L’umanesimo integrale che illumina coloro che soffrono

Interris.it ha intervistato la Presidente delle Acli di Roma Lidia Borzì in merito alle azioni svolte in favore dei senza fissa dimora nella Capitale

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Clochard

Le persone senza fissa dimora per la maggior parte di noi sono invisibili ma, in Italia, secondo le ultime rilevazioni dell’Istat, sono oltre mezzo milione e, negli ultimi dieci anni, complici la crisi economica e la pandemia, sono quadruplicate. In particolare, in questo periodo dell’anno, nel quale sono iniziate le settimane più fredde e, per le donne e gli uomini senza fissa dimora, questo è il frangente in assoluto più duro che mette a repentaglio le sicurezze e, nei casi peggiori, la loro stessa vita. Roma è seconda città italiana dopo Milano per numero di senzatetto, Interris.it ha intervistato la Dottoressa Lidia Borzì – Presidente delle Acli di Roma nonché componente della Presidenza Nazionale delle Acli con delega alla famiglia e agli stili di vita – in merito alle azioni nei confronti delle persone in situazione di grave marginalità messe in atto dalle Acli di Roma.

La Presidente delle Acli di Roma Lidia Borzì (immagine tratta da Facebook)

L’intervista

Quali sono le azioni che Acli Roma sta ponendo in essere nei confronti dei senza fissa dimora?

“Le azioni che poniamo in essere si dividono in azioni che portiamo avanti tutto l’anno e altre che sono un po’ più collegate all’emergenza freddo che noi auspichiamo noi sia più tale visto che – il freddo – è in arrivo ogni anno; quindi, con le istituzioni e con tutta la nostra rete, si sta lavorando in questa direzione. Tengo a dire che tutte le operazioni, le quali portiamo avanti vengono espresse attraverso una rete perché, siamo fortemente convinti che, la rete fa la differenza e in questo senso si pone come un moltiplicatore. Per quanto riguarda le progettualità che esemplifichiamo tutto l’anno siamo in prima linea con la nostra buona pratica denominata Il cibo che serve, con la quale si recuperano pietanze cotte ma anche frutta, verdura e pane – ancora buoni da mangiare ma non più buoni da vendere – quindi gli esercenti ce li donano e noi, attraverso questo progetto il quale è un moltiplicatore di solidarietà che aiuta chi aiuta, facciamo arrivare i generi alimentari alle organizzazioni solidali che si occupano delle persone che si trovano in uno stato di estrema povertà. Mi riferisco in particolare a Caritas Roma a cui – da sette anni – consegniamo in diversi giorni a settimana il pane attraverso i nostri volontari – i quali sono il bene più prezioso del progetto Il cibo che serve – che, nel contempo, lotta contro la povertà e contrasta lo spreco alimentare. In particolare, con questa attività, abbiamo recuperato fino a un milione e duecentomila pasti in un anno grazie ad un contributo importante di diversi donatori, tra cui grandi catene e piccoli imprenditori. Questo avviene tutto l’anno ed, in particolare, a partire da quest’anno, sempre in favore dei senza fissa dimora e delle persone con fragilità estreme c’è un progetto svolto con Roma Cares – la quale è la Fondazione che si occupa di sociale dell’A.s. Roma Calcio –  con cui, quando la squadra gioca in casa, recuperiamo il cibo che viene servito nella hospitality e lo doniamo a favore di organizzazioni che si occupano di povertà estreme, in particolare di realtà di periferia, come ad esempio i quartieri Corviale, Tor Bella Monaca ed altre zone della città di Roma. Questo è il nostro lavoro durante tutto l’anno e, attraverso queste nuove pratiche, portiamo avanti, dando ciò che serve, un aiuto costante che però diventa il gancio per attuare un modello di azione sociale a tutto tondo che aiuta a prendere in carico la persona non solo nei bisogni di emergenza ma anche nei bisogni quotidiani per uscire dallo stesso, come ad esempio l’esercitare i diritti, il contrasto alle povertà materiali, relazionali, sanitarie per cui proponiamo anche visite mediche gratuite e l’esigibilità dei diritti attraverso il nostro patronato. Le persone che entrano in contatto con noi per un bisogno estremo proviamo poi ad inserirle in un sistema di protezione sociale per farle uscire da questo stato”.

Come state agendo per l’emergenza freddo?

“Per quanto riguarda l’emergenza freddo abbiamo attivato un protocollo d’intesa con il Municipio I Roma Centro con capofila il progetto Nonna Roma e con un progetto di accoglienza denominato Galilei 57 rivolto a dieci persone senza fissa dimora. Anche in questo caso al quartiere Esquilino, ci occupiamo di distribuire i pasti, sempre grazie alla nostra attività di recupero delle eccedenze alimentari. In questi giorni stiamo avviando una collaborazione con il IV Municipio per un altro centro di accoglienza a Montelibretti in cui noi daremo frutta, verdura ed altri alimenti per la colazione. In seguito, dove ci sarà bisogno, porteremo l’ascolto attraverso i nostri servizi rivolti all’esigibilità dei diritti. È importante inserire la persona fragile in un modello di inclusione attiva”.

Quali sviluppi auspicherebbe per il futuro in materia di contrasto alle situazioni di grave marginalità?

“Sicuramente bisogna coniugare visione e concretezza. È necessario dare delle risposte urgenti ai bisogni perché, quando una persona ha freddo o ha fame, bisogna fornire una risposta. Nel contempo però bisogna collocarla dentro un’azione strategica di lunga gittata che possa portare la città a diventare accogliente e solidale capace di non lasciare nessuno indietro affinché la persona non riceva solo una risposta riparativa ma il welfare diventi promozionale. Quindi, ad esempio, per quanto riguarda la situazione del freddo che giunge ogni anno, lo stesso non può essere una situazione di emergenza, ma bisogna agire molto sulla prevenzione. Il mondo dei senza fissa dimora è molto variegato, abbiamo toccato con mano che alcune persone non vogliono uscire da questa situazione mentre altre non vedono l’ora di uscirne, per cui bisogna accompagnarle e non lasciarle sole, questa è la cosa più importante. Quindi è necessario investire su un modello di welfare che sia sartoriale e risponda ai bisogni là dove nascono in maniera mirata al fine di dare delle risposte non riparative ma promozionali. La città ha bisogno di dotarsi di un modello di welfare promozionale capace non solo di rispondere ai bisogni ma anche di valorizzare le tante buone pratiche sociali che ci sono nel territorio. Questo patrimonio deve essere valorizzato e assunto dalle istituzioni per diventare buona politica. Sicuramente in tutto questo il Pnrr può essere un valido aiuto in quanto sono previsti dei fondi per le Case della Comunità, per le quali noi da tempo diciamo che devono coniugare le risposte sanitarie a quelle sociali nel territorio ed a quelle di solidarietà. Serve una cura diffusa e capillare, una cultura dell’accoglienza, una civiltà capace di un umanesimo integrale che riconosca la dignità della persona in tutte le stagioni e in tutte le situazioni in cui la stessa si trova nella vita”.

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