Maria Antonietta Rositani: “Oggi chiedo giustizia. Non solo per me, ma per tutte le donne vittime di violenza”

La perizia psichiatrica decide oggi se l’ex marito Ciro Russo, al momento dell'agguato, fosse capace di intendere e di volere

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Maria Antonietta Rositani

E’ un giorno importante questo per Maria Antonietta Rositani: con la lettura della perizia psichiatrica oggi si decide se l’ex marito Ciro Russo al momento dell’agguato fosse capace di intendere e di volere o se fosse “vittima” della propria follia. Ciro, il 12 marzo del 2019, tentò di ucciderla dandole fuoco mentre era in auto.

L’ex moglie, ustionata in gran parte del corpo, ha subito numerosissimi interventi chirurgici al viso e al corpo, lottando tra la vita e la morte per settimane. E’ stata dimessa il 25 novembre dello scorso anno, dopo 20 mesi di ricovero.

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Maria Antonietta Rositani in ospedale

Il 13 luglio 2020 il giudice del tribunale di Reggio Calabria ha inflitto diciotto anni di carcere all’ex marito, dichiarandolo colpevole. “Non un delitto d’impeto o un gesto impulsivo; l’imputato ha pianificato con largo anticipo l’azione delittuosa. La condotta di tentato omicidio si realizza in circa 25 secondi, ma tale breve durata non deve trarre in inganno, in quanto il programma criminoso era ben chiaro nella mente del Russo”, si leggeva nelle motivazioni del Gup di Reggio, Valerio Trovato. Poi, la sorpresa: lo scorso 8 giugno, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha disposto la perizia psichiatrica.

“Mi sono ritrovata l’otto giugno – racconta Rositani – ad andare in Corte d’appello e purtroppo sentire approvata una proposta della difesa che altro non poteva fare se non richiedere una perizia psichiatrica. In primo grado era stata totalmente scartata perché è evidente che solo una persona sana di mente può premeditare tutto quello che lui ha fatto. Mi auguro che sia fatta giustizia per me e per tutte le altre donne che non hanno avuto la stessa mia fortuna”.

Quello che maggiormente stupisce di questa 44enne – simbolo della battaglia contro la violenza sulle donne ma anche di fede vissuta – è la calma e la serenità con le quali sta affrontando un nuovo importante passo della sua vita.

La ricostruzione dell’agguato incendiario

Al momento del tentato omicidio, Russo era ai domiciliari perché era stato condannato dal tribunale di Reggio Calabria a 3 anni e 2 mesi per le violenze contro la moglie e la figlia. La ragazza, la notte del 20 dicembre 2018, aveva tentato di difendere dalle botte la madre. L’uomo, infuriato, le aveva dato uno schiaffone al volto, facendola sanguinare. Ciò spinse Maria Antonietta una volta per tutte a denunciarlo per violenza domestica, dopo 20 anni di sofferenze subite in silenzio.

Il giorno dell’agguato incendiario, il 12 marzo del 2019, Russo evase con uno stratagemma dalla casa dei genitori ad Ercolano (in provincia di Napoli) – dove era ai domiciliari – e guidò indisturbato per 500 chilometri per raggiungere l’ex moglie a Reggio Calabria. Erano in lite sull’affido dei loro due figli.

Lungo una strada della città calabra, dopo che la donna aveva accompagnato il figlio minore a scuola, Russo speronò la sua auto e – una volta bloccata la donna dal lato del guidatore – le lanciò addosso del liquido infiammabile e le diede fuoco.

Le fiamme avvolgono Maria Antonietta Rositani

“Gridava: ‘muori, muori’ il mio ex marito, mentre mi incendiava il viso e il corpo con la benzina – ricorda Maria Antonietta -. Ero impazzita dal dolore, il fuoco mi mangiava la carne, ma dentro di me c’era una voce che urlava: non muoio, no, vado dai miei figli. Correvo con le fiamme addosso, c’era una pozzanghera, ricordo di aver messo la faccia in quell’acqua sporca cercando di spegnere le ustioni, correvo buttando via i vestiti, correvo con la volontà disperata di restare viva”.

Nel rogo dell’auto – che si trovava a pochi passi dalla scuola frequentata dal figlio della coppia – morì il piccolo Diuck, il cagnolino adottato da Maria Antonietta per consolare il figlio dopo la separazione.

Una vendetta, ha scritto il gup nelle motivazioni della condanna a 18 anni di carcere “per la fine della loro relazione, per la detenzione successiva alla denuncia sporta, nonché per l’intento di proseguire nell’azione legale, finalizzata alla separazione e all’affido esclusivo del figlio minore”.

Russo venne catturato dopo una fuga durata 24 ore e arrestato. Il 13 luglio 2020 il giudice del tribunale di Reggio Calabria ha inflitto a Ciro Russo diciotto anni di carcere. Lo scorso 8 giugno, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha disposto la perizia psichiatrica. Oggi, il verdetto tanto atteso: follia o crudeltà?

L’intervista a Maria Antonietta Rositani

Non ha dubbi Maria Antonietta Rositani, sentita da Interris.it poche ore prima della sentenza: “Ciro non è pazzo, è solo cattivo!”.

Ma iniziamo dal principio, lei come sta?
“Sto bene grazie a Dio; o meglio, benino. Devo ancora subire un intervento all’occhio. I medici mi hanno detto che ne avrò per altri 5 anni…il calvario non è finito, ma sono forte: ho molta fede e ringrazio Dio per quello che ho”.

Come si sente in vista della lettura della perizia psichiatrica?
“Mi sento un po’ impaurita. Ho fiducia nella giustizia, ma sono comunque preoccupata. In base all’esito della perizia, se lo riterranno in grado di intendere e di volere o meno, la condanna sarà molto diversa. La mia paura è che Ciro non venga ritenuto completamente in grado di intendere e di volere e che quindi la pena diminuisca. Rischierei di trovarmelo sotto casa a fare del male a me o ai miei cari, come avvenuto la volta scorsa: era stato condannato per violenza domestica, ma gli diedero solo i domiciliari dai quali fuggì senza problemi per tentare di uccidermi. La volta scorsa ci fu una lunga preparazione: nascose dei cuscini nel proprio letto per far sì che i genitori non si accorgessero troppo presto della sua fuga; si fermò lungo la strada per comprare la benzina; conosceva le strade che percorrevo; attese, prima di speronarmi, che avessi accompagnato nostro figlio a scuola. Un piano premeditato e studiato nei minimi particolari: lo ripeto, quest’uomo non è un pazzo, è solo una persona cattiva”.

I resti dell’auto di Maria Antonietta dopo l’incendio

Cosa teme maggiormente?
“Temo di essere lasciata di nuovo sola dallo Stato, come avvenuto la prima volta; io avevo chiamato le forze dell’ordine avvertendo che Ciro era scappato dai domiciliari e dicendo che avevo bisogno di protezione. Che però non è arrivata”.

Se dovessero ritenere Ciro “non in grado di intendere e di volere”, che conseguenze ci sarebbero?
“Sarebbero conseguenze gravissime, e non solo per me, ma per tutte le donne che come me vivono in una situazione di violenza domestica, fisica o psicologica. Gli uomini violenti si sentirebbero autorizzati a fare del male e a uccidere perché tanto non verrebbero puniti. Se non c’è la certezza della pena, nessuno può difendere le donne vittime di violenza: sono morte che camminano. C’è già quasi un femminicidio al giorno in Italia; oltre a tutte le storie di soprusi che neanche vengono denunciati. Non possiamo continuare su questa strada: non tutte le vittime di mariti o compagni violenti sono state fortunate come me. Io sono ancora viva, ho ancora i miei figli e la mia famiglia. Lo Stato deve intervenire con forza e mostrare che non c’è accondiscendenza né giustificazione alcuna alla violenza”.

Cosa dice alle altre donne vittime di soprusi che vedono in lei un modello e una speranza?
“Dico loro: denuncialo subito, non aspettare. Lui non cambierà, se mai col passare del tempo peggiora. Ma come può una donna denunciare se non c’è la certezza della pena? Se non può fidarsi della giustizia?”

Cosa l’ha aiutata in questi terribili due anni e mezzo a sopportare il dolore fisico e morale che ha sperimentato?
“Mi ha aiutata tanto la fede: Dio mi è sempre stato vicino e se sono viva è perché Lui l’ha voluto. Il giorno prima dell’agguato aveva piovuto molto e le strade erano piene di pozzanghere. Io, in fiamme, mi sono ‘spenta’ le fiamme sul viso ruzzolandomi nell’acqua di una di quelle pozzanghere stradali… Questi anni di calvario mi hanno aperto gli occhi”.

In che senso?
“Anche prima dell’agguato avevo fede, Dio lo sentivo sempre vicina. Ma ora molto di più: mi sento come inviata da Lui ad aiutare le altre donne che stanno vivendo una situazione difficile a far vedere loro la speranza, la fede. Molte di loro mi dicono: ‘Non siamo come te’. Invece sì: ognuna ha la sua croce, impossibile sapere chi ha sofferto di più o di meno. Ma una cosa è uguale per tutti: se questa croce la portiamo con Cristo, è molto più leggera. Per me è stato così: Dio mi ha aiutata a sopportare ciò che umanamente era impossibile da sopportare. Un dolore costante, bruciante, che non auguro neppure a colui che me l’ha provocato, perché sono sicura che lui non sarebbe in grado di sopportarlo. Io l’ho superato solo perché, diversamente da lui, avevo Dio a fianco. Lui non ce l’ha”.

Chi altri l’ha aiutata?
“In secondo luogo i figli: io non volevo morire per non lasciarli soli. Volevo a tutti i costi tornare a casa a fare una vita normale con loro”.

C’è riuscita? La sua vita adesso è normale?
“Sì, più o meno. Sono più forte di prima. Siamo tornati insieme e questo è quello che conta. Sono mancata moltissimo ai miei figli: avevano già perso il padre, poi all’improvviso anche la madre per mano sua; per mesi sono stata sempre sull’orlo del baratro potendo morire da un secondo all’altro. E’ stata davvero dura per loro. E anche per mio padre, lui è stato fondamentale per la mia guarigione”.

Perché?
“Perché mi ha fatto credere che sarei davvero riuscita un giorno a tornare a casa e riabbracciare i miei figli. Che non era tutto finito. E ritornare ad essere la Maria Antonietta di sempre [lo dice con il suo grande sorriso, ndr]!”.

I suoi figli come hanno vissuto tutto questo calvario?
“Sono anche loro delle vittime. La figlia grande, anche se ha paura di quello che può succedere oggi in tribunale, è felice che ce l’abbiamo fatta, che sono tornata a casa e mi vede ‘normale’. Da vestita, infatti, sono normale, grazie a tutti gli interventi ricostruttivi che ho fatto. Però quando mi spoglio e vede le cicatrici sul corpo, ci sta male e dice: ‘ma guarda come ti ha combinato!’. Io però le rispondo: ‘l’importante è che ci sono ancora’”.

E suo figlio più piccolo come sta?
“Per lui è stato particolarmente difficile, e lo è tutt’ora. Perché Ciro era pur sempre il padre. Però è felice della normalità riconquistata: lo accompagno di nuovo a scuola, facciamo insieme i compiti, lo guardo giocare a calcio con gli amici. Non posso dire che gli sia mancato un padre in questi anni: suo nonno, vale a dire mio padre, è stata la roccia di questa famiglia. E’ stato un modello maschile di riferimento valido e affettuoso. Tra l’altro Ciro non era stato un buon padre neppure quando stava a casa con noi: ho subito anni di violenze. Però per i figli è pur sempre il padre: non è facile per loro, è più complesso che per noi adulti”.

Come ha spiegato loro l’orrore che ha vissuto?
“Proprio perché a fare del male è stato il loro papà, io non parlo mai male del loro padre davanti a loro. Non lo fa neppure mio padre, che ha vissuto mesi di angoscia e per la paura e il dolore ci ha rimesso pure in salute. Però abbiamo raccontato loro la verità, cosa ha fatto. Non potevamo mentire loro: tra l’altro, lo avrebbero scoperto. Hanno dovuto imparare, forse troppo presto, che al mondo esiste anche il male. Ma che non è l’ultima parola. Il bene è l’ultima parola”

Come commenterebbe la notizia se Ciro oggi dovesse essere giudicato capace di intendere e di volere?
“Giustizia è fatta! A priori dagli anni che poi gli verranno inflitti. Ma io voglio giustizia. La sua condanna sarebbe un messaggio forte per le donne che chiedono di essere tutelate adeguatamente. Ma sarebbe un messaggio forte anche per lo Stato”.

Perché per lo Stato?
“Perché se lo Stato vuole davvero aiutare le donne vittime di violenza, deve dare alle vittime la sicurezza della giustizia: la certezza della condanna dell’assassino. Queste persone violente sono degli assassini: sia dell’anima, sia troppo spesso anche del corpo. Io stessa sono viva solo per grazia di Dio! Se gli assassini non vengono condannati, non c’è più speranza”.

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