Focus Taiwan. Già tre anni fa l’Istituto affari internazionali (Iai) richiamava l’attenzione su Taipei. “Entro il 2027 la Repubblica Popolare Cinese avrà la capacità militare di effettuare un attacco e un’invasione anfibia di Taiwan. Un’inevitabilità che vedrebbe coinvolta anche l’Unione europea”. Come fare e cosa fare per sostenere Taiwan e la semocrazia? Il direttore dello Iai Nathalie Tocci, di ritorno da una visita di studio a Taipei, spiegava che “più facciamo ora per la democrazia di Taiwan e più ci assicuriamo che una guerra dalle conseguenze effettivamente venga evitata nei prossimi anni”. Ora a Washington e a Taipei c’è chi teme Pechino possa convincere Donald Trump ad ‘annacquare’ – anche solo nelle parole – il sostegno degli Stati Uniti a Taiwan. Con le ripercussioni che ne deriverebbero. Al contempo, dopo i raid Usa contro tre siti del controverso programma nucleare dell’Iran, a Pechino si chiedono cosa Trump potrebbe fare per l’isola. E’ un’analisi del New York Times a evidenziarlo.

Complicazione-Taiwan
Viene ricordato al riguardo come il supporto Usa a Taipei si fosse intensificato sia durante l’amninistrazione Trump che durante il primo mandato del tycoon alla Casa Bianca. E come la decisione di Trump di attaccare siti in Iran rappresenti “un’altra complicazione” per la leadership del Dragone che cerca di capire come il presidente degli Stati Uniti potrebbe gestire un eventuale conflitto, di intuirne l’approccio su Taiwan, isola di fatto indipendente, che rivendica la sua democrazia, ma che per la Cina è una “provincia ribelle” da “riunificare”, senza escludere l’uso della forza, con un presidente considerato un “pericoloso separatista”. La Repubblica Popolare non molla sul pressing politico e militare sull’isola e, sintetizza il giornale, Trump è un po’ un’incognita. Nella guerra di dazi e controdazi i cinesi hanno visto il tycoon far arrivare alle stelle le misure tariffarie per poi concordare una “tregua” provvisoria. Una ‘virata’ arrivata sostanzialmente, sottolinea l’Adnkronos, dopo che il gigante asiatico ha bloccato le spedizioni di minerali critici e l’operazione in Iran ha messo nuovamente in luce lo “stile incostante” del tycoon.

Fattore Trump
Adesso la tensione sul commercio sembra allentarsi. Per Xin Qiang, direttore del Centro per gli Studi di Taiwan della Fudan University di Shanghai, l’operazione in Iran significa che “quando il presidente Trump lo ritiene necessario, sceglie la forza per portare avanti la politica estera americana”. Bonnie S. Glaser, esperto di Taiwan e Cina del German Marshall Fund of the United States di Washington, attribuisce “incertezza e imprevedibilità” al “presidente stesso” degli Stati Uniti. – “Dopo gli attacchi” nella Repubblica Islamica, “immagino i leader cinesi siano più ansiosi di testare la determinazione del presidente Trump” su Taiwan, rileva Zack Cooper dell’American Enterprise Institute, invitando alla cautela perché “Trump sembra più propenso a usare la forza di quanto molti di aspettassero”. E anche perché “le sue mosse sembrano meno prevedibili”. Già prima dell’attacco all’Iran, secondo l’analisi del Nyt, la Repubblica Popolare sembrava aver intensificato il lavoro per ‘capire’ Trump e la sua linea su Taiwan – a cui chiede un maggiore impegno nelle spese per la difesa – e ricercatori cinesi che di recente hanno incontrato interlocutori americani hanno lasciato intendere di voler comprendere le ‘linee rosse’ del tycoon.

Pechino-Washington
“Gli esperti cinesi che ho incontrato – ha confermato Cooper – hanno posto domande mirate su cosa potrebbe fare Trump se Pechino si muovesse contro Taiwan“. La Cina vuole essere pronta per una serie di scenari, anche “un’escalation rapida delle tensioni” o l’eventualità che la situazione “sfugga al controllo”, conferma Xin. Ma puntualizza, Iran e Taiwan sono due dossier “molto diversi” e “sono molto diversi anche i fattori che influiscono sul processo decisionale degli Usa”. A Taiwan c’è chi plaude all’intervento Usa in Iran, letto come un messaggio indiretto per Pechino. “Colpisce il fratello minore, l’Iran, per colpire le sorelle maggiori, Russia e Cina”, dice Ou Si-fu, ricercatore del Institute for National Defense and Security Research. E, afferma Amanda Hsiao, responsabile Cina di Eurasia Group, se Trump e il leader cinese Xi Jinping dovessero incontrarsi, anche concessioni apparentemente minori su Taiwan potrebbero costituire una vittoria per Pechino. Intanto gli Usa mettono nel mirino gli impianti di produzione di chip dei loro alleati in Cina. Il Wall Street Journal riferisce che un funzionario statunitense ha detto ai principali produttori mondiali di semiconduttori di voler revocare le deroghe da loro utilizzate per accedere alla tecnologia americana in Cina, una mossa che potrebbe infiammare le tensioni commerciali.

Acqua sul fuoco
Attualmente, Samsung Electronics e SK Hynix della Corea del Sud, così come Taiwan Semiconductor Manufacturing, godono di deroghe generalizzate che consentono loro di spedire apparecchiature americane per la produzione di chip alle loro fabbriche in Cina senza dover richiedere ogni volta una licenza separata. Jeffrey Kessler, capo dell’unità del Dipartimento del Commercio responsabile dei controlli sulle esportazioni, ha dichiarato questa settimana alle tre aziende di voler annullare tali deroghe, secondo fonti a conoscenza degli incontri. Kessler avrebbe descritto l’azione come parte della stretta dell’amministrazione Trump sulla tecnologia statunitense critica destinata alla Cina. Se attuata, la mossa potrebbe avere effetti destabilizzanti sia diplomatici che economici, secondo il Wsj. All’inizio di questo mese, Stati Uniti e Cina hanno concordato una fragile tregua commerciale a Londra. Parte dell’accordo prevedeva che ciascun paese si impegnasse a non introdurre nuovi controlli sulle esportazioni e altre misure volte a danneggiare l’altro. Funzionari della Casa Bianca hanno gettato acqua sul fuoco, sostenendo che la mossa non rappresenta una nuova escalation commerciale, ma mira a rendere il sistema di licenze per le apparecchiature per chip simile a quello in vigore in Cina per i materiali delle terre rare. Stati Uniti e Cina continuano a compiere progressi nel completamento dell’accordo raggiunto a Londra e nei negoziati commerciali, hanno aggiunto. “I produttori di chip potranno comunque operare in Cina. I nuovi meccanismi di controllo sui chip rispecchiano i requisiti di licenza che si applicano ad altre aziende di semiconduttori che esportano in Cina e garantiscono agli Stati Uniti un processo equo e reciproco”, ha affermato un portavoce del Dipartimento del Commercio.

