le successive dittature militari che hanno tenuto i cittadini impoveriti e isolati. I monaci hanno preso parte alla rivolta del 1988 che ha portato alla ribalta il premio Nobel Aung San Suu Kyi. Migliaia di persone hanno affollato le strade durante le proteste antigovernative del 2007. Quelle note come Rivoluzione Zafferano. Molti sono ora sostenitori della nuova giunta. A testimoniare il mutato orientamento sono 11 persone che hanno familiarità con il sistema monastico. Tra cui tre monaci o ex monaci e quattro ricercatori. “Il cambiamento riflette uno sforzo di anni da parte dei militari per costruire legami più forti con i leader buddisti. Elargendo loro doni e coltivando una visione ultranazionalista e spesso islamofobica condivisa”, raccontano. Tre testimoni hanno parlato al Reuters a condizione di anonimato. Per timore di rappresaglie militari. Negli ultimi anni, i monaci ultranazionalisti hanno incitato alla violenza contro i musulmani in Myanmar. Compresi gli scontri che hanno ucciso 25 persone nel 2013. E gli attacchi dell’esercito contro l’etnia Rohingya. Mentre la nuova giunta reprime gli oppositori, i leader religiosi sono stati in gran parte assenti dalla diffusa resistenza al colpo di Stato dell’esercito dello scorso anno. Il golpe ha posto fine al decennale esperimento democratico che aveva portato Suu Kyi al potere.

Il maggiore generale Zaw Min Tun, portavoce dell’esercito del Myanmar

Democrazia negata

Wathawa sostiene di avere migliaia di seguaci armati. Altri monaci buddisti come lui sono impegnati a radunare i combattenti della milizia. Per reprimere i gruppi armati a favore della democrazia. Cioè gli oppositori emersi dopo che i militari hanno represso le proteste pacifiche con la forza. Le truppe hanno bruciato più di 100 villaggi e ucciso civili. Attacchi che le Nazioni Unite hanno definito probabili crimini di guerra e contro l’umanità. A novembre nei commenti pubblici e nelle trasmissioni dei media statali l’esercito ha riconosciuto di aver formato milizie in alcuni villaggi. “Sulla base delle loro richieste”. Ma ha negato di aver armato i monaci. Un portavoce dell’esercito non ha risposto alle richieste di commento dei media internazionali sui suoi rapporti con le milizie. Wathawa e altri monaci ultranazionalisti sono apparsi marciare a fianco dei soldati. Portando con sé armi. Immagini pubblicate dai media locali. E verificate da un’indagine open source del gruppo di monitoraggio indipendente Myanmar Witness. Con sede nel Regno Unito. E’ stato anche geolocalizzato l’addestramento delle milizie nel monastero di Kantbalu, nel Myanmar centrale.

Divisioni interne

Wathawa, che come molti monaci si fa chiamare con un solo nome, ha confermato di essere a capo dei combattenti della milizia. Definendo le forze di resistenza “un gruppo di teppisti”. Ha aggiunto di aver fondato la milizia, che opera a Kantbalu, per stabilizzare la regione e proteggere la popolazione. Accusando le forze di resistenza di aver ucciso civili, compresi i monaci. E di “fare solo cose distruttive“. Poi ha concluso: “Sto facendo quello che posso. Non è sbagliato che io abbia fondato la milizia. Non ci sono garanzie per le nostre vite. Anche se vi sto parlando oggi, domani potrei essere ucciso”. Non tutte le centinaia di migliaia di monaci del Paese sostengono la giunta. Quasi ogni settimana, decine si riuniscono per protestare nei monasteri del cuore buddista di Mandalay. Nonostante la sorveglianza e le repressioni. Molti si sono uniti a gruppi di resistenza armata. Htavara è un monaco buddista che ha guidato le proteste della Rivoluzione Zafferano. E adessso vive in esilio in Norvegia. Sostiene che i monaci che hanno partecipato alla violenza contro gli oppositori della giunta stanno violando il primo precetto della loro religione. “Uccidere esseri viventi è un crimine imperdonabile nel buddismo”, spiega.

Sos islamofobia

La massima autorità buddista del Paese, nota come “Ma Ha Na”, è rimasta in silenzio sulla guerra civile. Il suo presidente ha incontrato il capo dell’esercito Min Aung Hlaing poco dopo il colpo di Stato. L’organizzazione non ha risposto tace sui monaci militanti. E sul sostegno alla giunta. Tra i leader religiosi che sostengono a gran voce la giunta c’è Sitagu, una figura un tempo molto amata che ha preso parte alla rivolta del 1988. Ora è un sodale di Min Aung Hlaing, che chiama “re benevolo“. Ed è volato con lui in Russia. Durante l’espulsione dei Rohingya da parte dell’esercito nel 2017, ha giustificato l’uccisione dei non buddisti. E  in un sermone ha affermato che le loro vite valevano meno. In un recente video di un viaggio in Russia – il presidente Vladimir Putin è uno dei pochi alleati rimasti al leader della giunta birmana – si vede Sitagu suonare i tamburi insieme ai monaci russi. E cantare “Pace e gloria”. Vengono diffusi libri che raccontano storie sensazionalizzate sui misfatti dei musulmani e sul matrimonio di uomini musulmani con donne buddiste. “Hanno fatto il lavaggio del cervello ai monaci per renderli islamofobici”, racconta monaco di Kantbalu, il cui racconto dell’esposizione della popolazione alla propaganda anti-musulmana ha fatto eco a quello di molti altri testimoni. “La mia vita è trascorsa in prestigiosi centri monastici buddisti in Myanmar”, ha detto. “Fin dall’età di 14 anni ho letto libri che condannavano le altre religioni“. A metà degli anni 2010, un movimento ultranazionalista buddista ha sostenuto il boicottaggio delle imprese di proprietà musulmana. Ha chiesto leggi discriminatorie in materia di razza e religione. Ed è stato coinvolto in ondate di violenza letale contro i musulmani.

Re guerrieri

All’epoca il gruppo ha negato di incitare alla violenza. E ha affermato di essere impegnato solo contro gli estremisti islamici. Min Aung Hlaing, il generale che ha rovesciato Suu Kyi nel febbraio del 2021, ha cercato di coltivare un’immagine di protettore della religione buddista Theravada. Maggioritaria nella nazione. Nello stile di una lunga serie di re guerrieri. Il giorno prima di prendere il potere, ha posto la prima pietra di una statua di Buddha seduto che, a suo dire, sarà la più grande del mondo. Per mostrare al mondo che il buddismo Theravada “sta risplendendo in Myanmar”. Lo United States Institute of Peace è un istituto finanziato dagli Stati Uniti che analizza i conflitti all’estero. Secondo una sua indagine  i notiziari di Stato che mostrano il sostegno militare al buddismo sono aumentati di quattro volte dopo il colpo di Stato. Min Aung Hlaing ha cercato di giustificare il golpe sostenendo che Suu Kyi non è riuscita a proteggere “razza e religione”.

Giacomo Galeazzi

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