Abbiamo ascoltato l’annuncio del giorno di Pasqua nella solennità dell’Epifania, che dice: il centro di tutto l’anno liturgico è il mistero del Signore crocifisso, sepolto e risorto. Dunque, è il cuore di tutto quello che noi cristiani viviamo: è il Triduo Pasquale, che culmina con la Domenica di Pasqua. Il Triduo Pasquale è il cuore della nostra fede perché, in questa unica celebrazione che inizia il giovedì sera con la Cena Domini, arriva fino alla Veglia Pasquale e poi alla Domenica di Pasqua. Dunque, questa unica celebrazione, con i suoi ritmi che coinvolgono pian piano tutti i sensi dell’uomo, è veramente particolare, perché il Triduo Pasquale è questo cuore così speciale dell’amore di Dio. Tutto il Triduo Pasquale è celebrazione della Pasqua: non prepara, ma celebra tutta la Pasqua. Noi magari pensiamo che il Triduo Pasquale serva per arrivare poi alla Domenica di Pasqua. No: è tutta un’unica celebrazione. Il Triduo è un’unica celebrazione che si dispiega in diversi tempi e spazi.
Prima del Triduo Pasquale
Ma prima del Triduo Pasquale abbiamo, appunto, il lunedì santo, anzi l’incipit della Settimana Santa, e la Domenica delle Palme, che inizia con questa bellissima celebrazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, che è la sua città. Quello che a me colpisce tantissimo non è tanto l’entusiasmo della gente che accoglie Gesù con le palme, i rametti d’olivo, i tappeti, ma la figura dell’asinello mi ha sempre colpito. E soprattutto quello che Gesù dice ai suoi discepoli quando chiede di preparare questo ingresso: troveranno un asinello legato, e ci sarà qualcuno — il proprietario — che dirà: “Perché state prendendo questo asinello?”. E Gesù dice una parola bellissima: “Il Signore ne ha bisogno.” Io penso che il cuore, la chiave di tutto il nostro cammino spirituale, sia proprio questo: il Signore ne ha bisogno. Oggi, così come in quel tempo, il Signore vuole salire sulle nostre spalle per essere portato nel mondo. Non cerca l’impetuosità del cavallo, ma l’umiltà della puledra, perché solo confidando nella sua misericordia possiamo essere, con coraggio e determinazione, annunciatori e testimoni del suo Vangelo. E quante volte non capiamo quello che succede dentro e attorno a noi. Proprio in questi momenti dobbiamo dire, con obbedienza, fiducia e anche silenziosamente, la nostra offerta: il Signore ne ha bisogno. E alzando le nostre palme ricordiamo tutte quelle volte in cui il Signore ha vinto con e per noi. Non è soltanto un gesto esteriore di benedizione: la palma è segno di vittoria, è segno di martirio. Quante volte il Signore ha vinto con e per noi.
Il Lunedì Santo: “E tutta la casa si riempì”
L’amore vissuto, con sacrificio e gratuità, non bada a spese e neanche a giudizi, come fa Maria che si pone ai piedi del Maestro che “lascia fare”, arrivando a coinvolgere tutti i sensi. Nei quotidiani e piccoli gesti si dimostra la fedeltà dell’amore, perdendosi e ritrovandosi nel cuore dell’altro. Nessuna parola, nessun calcolo, solo gesti che nascono dalla vibrazione di un cuore innamorato. Questo è l’alfabeto che oggi l’amica Maria ci insegna. Quando si opera nel bene, con silenzio e passione, tutto l’ambiente si riempie di profumo. Il bene, senza imporsi, fa gioire il cuore a chi lo compie e a tutti coloro che lo ricevono. Chi, invece, come il ladro e il traditore Giuda, è chiuso nel tutelare i propri tornaconti e i propri interessi, guarda sempre con occhio critico, insoddisfatto, sospettoso, ripiegato su se stesso e non alza lo sguardo cercando di evadere dalla storia, intimorito di perdere la propria faccia, arriva anche a pervertire il bacio che esprime l’amore e trasforma tutto in un calcolo egoistico. Questo è quello che avviene nel lunedì santo: questa casa che si riempie, Gesù che lascia fare a Maria, e questo gesto bellissimo che ancora oggi noi ricordiamo.

Il Martedì Santo: “Ed era di notte”
Era notte nel cuore di Giuda e di Pietro, uno vende e l’altro rinnega, entrambi percorsi profondamenti umani che purificano la nostra fede e che ci portano ad arrenderci al Suo amore: fallimento, crisi, frattura. Gesù è commosso davanti alla consapevolezza che Giuda, l’amico per il quale perde tanto tempo ma rimane insoddisfatto, l’uomo di fiducia che teneva la cassa della Comunità, lo avrebbe tradito. Si è sempre disarmati davanti al tradimento e l’abbandono di coloro che si considerano persone care. Anche Gesù ha provato tutto questo. Quante volte, come Giuda, ci chiudiamo nelle nostre convinzioni di verità. Giuda legato alla visione legalista di Dio e del Messia guerriero, non poteva accettare l’annuncio della misericordia del Padre incarnata da Cristo e si è fatto giustiziere, come tante volte facciamo noi quando, non conoscendo pienamente la verità, non godendo del successo degli altri o ancora solo per invidia, parliamo male, giudichiamo, commentiamo, pensiamo di sapere tutto di tutti e di essere esperti di ogni cosa. Gesù fa di tutto per dimostrare a Giuda il suo amore, gli lava i piedi e gli dà il boccone, segno di intimità come fa una mamma con il proprio bambino. Ma il cuore di Giuda è chiuso, neanche i suoi confratelli si alzano per convincerlo e aiutarlo. E cosi quando siamo soli diventiamo facilmente preda del male. Anche Pietro, prima si farà prendere dagli slanci dell’affetto e poi negherà di conoscere Gesù. Per chi mangia dallo stesso piatto del Maestro non c’è contraddizione che non sia svelata e non c’è menzogna che non possa essere vinta dalla Verità. Ma tra Giuda e Pietro, c’è Giovanni. Nessuna debolezza e nessuna presunzione possono avere l’ultima parola solo se siamo disposti a rientrare in quello sguardo e ad appoggiarci a quel cuore che, anche quando tutto crolla, continua ad amarci. Giovanni, fa una cosa semplice e decisiva: si reclina sul petto di Gesù, ascolta i battiti accelerati del suo cuore. È il discepolo che accoglie l’Amore, che non pretende di capirlo né di meritarlo, ma si lascia portare dentro, come un bambino che riposa sul cuore di chi lo ama, come frecce nella faretra. Non importa se il Signore utilizzerà le frecce delle nostre qualità o dei nostri carismi, quello che conta è riposare sul Suo Cuore.

Il Mercoledì Santo: “Farò la Pasqua da te”
Siamo quasi al termine della Quaresima durante la quale abbiamo preso la rincorsa per compiere il salto, non nel vuoto ma, nelle braccia forti del Padre: fare questo passaggio dalla schiavitù alla libertà. Dalla cenere sulla nostra testa domani saremo chiamati a lavare i piedi ai nostri fratelli, a chiedere e a ricevere il perdono da persone tradite e traditori. Il bacio del tradimento di Giuda costa dieci volte meno il prezzo del profumo dell’amicizia che Maria aveva versato sui piedi stanchi del Signore. L’opera del male è quella di farci sentire autonomi e non figli, insinuare l’incredulità, suscitare il sospetto verso tutti e togliere la fiducia in Dio. Quante volte scegliamo al posto delle persone gli interessi materiali. Quante famiglie, comunità e amicizie vengono distrutte per interessi egoistici. Quando moriremo non porteremo con noi nulla se non le belle relazioni. Gesù, alle porte del Triduo Pasquale, cuore della nostra fede, ci invita a salire al “piano superiore”, a lasciare i nostri pesi, le nostre paure, i nostri peccati e a deporli nel Suo Cuore per non riprenderli più. Come in ogni Eucarestia “in alto i nostri cuori”, Gesù ci invita ad allargare il nostro orizzonte e a fidarci di Lui, perché noi non siamo quello che pensiamo di noi stessi o quello che gli altri pensano di noi. Noi siamo di più: siamo figli ed eredi del Padre. Prepariamo il nostro cuore, perché il Signore verrà e non tarderà. Così come dicevano i nostri padri, il Signore verrà in una notte di Pasqua. Non so se verrà quest’anno, ma di certo lui passerà. E come ci troverà?


