La Fondazione Migrantes nel presentare il report sul Diritto d’Asilo, invita a superare l’ottica dell’emergenza per un’accoglienza stabile e dignitosa basata su integrazione e corridoi legali. Mons. Pierpaolo Felicolo, direttore della Fondazione Migrantes, chiarisce a Interris.it le diverse cause della fuga, dai conflitti alle crisi climatiche e indica nei migranti i veri “testimoni di speranza” del Giubileo, capaci di orientare la società verso una convivenza umana.
L’Intervista
Qual è il senso di questa giornata?
“Il significato è innanzitutto far memoria e invitare a ricordare e affermarsi su questa realtà. Presentiamo un report sui profughi e sui rifugiati per fermarci, ragionare e pensare: questo è il leitmotiv di ogni nostro rapporto. Quest’anno la presentazione è avvenuta proprio il giorno dopo la dichiarazione dei ministri degli interni dell’Unione Europea sulle nuove norme”.
Una coincidenza temporale che ha dato un peso diverso al vostro lavoro?
“È stata un’interessante possibilità. Il nostro lavoro è frutto di un anno di studi e articoli preparati senza sapere cosa sarebbe stato deciso il giorno prima. Tuttavia, ha avuto un grande eco perché ci ha permesso di chiarire molti punti ed esporre vie alternative alle proposte di Bruxelles, sempre in una modalità rispettosa delle diverse idee, nel dialogo e nell’attenzione”.
Spesso nel dibattito pubblico si fa molta confusione sui termini. Esiste una definizione precisa di rifugiato?
“Grazie per questa domanda, perché è un punto cruciale. Spesso mi parlano genericamente di “immigrati”, ma io dico sempre di no: nel mondo della mobilità umana ci sono gli immigrati, i profughi, i rifugiati, i richiedenti asilo e gli apolidi. Ci sono distinzioni nette. Chi è rifugiato fugge da situazioni di guerra e di crisi; potremmo fare un lungo elenco di quella “terza guerra mondiale a pezzi” come la definì con intelligenza il compianto Papa Francesco”.

“Oltre ai conflitti come quelli in Ucraina o in Sudan, quali sono le altre cause che spingono alla fuga?
“C’è un tema di cui non si parla mai abbastanza: chi fugge dai disastri ambientali e dalle crisi climatiche. È uno dei motivi più importanti. Quando un tifone spazza via tutto, la persona deve emigrare. È una realtà in crescita costante, molto importante, anche se noi spesso non ci pensiamo. Poi sono rifugiati coloro che scappano da attentati terroristici, come nel nord della Nigeria, o chi scappa dalla fame, perché cercare un avvenire per non morire di inedia è una forma di rifugio”.
Quindi il termine “rifugiato” racchiude realtà molto diverse tra loro?
“Esatto. È rifugiato anche chi ha paura di esprimere un’opinione perché in molte parti del mondo questo si paga con la vita. Come vede, parliamo di categorie totalmente diverse — dal rifugiato climatico a quello politico — ma tutti hanno in comune il disperato bisogno di salvare la propria esistenza”.
Di fronte a questa complessità, come si muove la Chiesa italiana? Qual è il ruolo specifico della Fondazione Migrantes?
“Il nostro impegno è mantenere viva una “pastorale dell’accoglienza”. Dobbiamo affiancare all’attenzione caritativa — che portiamo avanti in sinergia con la Caritas — una profonda dimensione pastorale. Questo significa ricordare che ci vuole un’accoglienza umana e decente”.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di gestire gli arrivi?
“Dobbiamo assolutamente passare dall’ottica dell’emergenzialità a quella della stabilità. Gli studiosi delle grandi università internazionali ci dicono che questa realtà durerà per decenni. Quindi non basta “mettere le persone in dei luoghi”, bisogna sistemarle in posti dove possano studiare la lingua — che è il primo passo per l’integrazione — fare un cammino di consapevolezza e ritrovare dignità nel vestire e nello stare. Penso soprattutto all’accoglienza dei minori, che richiede sostegno e orientamento”.
Cosa intende, concretamente, per accoglienza “umana”?
“Penso a qualcuno che ti prende per mano e ti prende sotto braccio. E non è solo un’immagine figurata: significa offrirti gli strumenti perché tu possa piano piano capire dove ti trovi e iniziare a stare bene. Purtroppo, la preoccupazione è che le risorse si riducano sempre di più, arrivando a tagliare persino l’insegnamento della lingua, che invece è essenziale”.
In questo contesto si inseriscono i corridoi umanitari. Rappresentano una reale alternativa alla gestione attuale?
“I corridoi umanitari e legali sono fondamentali perché legalizzano le entrate. Non dobbiamo relegare l’accoglienza solo ai barconi del Mediterraneo o alle rotte slave, altrettanto numerose. Creare corridoi sicuri permette di trattare questa realtà con “umanità” — un termine che mi piace molto. Chi salva una vita salva il mondo”.

Questi corridoi sono sufficienti a coprire il fabbisogno di protezione?
“Hanno dato una risposta importante, ma non per i numeri che servirebbero realmente. Vanno aumentati i corridoi legali affinché le persone possano entrare con diritti e doveri, senza finire in mano ai mercanti di morte o perdere la vita in modo disumano. Dobbiamo rendere tutta l’accoglienza un “luogo di umanità”.
Veniamo al ruolo dell’informazione. Quanto influiscono i media sul modo in cui percepiamo i migranti?
“Qui sfonda una porta aperta. Il ruolo dell’informazione è determinante. Spesso si usa un linguaggio troppo veloce, si danno numeri approssimativi o sbagliati invece di dati precisi e studiati. In TV a volte non si permette di concludere un ragionamento o si inquadra chi dissente col linguaggio del corpo mentre l’altro parla, distraendo l’ascoltatore”.
C’è quindi un problema di “narrazione della paura”?
“Sì, l’informazione è spesso alterata dal sentimento della paura. Io lotto radicalmente per un’informazione che vinca quello che chiamo il “demone della paura”, dimostrando che l’incontro e la convivenza sono possibili. Vi ringrazio per il lavoro che fate: l’informazione deve essere corretta e intelligente per abbattere i muri e creare ponti”.
Siamo alla conclusione del Giubileo della Speranza. Quale messaggio ci portiamo nel nuovo anno?
“Ci portiamo il tema: “I migranti testimoni di speranza”. In questo Giubileo abbiamo capito che chi fugge da situazioni di morte cercando la vita è il primo testimone di speranza. Spesso noi li pensiamo come persone ai margini con mille problemi, ma sono proprio loro a insegnare a noi — spesso tristi, cupi e rassegnati — come ritrovare una speranza verso cui orientarci. Questo è ciò che il mondo della mobilità umana ci ha insegnato”.

