“L’intervento militare Usa-Israele in Iran ha peggiorato la condizione dei cristiani in Pakistan”, spiega a In Terris il domenicano pakistano padre Perkash Pervaiz. Durante un soggiorno di alcuni giorni in Italia alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs), il religioso lancia un accorato grido d’allarme per la situazione della Chiesa nel grande paese asiatico. La presenza cristiana in Pakistan rappresenta circa l’1,5%-2% della popolazione totale (circa 3,3 milioni di persone) in un Paese a larghissima maggioranza musulmana (circa il 96%).
Come incidono le guerre in Medio Oriente sulla libertà religiosa in Pakistan?
“La guerra in corso nel Golfo ha aggravato la crisi economica anche in Pakistan e la minoranza cristiana finisce per diventarne il capro espiatorio. In particolare è l’aumento del prezzo della benzina ad esasperare gli animi. In tutto il mondo il costo della vita è cresciuto in seguito all’attacco americano e israeliano all’Iran ma in alcune zone del Pakistan è triplicato. I cristiani sono già poveri e vivere in questo periodo è diventato ancora più difficile. Da cinque anni svolgo la mia missione in Europa e ricevo spesso dal Pakistan richieste di aiuti economici. Mai l’emergenza è stata grave quanto adesso. Ogni appello ha una storia diversa ma ugualmente tragica. Ci sono vicende drammatiche di donne e ragazze cristiane schiavizzare e buttate sulla strada dal racket della prostituzione. La maggioranza non riesce neppure a dare cibo ai figli”.
Povertà e sopraffazione: la comunità cristiana è nel mirino?
“A una mia ex compagna di studi è stato negato qualunque lavoro perché cristiana. E’ precipitata nel giro terribile del mercimonio coatto. Non riusciva in alcun modo ad avere qualcosa per far sopravvivere la sua famiglia. E’ in atto una crisi economica ma anche una crisi di odio nei confronti dei cristiani considerati amici dell’Occidente, quinte colonne del neocolonialismo. In realtà come cristiani chiediamo solo di poter vivere la nostra religione. Partecipiamo alla Messa domenicale come fanno i musulmani con la preghiera del venerdì ma nei loro discorsi in moschea gli imam e i capi religiosi islamici attaccano sempre gli occidentali. Condannando gli stili di vita americani ed europei definendoli immorali. E puntano l’indice contro i cristiani senza che abbiano alcuna colpa. Le autorità li assecondano, anzi con il reato di blasfemia si rischiano di continuo casi come quello di Asia Bibi (ndr: la contadina del Punjab che, per un litigio con alcune colleghe di lavoro, prima è stata ingiustamente condannata alla pena capitale per blasfemia e poi costretta a una vita da espatriata con il marito e la figlia).
In che modo?
“Il reato di blasfemia è disciplinato in Pakistan da norme del codice penale che prevedono pene severissime tra cui l’ergastolo e la pena di morte. Ma in realtà è usato come pretesto per schiacciare la libertà religiosa e sottomettere coloro che considerano ‘infedeli’. Se in auto non dai la precedenza a un musulmano, quello se vede che in macchina hai un rosario può inventarsi che hai bestemmiato il Corano e farti finire in carcere con una falsa accusa. Accade di continuo che una controversia degeneri nella strumentalizzazione del reato di blasfemia. L’assurdità di questa legge, infatti, è che non serve presentare testimonianze a conferma che è stato bestemmiato il Corano o il nome del profeta Maometto. Inoltre avvengono altre angherie atroci”.
Può farci un esempio?
“Una mia cugina percorreva ogni giorno la stessa strada per andare in collegio. Un ragazzo musulmano la voleva sposare ad ogni costo anche se lei non voleva. Così l’ha rapita e puntandole la pistola in testa l’ha costretta a cambiare religione per diventare sua moglie. Per un mese la famiglia non ha saputo niente di lei finché non ha saputo che le nozze erano avvenute e che mia cugina era diventata musulmana”.
Una situazione in peggioramento?
“Sì. Se un cristiano minaccia un musulmano gli uccidono tutta la famiglia. Anche io che ora sono qui devo stare attento. In Pakistan c’è sempre qualche informatore delle autorità che può mettere nei guai un non musulmano. Oggi poi la tecnologia agevola i controlli e finiscono sotto osservazione messaggi, telefonate, contatti. Quando torno in patria in molto luoghi non è sicuro per me indossare l’abito domenicano. La vita di un non musulmano è continuo pericolo. In campagna i cristiani e gli indù vengono pagati un terzo dei musulmani per gli stessi lavori. La maggioranza dei datori di lavoro sono musulmani e trattano i non musulmani come animali da sfruttare fino in fondo. Tante famiglie cristiane mangiano una sola volta al giorno e sempre e solo pane e cipolla. In questo momento due cristiani su tre sono sotto la soglia di povertà assoluta. I prezzi dei generi alimentari sono aumentati per tutti ma i cristiani soffrono ancora di più perché già erano poveri. In Pakistan le famiglie cristiane cucinano per tradizione quello che hanno di meglio in casa quando va in visita un sacerdote. Io per non gravare sulla loro situazione non accetto mai i loro inviti a casa. E se vado sono io a portare da mangiare anche per loro. Non voglio che si sacrifichino per me oltre quanto già patiscono ogni giorno”.

