Mons. Fisichella: “Il Giubileo prova che il cuore dell’uomo ha ancora sete di sacro”

Oltre 33 milioni di pellegrini sanciscono il successo di un Anno Santo che ha saputo unire tradizione secolare e cultura digitale, segnando il passaggio tra due pontificati

Nell'immagine: a sinistra Giubileo dei giovani (foto Domenico Cippitelli/Image); a destra mons. Rino Fisichella (Foto © Andrea Panegrossi/Imagoeconomica)

Si chiude con un bilancio straordinario il Giubileo della Speranza, l’evento che ha trasformato Roma nella capitale mondiale dell’accoglienza. Con oltre 33 milioni e mezzo di pellegrini transitati sotto la Porta Santa, l’Anno Santo del 2025 passa alla storia non solo per i numeri imponenti, ma per la capacità di gestire il delicato passaggio di testimone tra il pontificato di Francesco e quello di Leone XIV. Dalla riuscita del “Metodo Giubileo” — che ha visto una sinergia inedita tra Governo, Regione e Comune nella realizzazione di opere strutturali e nella gestione della sicurezza — all’impegno verso i più fragili, la Capitale ha dimostrato resilienza e lungimiranza. Mentre la città si prepara alla solenne cerimonia di chiusura, lo sguardo degli organizzatori è già rivolto al futuro, segnando la rotta verso l’importante appuntamento della Redenzione nel 2033. Per approfondire il significato profondo di questo percorso, abbiamo raccolto le riflessioni di S.E. Mons. Rino Fisichella, Pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e anima organizzativa dell’evento, che ci guida attraverso i segni spirituali e l’eredità umana lasciata da questo Giubileo.

L’Intervista

Monsignore, oltre 33 milioni di pellegrini hanno raggiunto la Città Eterna. Qual è il suo bilancio spirituale di questo anno giubilare, considerando che viviamo in un’epoca dominata dalla cultura digitale?

“È una riflessione necessaria. Ci troviamo nel pieno di un cambiamento d’epoca, immersi nella cultura digitale, eppure portiamo con noi tradizioni che ci accompagnano dal 1300. Il Giubileo ha dimostrato che gesti estremamente semplici — come il pellegrinaggio, l’attraversamento della Porta Santa o la Confessione — conservano una forza intatta. Anche in un’era tecnologica, l’esperienza dell’amore e del perdono di Dio rimane un segno che tocca direttamente la vita delle persone. La Chiesa si inserisce in questa nuova cultura portando la ricchezza di un passato che parla ancora al cuore dell’uomo moderno”.

Questo Giubileo è stato segnato da un evento raro: è iniziato con un Papa e si conclude con un altro. Come ha vissuto la Chiesa questo “passaggio di testimone” tra Papa Francesco e Papa Leone XIV?

“Per la seconda volta nella storia, un Giubileo vede la Porta Santa aperta da un Pontefice e chiusa dal suo successore. È un segno potente della continuità della vita della Chiesa. Ci insegna che la missione non si ferma alle singole persone, ma riguarda il ministero petrino nella sua interezza. Anche se cambia il volto del successore di Pietro, è sempre Pietro che parla e che ci conferma nella fede. È la testimonianza di una Chiesa che cammina nella storia senza mai interrompere il suo legame con Cristo”.

Impossibile non pensare a Tor Vergata. Molti hanno fatto il paragone con la storica GMG del 2000. Che giovani ha incontrato in questo Giubileo?

“Tor Vergata è stata un’icona unica. La partecipazione è stata attiva e numerosa quanto quella del 2000, ma i giovani di oggi sono diversi. Hanno portato a Roma un entusiasmo e una gioia contagiosi, rendendo la città festosa. Tuttavia, l’aspetto che più mi ha colpito è stata la loro capacità di riscoprire il silenzio. Nel momento della preghiera, migliaia di ragazzi hanno mostrato di essere “affamati e assetati” di spiritualità”.

Un messaggio forte, che sembra smentire certi pregiudizi sulle nuove generazioni.

“Esattamente. Troppo spesso i giovani vengono dipinti in modo distorto, focalizzandosi su minoranze che vivono situazioni di disagio o violenza. Ma la grande maggioranza dei giovani che abbiamo visto qui non corrisponde a quella narrazione. Questi ragazzi, anche attraverso la canonizzazione di modelli come Carlo Acutis, ci hanno dimostrato che il desiderio di sacro è vivissimo. La loro testimonianza ci dà una grande, autentica fiducia nel futuro”.

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