Il mondo visto dal Soglio di Pietro con innate empatia e capacità di condivisione. “Mi accade spesso di svegliami di notte e cominciare a pensare a una serie di gravi problemi e decidere di parlarne al Papa. Poi mi sveglio completamente e mi ricordo che io sono il Papa”, diceva Giovanni XXIII. “I tempi non sono maturi per eleggere un Papa polacco”, disse l’arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, entrando in conclave, il 14 ottobre 1978, due giorni prima di diventare Giovanni Paolo II. E’ appena arrivato in libreria “Il tango di Francesco”, il pontificato di Papa Bergoglio raccontato tramite le vignette di Mauro Biani ed edito da People, con una prefazione di padre Antonio Spadaro, sottosegretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione. Il libro ripercorre attraverso le immagini, il pontificato di papa Francesco. Non un “papa buono”, tantomeno “buonista”, ma un papa evangelico che osserva il mondo e mette in guardia dalla Terza guerra mondiale a pezzi.

Il Papa e il mondo
“La guerra è una sconfitta, sempre”, la sua ‘bandiera bianca’ è questa. È sicuramente nonviolenza – che non è resa, ma una visione differente: un’utopia. Del resto, l’esclusione, i muri, i respingimenti, le campagne contro migranti e rifugiati, contro i diritti e il Diritto, non sono forse la negazione della civiltà e della democrazia? “In queste opere, Biani adotta un linguaggio scarno, essenziale, fortemente espressivo -sostiene Spadaro- Il suo segno grafico è carico di tensione tra la satira etica e l’arte sacra contemporanea, capace di tenere insieme denuncia e compassione, cronaca e Vangelo. La figura del pontefice emerge come una coscienza incarnata, una presenza fragile e radicale, in ascolto del dolore altrui, vicina. Biani mette in scena un papa delle soglie, che si affaccia sui margini della storia, sulle ferite del mondo, sui luoghi dove la dignità umana è più minacciata“. L’illustratore e scultore è anche educatore professionale con ragazzi diversamente abili mentali. Vignettista de la Repubblica, ha collaborato con il Manifesto, L’Espresso, Courrier International, Der Spiegel, Le Monde. Nel 2007 ha vinto il xxxv Premio di Satira Politica di Forte dei Marmi e nel 2013 il Premio Nazionale Nonviolenza. Tra le sue pubblicazioni con People, La banalità del ma (2019), È questo il fiore (2020), Le cose non andarono bene (2022), Afascisti (2023) e, con Roberto Vicaretti, Dove sono i pacifisti? (2024).

Impatto globale
“Papa Francesco è stato una figura morale di impatto globale, forse l’unica al mondo in questo momento. Ha interpretato il ruolo in maniera paterna: ci sono figli buoni e figli cattivi, ma sempre figli sono; il suo ruolo è sempre stato quello di tendere alla riconciliazione”, spiega al Fatto Quotidiano padre Antonio Spadaro, Sottosegretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione. “Quando si rivolge a politici e capi di Stato lui punta il dito sui fatti, non attacca i singoli – prosegue -. Persino con Trump, ha parlato della questione della crisi migratoria, dei muri. La sua è una diplomazia ‘sartoriale’, tende a ricucire, a richiamare ai valori fondamentali”. Nell’Angelus ha detto che non occorre il riarmo. “Il motivo per cui era seriamente preoccupato è che non vedeva schemi di pace sul tavolo di questo conflitto, ma solo schemi di guerra, pensati in una logica di riarmo”, sottolinea. Era un Papa che sentiva di “imparare dai poveri. Non è mai stato classista. Il Bergoglio gesuita, non ancora vescovo, voleva che i poveri fossero in grado di relazionarsi con tutti gli ambienti – ricorda -. Per esempio, voleva che gli studenti andassero alla domenica mattina alle villas miseria e il pomeriggio al Teatro Colonna, che è il più prestigioso di Buenos Aires”. Non era altrettanto a suo agio tra i potenti. “Non ha mai amato il protocollo, però non aveva problemi a relazionarsi con i potenti in quanto persone. A volte doveva accettare la sedia delle autorità, ma era a disagio“, sottolinea il gesuita, già direttore della Civiltà Cattolica.

Il lascito di Francesco
Osserva il giornalista e scrittore Fausto Gasparroni, vaticanista dell’Ansa e tra i massimi esperti di questioni ecclesiali: “Il Papa che fa ripartire la Chiesa dalla spinta in avanti del Concilio Vaticano II, e che ne promuove la ‘conversione pastorale’ e ‘missionaria’, oltre che, in questi ultimi anni, nel segno della ‘sinodalità’. Se un nucleo centrale si può rintracciare negli anni di pontificato di Francesco – il Papa venuto da lontano, come ha detto lui stesso ‘dalla fine del mondo’ -, è in queste pulsioni innovative, che però trovano salda radice proprio nello spirito ‘conciliare’. Nondimeno ancora non ben digerito, anzi contrastato, da larghe fasce conservatrici dell’arcipelago ecclesiale. Uno spirito, tra l’altro, che nell’ottica di Francesco, si rifà alla ‘radicalità evangelica’ e all’anima della “Chiesa degli inizi’, in tutti i suoi risvolti. Dall’amore per il prossimo alla sobrietà e allo spogliarsi di ogni orpello mondano e simbolo di potere, dalla ‘opzione preferenziale per i poveri’ alla missione ‘evangelizzatrice’ cui è chiamato ogni battezzato, in quel ‘sinodale’ camminare insieme in cui non ci sono più rigide distinzioni tra chierici e laici. Fino all’atteggiamento della ‘misericordia’, che per Francesco costituisce il marchio di fabbrica del cristianesimo, cui ha dedicato un Giubileo straordinario e che nel suo pontificato è diventato persino ‘una forma dell’agire politico e diplomatico‘, come ricordava padre Antonio Spadaro in un saggio su Civiltà Cattolica nel febbraio 2016.

Carne o ossa
Prosegue Gasparroni: “L’attuazione del Vaticano II è la carne e le ossa di questo pontificato, ha scritto eloquentemente sulla testata ‘The Catholic Leader’ il cardinale canadese Michael Czerny, gesuita come Bergoglio e suo stretto collaboratore in quanto prefetto del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. Dalla caratterizzazione conciliare dei fedeli come ‘popolo di Dio’, il Papa estrapola che ‘ciascuno di noi è battezzato non solo per seguire Cristo, ma per essere discepolo missionario'”. Czerny non crede che, “prima, il signore e la signora ‘Cattolici’, giovani o meno giovani, si fossero visti con questa essenza e vocazione che ora Papa Francesco sta spacchettando e liberando”. E sento che “il Signore vuole che il Concilio si faccia strada nella Chiesa. Gli storici dicono che perché un Concilio sia applicato ci vogliono 100 anni. Siamo a metà strada”. Nell’intervista al Corriere della Sera del 3 maggio 2022, Jorge Mario Bergoglio sottolineava che l’attuazione degli orientamenti dati dal Concilio Vaticano II è stata “forse più difficile” in Italia che in America Latina o in Africa: “Spesso ho trovato una mentalità preconciliare che si travestiva da conciliare”.

