Mons. Pegoraro: “L’ulivo non è un rito, ma impegno concreto per la pace”

Dalla simbologia dell'ulivo al mistero della tomba vuota: Monsignor Pegoraro ci guida verso una Pasqua di consapevolezza, dove la cura e la vita trionfano su ogni violenza.

S.E. Mons. Renzo Pegoraro. Foto Francesco Vitale. A sinistra foto Vatican News

In un tempo segnato da profonde incertezze e conflitti, Sua Eccellenza Mons. Renzo Pegoraro, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, invita a riscoprire il senso profondo della Settimana Santa. Attraverso una riflessione che scardina le logiche del potere e del successo, Mons. Pegoraro rilegge a Interris.it i simboli della Passione — dall’ulivo della pace alla pietra ribaltata del sepolcro — come strumenti di una necessaria “cultura della cura”. Un richiamo a non vivere la Pasqua come spettatori passivi, ma come testimoni di una speranza che sconfigge la morte e la violenza.

L’Intervista

Monsignore, la regalità di Gesù appare spesso in contrasto con le logiche di potere a cui siamo abituati. Qual è il vero senso del “Regno” che Cristo annuncia in questi giorni santi?

“È una dinamica da sempre presente nella storia, che ha coinvolto Gesù stesso. Egli si è mostrato preoccupato di chiarire quale fosse la vera natura del Regno di Dio. Non è una regalità proclamata nel fasto, ma annunciata sulla Croce. Gesù è colui che rompe la logica del mondo — quella ricerca di successo, potere e spettacolarità che aveva già vinto nelle tentazioni del deserto — per riaffermare il vero progetto di Dio. La sua è la grandezza di chi dà la vita per la salvezza del mondo, offrendo luce e speranza oltre la morte stessa”.

Il ramoscello d’ulivo è il simbolo cardine di questa settimana. Come possiamo evitare che resti una semplice tradizione e diventi, come lei spesso auspica presso la Pontificia Accademia per la Vita, un impegno per una “cultura della cura”?

“L’ulivo è un segno di vita, pace e riconciliazione. Richiama l’olio, che ha una doppia funzione: consola le ferite e fortifica le membra per affrontare le sfide. Tenere quel ramo nelle nostre case significa credere ancora nella speranza e impegnarsi a coltivare sentimenti di pace. Non è un amuleto, ma un punto di riferimento per mantenere viva una fede che sappia andare oltre le fatiche e le paure del mondo contemporaneo. È l’invito concreto a prendersi cura dell’altro”.

Molti fedeli rischiano di vivere la Pasqua quasi da “turisti” degli eventi liturgici. Quale atteggiamento spirituale suggerisce per essere, invece, veri testimoni?

“Dobbiamo prendere consapevolezza della sofferenza e del dolore. In questa Settimana Santa dobbiamo sentirci anche noi in cammino verso Gerusalemme, dove risiede il mistero della croce di questo mondo. Essere testimoni significa sentirsi uniti a questa esperienza di dolore, ma con la consapevolezza che siamo in salita verso la Risurrezione”.

C’è un’immagine o un passo biblico che dovremmo custodire nel cuore per vivere al meglio il Triduo Pasquale?

“Direi l’immagine del sepolcro aperto. Dobbiamo ricordare che l’ultima parola non è la croce, né la pietra sigillata. L’ultima parola è una pietra rotolata via e una tomba vuota. È il trionfo della vita sulla morte, di Cristo sul male e sulla violenza. È questa certezza che apre la strada a una speranza e a una vita senza fine”.

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