La trasmissione della fede non è una questione di dovere, ma di entusiasmo; non un passaggio burocratico di informazioni, ma un “atto di compagnia” per l’uomo contemporaneo. Al termine dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente, S.E. Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, traccia a Interris.it le linee guida per una Chiesa che intende abitare le sfide della modernità non come un “agente finale”, ma come una comunità capace di prossimità. Mons. Baturi approfondisce i temi caldi del dibattito ecclesiale: dal ruolo sacerdotale dei genitori nell’educazione dei figli al crescente fenomeno del catecumenato degli adulti, fino alla necessità di una “corresponsabilità battesimale” che veda clero e laici uniti nello stesso scopo. Con un richiamo costante agli ultimi e alle periferie esistenziali, il Segretario della CEI rilancia la missione della Chiesa italiana: essere una “compagna affidabile” per ogni uomo, condividendo gioie e pesi della vita quotidiana.
L’Intervista
Eccellenza, nel comunicato finale del Consiglio Permanente si legge che la trasmissione della fede è la priorità assoluta per la Chiesa in Italia. Da dove bisogna ripartire affinché non sia percepita solo come un dovere?
“«Il punto cruciale è capire che noi esistiamo per trasmettere la fede, ma ciò che ci muove non è l’obbedienza formale o un obbligo. È una gioia che trabocca. Non parlo di un’emozione passeggera o sentimentale, ma della consapevolezza profonda di aver incontrato un bene che vale la vita intera. La trasmissione della fede deve partire dalla famiglia e dalla Chiesa non come un “prodotto finito”, ma come un percorso che va maturato insieme”.
Questo richiede un cambiamento nello stile delle nostre comunità. Quale volto della Chiesa è necessario per una nuova missione?
“C’è bisogno di una comunità capace di accoglienza, vicinanza e accompagnamento. È interessante notare come stia crescendo il numero di adulti che chiedono il catecumenato: persone che desiderano conoscere da vicino la vita cristiana. Per noi, evangelizzare significa dare testimonianza dentro la società, stando accanto a chi soffre o a chi spera in una vita più degna. La fede si comunica offrendo ragioni per vivere”.
A proposito dell’iniziazione cristiana, i sacramenti sono spesso vissuti come un “punto di arrivo”. Come fare per renderli invece un nuovo traguardo da cui ripartire, valorizzando anche la corresponsabilità dei laici?
“È fondamentale recuperare la corresponsabilità battesimale. Sant’Agostino diceva che chi educa santamente i propri figli esercita un vero ministero sacerdotale ed episcopale, perché trasmette l’essenziale: il pane, i vestiti, ma soprattutto la ragione del vivere, che per noi è la presenza viva di Gesù. Questo implica una vita di comunità coordinata e differenziata: non tutti devono fare la stessa cosa, ma tutti devono agire per lo stesso scopo, che è l’edificazione della comunione e l’efficacia della missione”.
Il Cardinale Zuppi ha spesso richiamato l’attenzione sulle periferie. Quali sono gli orizzonti della Chiesa italiana per dare voce alle povertà, non solo economiche?
“L’evangelizzazione per noi è un atto di compagnia verso l’uomo. Ne parliamo spesso come di uno “stile della prossimità”: condividere ciò che le persone hanno nel cuore, sia le gioie che i pesi. Vogliamo essere vicini agli uomini mentre immaginano la vita coniugale, quando nasce un figlio o durante la sua educazione. Ma la nostra presenza deve essere altrettanto forte nelle carceri, accanto a chi è vittima di usura e tra i poveri”.
In sintesi, qual è oggi la missione prioritaria del cristiano nella società italiana?
“La nostra preoccupazione è essere compagni affidabili degli uomini, facendo nostri i loro bisogni. Essere vicini significa testimoniare che esiste una speranza affidabile. Vogliamo abitare la realtà accanto a chiunque cerchi una felicità autentica, portando la luce del Vangelo lì dove la vita si fa più pesante o dove fiorisce la speranza”.

