L’assalto dei gruppi armati a Kenscoff, non lontano dalla capitale Port-au-Prince, ha gettato di nuovo Haiti nell’incubo della violenza che si espande nell’isola. Le azioni delle gang seminano insicurezza e paura nei civili, paralizzando le attività economiche, sociali e umanitarie che provano a rispondere ai bisogni di un Paese inghiottito da una crisi scatenata dal devastante terremoto del 2010, che ha fatto precipitare lo stato caraibico nell’estrema povertà, nell’instabilità politica e nell’emergenza degli sfollati. La metà della popolazione vive con meno di tre dollari al giorno, un milione e mezzo hanno dovuto abbandonare le proprie case e le ultime elezioni si sono tenute dieci anni fa – mentre la conta dei morti causati dalle bande non si ferma. Ma anche in questa realtà al limite, la speranza sopravvive, dice a Interris.it Annalisa Costanzo responsabile per AVSI in Haiti.
L’intervista
Qual è la situazione davanti ai vostri occhi?
“La situazione resta estremamente fragile. Quello che osserviamo è soprattutto un progressivo ampliamento delle aree interessate dalla violenza: zone che fino a poco tempo fa erano considerate relativamente sicure sono oggi esposte agli attacchi dei gruppi armati. Sono stati colpiti anche siti che accolgono persone sfollate, mostrando quanto la popolazione civile sia direttamente esposta alla violenza e come siano sempre meno i luoghi in cui possa sentirsi al sicuro. Le forze di sicurezza haitiane stanno cercando di contrastarne l’avanzata, anche con il sostegno internazionale, ma operano in un contesto molto complesso. Per la gente questo significa vivere in una condizione di grande incertezza, in cui tutto può cambiare molto rapidamente”.

A Kenscoff sostenete una struttura sanitaria. Come i nuovi attacchi incidono sulle vostre attività?
“L’impatto principale è sull’accesso. Quando aumentano gli scontri, diventa difficile o impossibile per le persone raggiungere i servizi sanitari e anche per il personale e gli operatori umanitari muoversi in sicurezza. Cerchiamo quindi di mantenere i servizi attivi il più possibile, adattando continuamente le modalità di intervento. La priorità resta garantire assistenza senza esporre né la popolazione né il nostro staff a rischi ulteriori”.
Metà della popolazione necessita di assistenza umanitaria e 1,4 milioni di persone sono sfollate. Quali sono i principali bisogni?
“Dietro questi numeri ci sono famiglie costrette a lasciare tutto da un giorno all’altro, spesso più di una volta. Persone che perdono la casa, il lavoro, la possibilità di mandare i figli a scuola e l’accesso alle cure. I bisogni immediati sono enormi: cibo, acqua, salute, protezione, un luogo sicuro dove vivere. Ma accanto all’emergenza c’è la necessità di ricostruire progressivamente condizioni di vita dignitose e stabili: poter tornare a lavorare, far studiare i giovani e guardare al futuro con maggiore sicurezza”.

Non va dimenticato che oltre alla violenza armata Haiti è stata flagellata dagli eventi naturali estremi. Avsi è ad Haiti dal 1999 e ha attraversato tutte queste emergenze. Quali sono le vostre principali aree di intervento e i vostri progetti?
“In oltre venticinque anni abbiamo accompagnato il Paese attraverso terremoti, uragani, epidemie e crisi sociali e politiche. Oggi lavoriamo dalla capitale a diverse aree del Paese nell’emergenza, ma anche in educazione, protezione, salute, sicurezza alimentare, lavoro e rafforzamento delle comunità. L’approccio Nexus significa rispondere ai bisogni urgenti senza perdere di vista ciò che permette alle persone di costruire il proprio futuro. Distribuire un aiuto oggi è indispensabile, ma dobbiamo contemporaneamente sostenere scuole, famiglie, organizzazioni locali e opportunità economiche, valorizzando le capacità e le risorse che esistono già nelle comunità”.
A dicembre potrebbero tenersi le nuove elezioni presidenziali e legislative a dieci anni dall’ultimo voto, se ci saranno le condizioni di sicurezza. In questo clima di violenza e di instabilità politica, Haiti riesce a coltivare la speranza di un futuro?
“Credo sia importante non ridurre Haiti soltanto alla violenza che raccontano le cronache. In questi anni abbiamo visto una capacità straordinaria delle persone di organizzarsi e reagire, anche nelle situazioni più difficili. Lo vediamo soprattutto nei giovani, che nonostante tutto continuano a desiderare di studiare, lavorare e costruirsi un domani nel proprio Paese. Naturalmente servono sicurezza, istituzioni funzionanti e prospettive economiche. Ma la speranza esiste già nelle comunità haitiane: il punto è creare le condizioni perché possa trasformarsi in possibilità concreta”.

