Il presidente della Commissione delle conferenze episcopali (COMECE), S.E. Mons. Mariano Crociata, di ritorno da una missione a Leopoli, in Ucraina, racconta a Interris.it di un Paese non rassegnato, ma animato da una forte volontà di vivere e ricostruire. Sottolinea inoltre l’importanza della solidarietà europea e della presenza delle Chiese locali nel sostenere militari traumatizzati e persone vulnerabili. L’esperienza lascia un sentimento di fiducia e il desiderio di far conoscere la lotta e la speranza del popolo ucraino.
L’intervista
Monsignore, lei è stato recentemente a Leopoli, nella parte occidentale dell’Ucraina. Che esperienza è stata e quali sono le sue prime impressioni su una città che vive una doppia dimensione, tra la vitalità e gli effetti della guerra?
“Sì, è stata un’esperienza molto intensa, seppur breve. È importante precisare che ci trovavamo a Leopoli, una zona piuttosto tranquilla e vicina al confine polacco. La città vive una vitalità intensa, quasi a compensare le difficoltà delle aree più colpite dai bombardamenti. Abbiamo avuto incontri a vari livelli, soprattutto con realtà ecclesiali, che ci hanno permesso di avere un quadro molto ampio della situazione in cui vive il Paese, e in particolare le Chiese cattoliche”.

Ha accennato all’importanza della speranza. Ha un ricordo o un episodio particolare da condividere in cui ha percepito questa speranza nelle persone che ha incontrato?
“Una cosa che mi ha colpito molto è che non ho trovato un Paese depresso o scoraggiato. Ho visto una lucida consapevolezza della guerra, ma anche una forte volontà di continuare a vivere la vita ordinaria. A Leopoli si percepisce chiaramente: si costruisce, si progetta e si lavora per il recupero delle persone traumatizzate. L’immagine che mi porto dietro è quella di un Paese che guarda avanti, che non si limita a sopportare le ferite, ma combatte per la vita in ogni modo possibile. Ci hanno raccontato che, non appena possibile, si inizia a ricostruire e a riparare nei luoghi colpiti, ed è un fatto straordinario”.
Ha avuto modo di visitare centri specifici di aiuto? Ce ne può descrivere qualcuno?
“Sì, ho visitato due realtà particolarmente significative. La prima è un centro sostenuto dalla Chiesa cattolica greca per il recupero di militari con traumi psicologici. È un lavoro complesso, perché i soldati spesso tornano a casa e devono affrontare una realtà familiare molto diversa. Poi c’è un centro della Chiesa latina che accoglie ragazze madri e persone senza dimora. In entrambi i casi, ho visto un grande coraggio e l’importanza di sentire la solidarietà delle Chiese europee. La nostra visita aveva proprio questo scopo: far sentire che la Chiesa è ancora presente e solidale”.
A proposito di solidarietà, la Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione Europea sta portando avanti un impegno costante per la pace. Quali sono i prossimi obiettivi?
“Non ci sono punti specifici nella nostra agenda perché, a dire il vero, il tema della pace è al centro di tutti i nostri incontri. È il tema che condiziona tutte le iniziative a livello europeo e internazionale. Siamo in contatto costante, anche grazie alla presenza di osservatori permanenti delle Chiese di rito greco e latino dell’Ucraina. Questo ci permette di monitorare la situazione e di farci portavoce della loro esperienza presso le istituzioni europee”.
Prima di salutarci, con quale sentimento nel cuore torna da questa missione a Leopoli?
“Torno con un sentimento di grande fiducia, grazie al contatto e alla conoscenza che ho avuto di questo popolo. E, nello stesso tempo, con il desiderio di far conoscere questa esperienza a quante più persone e istituzioni possibile. Spero che capiscano la gravità della situazione e si impegnino ad aiutare questo popolo a superare la fase drammatica della guerra, contribuendo in ogni modo al suo futuro”.

