La solennità dei Santi Pietro e Paolo non è una semplice ricorrenza del passato, ma una bussola per il futuro di una Roma oggi frammentata, chiamata a riscoprire la sua vocazione universale all’armonia e alla comunione. In occasione della festa dei patroni della Capitale, il parroco della Basilica di San Pietro, padre Agnello Stoia, propone a Interris.it un suggestivo parallelo tra le sfide della Chiesa primitiva e quelle della società contemporanea. L’antica Roma, definita da Pietro “Babilonia” per il suo caos e la sua indifferenza, somiglia da vicino alla realtà odierna. Di fronte a questo scenario, la risposta dei cristiani non deve essere l’imposizione o la forza, ma la testimonianza credibile e un’autorevolezza concepita esclusivamente come strumento per “far crescere” l’altro.
L’intervista
Padre Agnello, la solennità dei Santi Pietro e Paolo è una delle ricorrenze più sentite. Che significato ha oggi celebrare i patroni di Roma in una società così mutata?
“È una festa che ci proviene dal passato, ma guarda decisamente verso il futuro. Dobbiamo ricordare che Pietro e Paolo sono arrivati in una città che lo stesso Pietro non esita a definire ‘Babilonia’. Roma è una realtà che non si meraviglia di nulla, ha già visto tutto. Qualcuno dice persino che sia la città più moderna che esista, proprio perché qui è praticamente già successo di tutto. In questo contesto, Pietro annuncia il Vangelo come testimone, con i mezzi semplici di un pescatore di Galilea. La comunità cristiana delle origini faceva da lievito all’interno della città, esattamente come siamo chiamati a fare noi oggi”.
E’ affascinante la straordinaria collaborazione tra i due Apostoli per unire anime molto diverse tra loro.
“Fu un’operazione bellissima. Pietro si trovava a dover creare unità all’interno di una comunità frammentata, dove c’erano fedeli che provenivano dal giudaismo e altri dal paganesimo. Metterli insieme culturalmente era come unire l’acqua e l’olio. Così, Pietro andò incontro a Paolo e gli chiese di fornire gli argomenti teologici: fu proprio su invito di Pietro che Paolo scrisse la fondamentale Lettera ai Romani. Questo ci dà la misura di come la Chiesa sia nata sotto il segno della comunione”.
Oggi Roma sembra aver perso parte di quella centralità geopolitica che aveva, ad esempio, durante gli anni della Cortina di ferro. Quale contributo può dare in questo preciso momento storico?
“È vero, la città è molto frammentata e ha perso quella specifica centralità di qualche anno fa. Eppure, in questo tempo in cui cerca una sua affermazione, Roma può dare un grandissimo contributo non solo all’Europa, ma al mondo intero. Questo contributo è la ricerca della comunione, dell’armonia, dell’accoglienza. È la capacità di permettere a tante diversità di convivere senza uniformarsi, camminando insieme. Sono temi, tra l’altro, che anche Papa Leone XIV ha inserito nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas. La testimonianza suprema, il martirio e l’insegnamento di Pietro e Paolo ci illuminano. Mi piace ricordare la preghiera di una grande pellegrina a cui sono tanto devoto, Santa Brigida: ‘Signore, dacci la grazia di capire qual è la tua strada e dacci la forza di camminarvi espeditamente'”.
Questa solennità richiama ogni anno migliaia di pellegrini attorno alla tomba di Pietro, ma c’è anche un forte legame con i simboli della cattedra e dell’altare presenti nella Basilica di San Pietro. Ci aiuta a fare chiarezza su queste devozioni?
“Pochi lo sanno, ma nella Basilica di San Giovanni in Laterano, dentro l’altare principale, è custodito un antico altare di legno che si rifà proprio all’Apostolo Pietro. Qui a San Pietro, invece, custodiamo la Cattedra di Pietro, che è il simbolo dell’insegnamento autorevole. Ai pellegrini ricordo sempre che la parola auctoritas viene dal verbo latino augere, che significa ‘far crescere. In greco l’autorevolezza si dice exousia. Gesù manda gli apostoli con questa autorità, perché il discepolo deve essere come il suo maestro. Ma attenzione: è un’autorevolezza per far crescere, non da imporre con la forza; si esercita soprattutto con la nostra testimonianza”.
A questo proposito, c’è un passo della Prima Lettera di Pietro che lei cita spesso e che sembra parlare direttamente all’uomo contemporaneo, spesso smarrito o disperato…
“Sì, è l’espressione bellissima: ‘Siate sempre pronti a dare ragione della speranza che è in voi’. Immaginiamo la scena: le persone attorno sono scioccate, tutti piangono e si disperano, e si chiedono: Voi perché non vi disperate?’. Ecco, noi dobbiamo dare ragione di questa speranza, ma il testo aggiunge un dettaglio fondamentale: ‘fatelo con gentilezza’. Quando Pietro concepì queste parole si trovava a Roma, ospite nella casa del senatore Pudente. Sotto di lui c’era la vita caotica e brutale della Suburra, e si capisce bene perché definisse la città ‘Babilonia’. Il suo invito resta identico per noi: in mezzo a questa Babilonia di genti e di pensieri, testimoniamo la speranza con estrema gentilezza. Buona festa a tutti”.

