Madre Teresa di Calcutta: la “santa degli ultimi” che ha parlato anche al mio cuore

La Chiesa oggi fa memoria di Santa Madre Teresa di Calcutta, proclamata beata da Papa Giovanni Paolo II e santa da Papa Francesco

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Il mio primo incontro con Santa Madre Teresa di Calcutta risale all’adolescenza. Avevo tredici anni e alcuni parenti mi portarono al palazzetto dello sport di Porto Sant’Elpidio dove Madre Teresa era attesa da tantissime persone. Vederla dal vivo e poterci scambiare due parole fu una gioia grande che ancora oggi conservo nel cuore. Era una donna fisicamente così minuta che solo al vederla trasmetteva tenerezza e quando parlava, in inglese, già il suono della sua voce infondeva calore e conforto. Era una sensazione inspiegabile che si è ripetuta nei diversi incontri che ho ricevuto in dono da questa grande donna di Dio.

Mi ha sempre colpito molto, in particolare, il racconto di quando Madre Teresa abbandonò la congregazione di Loreto per recarsi in India. Il vescovo commentò alla madre superiora: “Abbiamo perso una giovane suora!” La superiora rispose: “Mah, non si preoccupi Eccellenza. Quella suor Teresa non era capace neanche di accendere le candele sull’altare!”. Di quella giornata a Porto Sant’Elpidio mi è rimasto indelebilmente impresso il grido di una donna nel pubblico che a squarciagola la chiamava, non potendola avvicinare per il cordone di sicurezza. Madre Teresa si fermò e chiese di aprire il varco per poterla avvicinare e si fermò a parlare con questa donna prostrata. Ho ancora davanti agli occhi l’immagine della Santa che la accarezzava. Mi commosse vedere quel gesto e fu spontaneo chiedermi se sarei stato capace di fare la stessa cosa verso una persona sconosciuta.

Quando avevo circa venti anni, studiavo a Roma per intraprendere la vita religiosa e vidi un manifesto che annunciava un incontro di Madre Teresa con i giovani universitari della Sapienza. Insieme ad un altro studente decidemmo di andare. Scoprimmo che, nonostante fossimo arrivati un’ora prima, l’aula magna della Sapienza era già stracolma. Riuscimmo ad entrare in modo rocambolesco passando per le scale di emergenza e sbucando in cima all’aula da una mezza botola. Con grande sorpresa anche dei nostri coetanei che videro apparire in quel modo insolito due religiosi. Senza scomporci più di tanto ci accorgemmo di essere circondati da una marea di studenti che in un silenzio incredibile ascoltavano quella piccola suora che parlava di Gesù, dell’importanza di vivere l’Adorazione Eucaristica, di pregare il Santo Rosario. Quelle parole resteranno per sempre scolpite in me: “Il frutto del silenzio è la preghiera, il frutto della preghiera è la fede, il frutto della fede è l’amore. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace”. Era impressionante vedere così tanti giovani ascoltare così intensamente questa suora. E poi applaudirla per una ventina di minuti come un abbraccio che non voleva mai interrompersi.

Ci sono stati altri momenti di incontro fino alla profonda felicità di vederla beatificata e poi canonizzata. Nel giorno in cui fu proclamata santa mi trovai ad accompagnare a San Pietro un altro amico degli ultimi. Un infaticabile apostolo della carità. Era il Servo di Dio don Oreste Benzi che tanto ci teneva ad essere presente. Queste due persone avevano in comune la straordinaria relazione con Gesù che vedevano e incontravano limpidamente nei poveri. Ad unirli era anche una preghiera costante e intensa. Penso che don Oreste abbia attinto molto dalla Santa di Calcutta e che ne fosse interiormente attratto e ispirato.

“Il valore di un sorriso” è stato il libro che nella giovinezza mi ha fatto comprendere quanto sia bello seguire Gesù e come sia possibile imitarlo proprio come faceva Madre Teresa. Anche oggi questa umanità ha bisogno di nuovi santi travolgenti e rivoluzionari, che non temono di denunciare le ingiustizie, di correggere i potenti, di educare alla via della pace, che non hanno bisogno di piegarsi a certe logiche. Del resto, l‘albero si riconosce dai frutti, insegna il Vangelo. E così il carisma di Madre Teresa di Calcutta è più che mai vivo e attuale. Dall’Ucraina al Nicaragua, alla penisola arabica non c’è povertà in soccorso della quale non si prodighino le suore della “santa degli ultimi”. Le Missionarie della Carità proseguono ovunque l’opera della loro fondatrice, risultata in una recente rilevazione demoscopica una delle persone più famose a livello planetario per il suo lavoro instancabile tra i diseredati di Calcutta. Una dedizione eroica che gli è valsa numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Nobel per la Pace nel 1979.

Ma soprattutto l’amore universale degli “invisibili” che il mondo ignora e lei mise al centro della propria missione. Una testimonianza, silenziosa e preziosa che continua oggi nell’Arabia meridionale, nel cuore dell’Islam, a favore dei bambini che soffrono terribilmente le gravissime conseguenze del lungo e violento conflitto in Yemen. Sei anni fa quattro di loro furono uccise insieme con altri laici. Ma le religiose sopravvissute vollero rimanere là nonostante il grave pericolo. Per continuare a servire le persone sofferenti a loro affidate. E’ stata definita “Madonna della povertà” e descritta come l’unica celebrità internazionale davanti alla quale veniva spontaneo abbassare lo sguardo. Sempre contornata da miseria, povertà estrema, dolore. Senza mai perdere la speranza né far finta di essere diversa da quella che era. Costantemente in prima linea nel salvare vite umane. Un’ispirazione che non conosce confini e parlerà per sempre al cuore dell’umanità.

Una missione portata avanti ora dalla congregazione di Madre Teresa. Le comunità dell’ordine sono presenti in 110 Paesi del mondo. Le missionarie dal sari bianco con la striscia blu hanno anche un ramo contemplativo e per la prima volta sono guidate ora da una superiora generale indiana. Le religiose sono tra le macerie di Kharkiv. Un legame che risale a Madre Teresa stessa. Dopo il tragico incidente nella centrale nucleare di Chernobyl nel 1987 la Santa si recò a Kiev, allora nell’Unione sovietica, dove con le sue suore avvio un’attività di soccorso alle popolazioni evacuate nell’area più contaminata dalle radiazioni. Per questa opera il governo dell’Unione Sovietica le attribuì la medaglia dell’oro della pace. Da quel gesto è iniziata una presenza che vede oggi nell’ex Unione Sovietica le Missionarie della Carità svolgere il loro ministero non solo in Ucraina, ma anche in Russia, Bielorussia, Armenia, Azerbaijan, Georgia, Lettonia, Estonia e Lituania. Frutti di un albero provvidenziale.

Pubblicato sul settimanale Visto

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