Multitasking o onetasking: la quantità contro la qualità

Il derby per attribuire all’uomo o alla donna il possesso del multitasking, ha distolto tutti dal vero problema

Il “multitasking”, la gestione di più impegni contemporanei, considerata come un’inevitabile e sacra evoluzione del modernismo, conosce ora, invece, un’involuzione, supportata dal parere degli studiosi di tutto il mondo che escludono la possibilità, della mente, di concentrarsi su più ambiti nello stesso tempo. Il mito dell’ottimizzazione sfrenata dei tempi e degli impegni, profetizzata, osannata e ostentata dagli stessi adepti, individui (o macchine?) semidivini, si confronta con la qualità di assolvimento degli stessi.

Il termine “multitasking” (traducibile come “multiprocessuale”) è stato mutuato dal linguaggio informatico, per definire la concomitanza di più azioni e comandi da parte di un programma. Il termine e il principio sono stati, poi, traslati all’essere umano, a volte fino a livelli estremi, cessando la distinzione ontologica fra l’uomo e la macchina. Si tratta, in sintesi, di un pretesto per favorire lo sfruttamento del lavoratore o della persona in genere. La versione attuale del provetto multitasker è contrassegnata, in particolare, dalla tecnologia: dall’essere attivo, in contemporanea (o quasi) su più dispositivi (smartphone e social, computer, tablet, tv).

Lo stress da troppo lavoro conduce a dei danni fisici e mentali, incidendo sul benessere della persona. In più, tale frenetica e stakanovistica visione, porta a velocità innaturali in cui risulta più probabile l’errore umano e, di conseguenza, l’evento tragico dei morti sul lavoro.

Nel periodo del lockdown, si è sperimentata anche una forma “fisica” di multitasking: la propria casa ne è diventata un’espressione reale, in cui si sono gestite attività di vario tipo (domestiche, lavorative, scolastiche, sportive e ludiche), a volte in modo armonico, con risultati imprevisti, in altre occasioni in forma fobica con aumento di ansia e stress.

La riscossa del mondo qualitativo si fonda sui tempi giusti per ogni singola occupazione e nel concedere rispetto e riposo al proprio corpo e alla propria mente.

Il rischio della presunta multifunzionalità è anche quello di scadere in un’eccessiva frammentazione dei compiti, saltando vertiginosamente da uno all’altro, con minor concentrazione e resa finale. Il risultato è quello di non risolvere ogni singola attività (come se fossero svolte una per una) e di entrare in un loop, quasi in una dipendenza da nuovi doveri o attività, ad aver sempre più fame di tempo. Essere iperattivi diventa una droga.

Nell’epoca del “tutto e subito”, è deleterio porsi come esecutori più lenti e più concentrati, pena la bollatura; per questo, l’effetto emulativo e di conformismo, per l’accettazione sociale, spinge verso l’omologazione.

Onetasking o monotasking indicano lo svolgimento di un’operazione alla volta. Dualtasking è un’attività più alla portata dell’attenzione umana, specie se una delle due attività non richieda concentrazione eccessiva.

Papa Francesco invita a riflettere sul corretto uso e valore attribuito al tempo. Afferma “Mai dimenticare il tempo e il modo in cui Dio è entrato nella nostra vita. Tenere fisso nel cuore e nella mente quell’incontro con la grazia, quando Dio ha cambiato la nostra esistenza”.

Chiara Cecutti, esperta di sviluppo manageriale e organizzativo in qualità di Mental Coach, è l’autrice del volume “Multitasking? No, grazie” (sottotitolo “Da perfetta tuttofare a felice imperfetta”), edito da “Hoepli” nel febbraio 2020. Nel volume, si affronta la presunta e peculiare abilità femminile nell’essere tuttofare, in casa e al lavoro, valutando se sia vero, se sia una predisposizione biologica o un’invenzione sociale, tenendo presenti le controindicazioni e gli effetti collaterali di tale disponibilità continua e totale.

Alcuni studi, effettuati in particolare sul cervello, hanno evidenziato un’origine genetica della multifunzionalità, sin dalla preistoria, nei diversi compiti affidati ai due sessi; altre indagini, invece, hanno posto l’accento sulla convenzionalità e suoi ruoli sociali.

Anziché impedire lo sfruttamento dell’essere umano in generale e di evitare che sia “programmato” per svolgere più compiti insieme, venendo meno al suo benessere psicofisico, l’attenzione è stata rivolta, principalmente, alla disputa se il multitasking (dato per assodato nella natura umana) sia una prerogativa femminile o maschile.

La multifunzionalità, quindi, non è stata trattata come una pretesa, innaturale, del mondo contemporaneo vorace e vorticoso bensì come una caratteristica propria del genere umano, da esaltare e condurre ai massimi termini, sfruttando ogni interstizio temporale. Di contorno, si sono celebrate varie dispute a livello mondiale, sostenute ora da una ricerca ora da un’altra, per chi, tra uomini e donne vincesse il derby del “tuttofare”. La nota colorita, di costume, di partigianeria per l’una o per l’altra, ha sviato l’attenzione dal vero problema. Vista la peculiarità del doppio ruolo delle donne, tra casa e lavoro, tradizionalmente (e nel linguaggio comune) si attribuisce a loro il possesso, quasi esclusivo, della multifunzionalità.

Openpolis, “fondazione indipendente e senza scopo di lucro che promuove progetti per l’accesso alle informazioni pubbliche, la trasparenza e la partecipazione democratica”, nello scorso febbraio, al link https://www.openpolis.it/quante-ore-lavorano-i-cittadini-europei/, ha pubblicato le ultime statistiche riguardanti le ore di lavoro svolte nei Paesi europei. Si legge “I dati sono riferiti ai lavoratori di età tra i 15 e i 64 anni e indicano la media di ore di lavoro settimanali trascorse nell’impiego principale, in tutti i settori economici. […] Sono 4 i Paesi membri in cui mediamente si lavora più di 40 ore alla settimana: prima tra tutte la Grecia, con una media di 41,7 ore, seguita da Bulgaria (40,4), Polonia (40,3) e Repubblica Ceca (40,2). Mentre le cifre più basse sono registrate dai Paesi dell’Europa settentrionale. Soprattutto dai Paesi Bassi, dove la media settimanale nel 2020 era di 30,6 ore. 11,1 le ore di lavoro in più alla settimana, sostenute mediamente da un cittadino greco rispetto a un olandese (2020). In Italia, il dato si attesta sulle 37 ore, leggermente al di sotto della media Ue, pari a 38,1. Se poi osserviamo questi dati a livello regionale, vediamo che la situazione varia ampiamente anche all’interno dei singoli Paesi. […] La regione europea in cui si lavora di più sono le isole Ionie, nella Grecia nord-occidentale (47,2 ore in media). […] Per quanto riguarda l’Italia, è la Sicilia a registrare il numero più basso di ore di lavoro settimanali (35,5), seguita da Sardegna e provincia autonoma di Trento, entrambe con 36,3. Mentre il dato più alto lo riporta la provincia autonoma di Bolzano (38 ore), seguita da Veneto (37,6) e Emilia-Romagna (37,5). […] È in particolare la Danimarca a registrare la quota maggiore di persone che lavorano meno di 40 ore alla settimana (quasi il 90% del totale, contro il 7% dell’Ungheria). Nel nostro Paese invece circa il 60% delle persone lavorano oltre 40 ore”.

Stanford news, al link https://news.stanford.edu/2018/10/25/decade-data-reveals-heavy-multitaskers-reduced-memory-psychologist-says/, il 25 ottobre 2018 ha documentato e affermato “Un decennio di dati rivela che i multitasking pesanti hanno ridotto la memoria. Le persone che interagiscono frequentemente con più tipi di media contemporaneamente hanno ottenuto risultati peggiori su semplici compiti di memoria”.

Studi del settore, infatti, affermano che, tale sfruttamento intensivo ed esasperato del cervello, ne accorci la memoria e ne riduca il QI (quoziente intellettivo).

Gli studi neocognitivi, delle neuroscienze, hanno evidenziato come, in realtà, non esista il multitasking, poiché il cervello opera sempre per selezione e in sequenza. È più corretto, infatti, parlare di “switchtasking”, ossia l’alternare velocemente due o più azioni svolte in tempi ristretti. Alternare funzionalità e compiti viene confuso, quindi, con la loro contemporaneità, questo è il nocciolo del problema.

L’equilibrio è quel paradigma dal quale l’uomo si allontana, nelle sue attività quotidiane, e la mancanza si rende pressante a posteriori, a guardar dietro, alle superficialità commesse.

La ricerca sfrenata alla competitività e alla produttività, a basso costo e con parallelo sfruttamento dell’individuo, specie quello più debole, si nutre e alimenta il culto di questa pluriprocessualità, come un feticcio, sino a farla credere normale nell’essere umano.

Questa sorta di sfruttamento, mentale e fisico, conduce l’essere umano verso la sua fine, in un logorio lento ma costante, in cui si perde contatto con la realtà, con la socialità, con il prossimo, in un’arena senza regole, in cui il prossimo è sempre più invisibile.