In un’epoca segnata dal burnout sanitario e dalla difficile sfida di conciliare carriera e vita privata, la testimonianza della Dott.ssa Barbara Passini (IFO Roma) brilla per ottimismo e pragmatismo, offrendo una riflessione quanto mai attuale in occasione della Giornata Internazionale della Donna. La dottoressa si definisce con orgoglio un “medico plurimamma”, scardinando il pregiudizio che vorrebbe queste due dimensioni come necessariamente in conflitto. Per Passini, la medicina non è un mestiere, ma una missione alimentata dalla gioia: quella stessa gioia che permette di affrontare un turno in ospedale dopo una notte in bianco passata a curare i propri figli. Al centro della sua filosofia professionale c’è l’umanizzazione delle cure: un approccio che passa attraverso l’empatia e, soprattutto, una comunicazione chiara e accessibile. “Il tempo del chiarimento è tempo di cura”, ribadisce la dottoressa, sottolineando come la chiarezza verbale sia un dovere morale verso il paziente. Dall’eredità silenziosa dei grandi maestri del Pronto Soccorso alla gestione quotidiana della famiglia, il ritratto che emerge è quello di una donna che ha saputo trasformare la complessità in un unicum armonioso, offrendo alle nuove generazioni di medici — e a tutte le donne che lottano per il proprio spazio nel mondo del lavoro — una bussola fatta di pazienza, ascolto e profonda dedizione.
L’Intervista
Dottoressa Passini, guardando indietro alla sua carriera, tra turni infiniti e responsabilità cliniche, c’è mai stato un momento in cui ha vacillato? Rifarebbe tutto?
“Assolutamente sì. Non mi pento di nulla, anzi: sono convinta che fare il medico sia una missione, nel senso più profondo del termine. Ho accolto questa strada con un entusiasmo che, nonostante gli anni di lavoro e l’età che avanza, resta intatto. Le difficoltà esistono, è innegabile, ma si affrontano e si va avanti”.
Lei è un medico, ma è anche una madre e una moglie. In un ambito così assorbente come la sanità, come si riesce a coniugare la “sacralità” della famiglia con quella del lavoro?
“Per me i figli sono una grazia che viene dal cielo, sono intoccabili. La famiglia è sacra, ma lo è altrettanto il mio lavoro, perché le persone hanno bisogno d’aiuto. Professione e famiglia finiscono per diventare un unicum. Il segreto? La gioia. Se metti gioia in ciò che fai, superi tutto. Anche quando passi la notte in bianco perché tuo figlio sta male e non ti fa dormire: il giorno dopo ti basta un suo sorriso e la stanchezza sparisce. È una dinamica che accomuna tutte le mamme, a prescindere dal mestiere”.
Spesso si parla di burnout e di una sanità che corre troppo veloce. In questo scenario, quanto conta l’empatia per non “perdere” il paziente?
“È fondamentale. Alle nuove generazioni raccomando sempre di pensare che dall’altra parte c’è una persona che potremmo essere noi. Se ci mettiamo nei panni del paziente o dei suoi parenti, l’empatia viene spontanea. Questo approccio ti aiuta a vincere ogni stanchezza”.
Lei ha toccato un punto cruciale: la comunicazione. Molti contenziosi legali nascono proprio da mancanze nel dialogo. Perché è così difficile farsi capire?
“Spesso i medici parlano con “paroloni” tecnici che i pazienti non comprendono. La comunicazione è chiarezza ed è un dovere. Se io andassi da un avvocato e non capissi nulla di ciò che dice, sarei preoccupatissima; immaginate cosa prova un paziente che non capisce cosa gli stia succedendo a livello medico. Bisogna spendere qualche minuto in più per spiegare bene le cose. Il tempo del chiarimento è tempo di cura”.
Nella sua lunga esperienza, c’è un ricordo o una persona che tiene in modo particolare nel cuore e che ha segnato il suo modo di essere medico?
“Penso subito ai miei inizi in Pronto Soccorso. Ricordo con immenso affetto il dottor Rossi, un medico straordinario che mi ha cresciuta con la sua esperienza. Era un uomo di pochissime parole, ma io l’ho seguito e ascoltato come se fossi sua figlia. Mi ha insegnato tantissimo e lo porto sempre con me”.

